La famiglia D'Oria (o Doria)
La famiglia D'Oria è senza alcun dubbio una delle più antiche e celebri della storia di Genova. La figura di maggior importanza è Andrea D'Oria, del quale abbiamo parlato ampiamente in tre capitoli di "Genova nei secoli d'oro": Paolo da Novi e la comparsa di Andrea D'Oria , Andrea D'Oria: il Principe pirata , Gli anni del D'Oria e la congiura del Fiesco .

In questo capitolo parleremo di altri personaggi di questa famiglia che nel corso dei secoli hanno lasciato una precisa impronta negli eventi della Repubblica genovese.

Nelle "Istorie Genovesi" di Paolo Interiano del 1551, l'autore parlando dell'incremento urbanistico avvenuto a partire dal 1134, accenna all'accrescimento dell'ottava Compagna sotto il consolato di Ansaldo D'Oria, che fu inoltre ambasciatore presso il re di Sicilia e comandante della flotta genovese nella presa d'Almeria (1147) e di Tolosa (1148). Nominando il casato D'Oria, l'Interiano risale all'origine della "chiarissima stirpe", precisando come Ansaldo "essendo d'una madonna Oria di quei della Volta, che oggi sono Cattaneo uscito, il cui marito, per nome Arduino, dei Conti di Narbona". Anche il Giustiniani riferendosi ad Ansaldo Doria "che mise ceppo al nobile casato", precisa l'origine della famiglia "ne li visconti o sia nei conti di Nùarbona, e dicono che un di quelli volendo peregrinare in Jerusalem venne in Genova; e non sanno però il tempo determinato. Ed albergò in casa di una gentildonna, vedova della famiglia di quelli della Volta i quali poi furono nominati Cattaneo; e infermossi il gentiluomo in casa della vedova gravemente, e nella infermità fu servito con gran carità e molto umanamente sia dalla vedova sia da due sue figliole, una delle quali era nominata Orizia o sia Oria. Al ritorno poi che fece il gentiluomo sopradetto che si nominava Arduino, albergò di ritorno secondo il costume francese in casa della predetta vedova, e si maritò con Oria soprannominata. E andò in Narbona, e ottenne la porzione delle paterne sostanze, dopo tre anni ritornò in Genova e abitò in la regione, che oggi è nominata porta Oria, che a quel tempo (prima dell'edificazione delle mura del 1155) era fuori città. E campò in quella contrada con gran spazio di terreno e vi fabbricò gran numero di case, forse più di duecento, come dicono gli antichi di casa D'Oria, le quali case per lungo tempo han pagato livello ai Nobili D'Oria. Ed Arduino dalla moglie ebbe quattro figlioli i quali universalmente erano chiamati figlioli D'Oria, ed uno di loro fu nominato Ansaldo, il quale come ho detto di sopra, è questo di cui parlano gli annali".

L'ascesa della famiglia coincise con l'affermazione del prestigio coloniale e marinaro di Genova, e ad esprimere la potenza raggiunta dalla famiglia è significativo lo stemma che i D'Oria resero comune a tutti i rami, nel XIV secolo, ad onore di Arrigo VII: "Troncato d'oro e d'argento, all'aquila al volo spiegato di nero, imbeccata e membrata di rosso, coronata d'oro posto sul tutto. Cimiero: l'aquila uscente a volo spiegato. Loro motto: Altinora peto".

I figli di Ansaldo D'Oria, Enrico e Simone, furono consoli, come più tardi Guglielmo, l'altro figlio, il quale svolse l'incarico al tempo in cui sotto la direzione del Caffaro si costruirono le mura, per contenere la minaccia del Barbarossa (1155). L'opera politica dei Consoli fu efficace per salvare la indipendenza di Genova, estraniando la città dalle guerre della Lega Lombarda e dalla lotta condotta dal Barbarossa contro i Normanni in Sicilia, fatti troppo compromettenti per i vantaggi commerciali dei genovesi.

- Simone D'Oria dal 1165 al 1188 venne eletto sei volte console, ricoprendo inoltre il grado di ammiraglio al comando di parte della flotta destinata a portare in Terra Santa i Crociati; le sue doti emersero nell'assedio di S. Giovanni d'Acri, dove combattè valorosamente a fianco di Riccardo Cuor di Leone. La lontananza di molti ghibellini da Genova, alterando l'equilibrio politico delle fazioni cittadine, risvegliò le discordie già palesi prima delle Crociate, generando mutamenti nella forma di governo - retto non più soltanto dai Consoli ma da un Podestà coidiuvato da due capitani del popolo - e segnando un declino delle forze ghibelline, rappresentate principalmente dai D'Oria e dagli Spinola. Fino agli albori del XIII secolo la famiglia D'Oria, accresciuta da numerosa prole, mantenne la continuità unitaria del nucleo dei suoi componenti, dimoranti nelle case di S. Matteo, attivamente partecipi alla vita marinara, all'armamento, al traflico commerciale ed al Governo della Repubblica.

- Branca I D'Oria, figlio di Simone, durante la lontananza del padre venne eletto Console; un suo fratello Nicolò fu ambasciatore in Sicilia, e l'altro tratello Pietro combattè in Sardegna contro i Pisani, affermando il potere sull'isola dopo che un matrimonio aveva legato in parentela i D'Oria col sovrano della regione, Regolo di Torres.

Al ritorno dall'ambasciata in Sicilia, Nicolò D'Oria nel 1197 trovò le sue case distrutte per ordine del Podestà Drudo Marcellino. Deciso a vendicare l'affronto subito, a mezzo di un ponte di legno gettato dal palazzo Arcivescovile si affrettò a raggiungere il palazzo del Podestà, quando le suppliche dei familiari lo fecero desistere da un'impresa così pericolosa e fonte di altre vendette. Le doti di Nicolò, sagace e temerario, lo portarono al comando delle galere di scorta ai convogli diretti in Oriente, allontanandolo dalle tensioni politiche cittadine per alcuni anni, dopo i quali ritornerà in patria portando cospicue quantità di oro e preziosi. Da allora sarà eletto tre volte console sino al 1207, anno in cui le sue aspirazioni di comandare una flotta furono appagate dal grado di ammiraglio, per l'assalto alle navi pisane che veleggiavano verso Cagliari. Dopo la vittoria contro i pisani ritornò a Genova per preparare nel suo palazzo una degna accoglienza al figlio del Barbarossa, ancora fanciullo e futuro imperatore Federico II (vedi La visita della famiglia imperiale e la conquista della Sicilia). Nell'occasione la casa che ospitò l'illustre giovane mostrò l'opulenza raggiunta dalla famiglia D'Oria, con le preziosità degli addobbi e degli oggetti esposti.

La fedeltà dei D'Oria all'imperatore Federico II mantenuta dal figlio di Nicolò e dai cugini, si concreterà nell'aiuto prestato dalla flotta genovese per la conquista della Sicilia, e nelle gloriose imprese di Pietro D'Oria alla conquista di Damiata, con i Crociati. L'aiuto prestato dall'ammiraglio genovese fruttò alla Repubblica nuove concessioni e ricchissimo bottino, oltre all'onore di scrivere a lettere d'oro il ricordo della vittoria nella chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Quando Gregorio IX noleggiò a Genova una flotta per il trasporto dei prelati partecipanti al concilio per scomunicare Federico II, i ghibellini genovesi mantennero fermamente il loro atteggiamenio di sostegno dell'imperatore e fra questi in primo piano i D'Oria. La sfida raccolta dal Podestà vide il popolo chiamato a raccolta dai Capitani, prima di essere diretto verso le case dei D'Oria al grido: "a morte i ribelli". La mediazione dei priori di S. Domenico e S. Francesco risparmiò la famiglia D'Oria dall'assalto che subirono gli altri ghibellini e dove venne ucciso Tomaso Spinola. Impegnati a giurare sottommissione davanti al Podestà, il giorno convenuto nessuno dei D'Oria si presentò, mentre Percivalle, Inigo e Manuele D'Oria raggiunsero il castello Spinola di Busalla in vana attesa degli aiuti imperiali, mentre Pietro D'Oria, nella sua casa di S. Matteo, in virtù delle glorie passate, beneficiò, con i suoi figli e nipoti di una pacifica e riconoscente condizione.

All'ascesa del soglio papale da parte di Innocenzo IV Fieschi (avvenuta il 25 giugno 1243) fu indetta la settima crociata con base a Genova per la maggior parte di armamenti, aprendo alla città ampie prospettive e stimoli all'armamento e al traffico.

In questo clima i D'Oria parteciparono all'alacre attività cittadina e i documenti attestano come alcuni D'Oria armarono una grande nave chiamata "Paradiso", per il re di Francia. Tale occasione riuscì a risollevare le sorti finanziarie della famiglia, che aveva visto decadere Manuele a commerciante di pelli di lupo e Percivalle, il poeta, costretto ad impegnare preziosi libri, suoi ultimi averi.

L'improvvisa notizia della perdita di Acri, per la sua conquista da parte dei veneziani, risvegliò i genovesi e li fece decidere, dopo un primo tempo di costernazione, ad agire per riconquistare il prestigio marinaro. In questa situazione i D'Oria, per la tradizione che li legava ai siccessi della città, rappresentarono la fiducia della riscossa ed a loro con illimitata fede si rivolsero i vecchi marinai ed i commercianti.

Per vincere Venezia, alleata di Pisa, che tendeva ad espandersi, fu inviato in grecia Nicolò D'Oria, il quale con Michele Paleologo firmò il trattato di Ninfeo a suggello di un'alleanza offensiva e difensiva a danno dei veneziani, alla quale fece seguito la vittoria di Costantinopoli.

- Ansaldo D'Oria, fratello di Pietro, con il grado di ammiraglio, dopo la vittoria recò a Genova le pietre del palazzo veneziano di Costantinopoli demolito dai genovesi. Le pietre vennero murate nel palazzo che Guglielmo Boccanegra fece edificare, secondo quanto generalmente si ritiene, da frate Oliverio.

Durante il XIII secolo i numerosi rappresentanti della famiglia trovano fama e distinzione in diversi campi e in diverse regioni:

- Percivalle D'Oria, già nominato, fu poeta provenzale e cantò d'amore e di politica. Nel 1255 venne nominato vicario generale del Re Manfredi per la marca di Ancona e il ducato di Spoleto; a settant'anni corse in aiuto di Manfredi contro Carlo d'Angiò e nei pressi di Orvieto, a capo di un nerbo di cavalleria, guadando il fiume Neira, per salvare un soldato travolto dal torrente finì anch'egli annegato per il peso dell'armatura.

- Branca D'Oria, figlio di Nicolò, fu ricordato da Dante. Divenne potente in Sardegna dopo aver ucciso una notte, alla presenza del congiunto Barisone Doria, il suocero Michele Zanche, poichè gli negava la dote della moglie Caterina. Acquistò molte terre dai Malaspina (1282) e vendette Cugliano alla Repubblica (1290).

- Oberto D'Oria, uomo d'arme, conquistò e saccheggiò Canea l'anno 1266 recando a Genova le campane poi donate alla chiesa di S. Matteo. Fu capitano del comune e del popolo nel 1270; ammiraglio, combattè e vinse i Pisani alla Meloria (1284), facendo oltre novemila prigionieri tra i quali l'ammiraglio Morosini. Cedette dietro compenso la città di Calvi, di cui era signore, alla Repubblica.

- Simone II D'Oria, fu poeta contemporaneo di Percivalle Doria. Compose una Tenzone con Lanfranco Cicala.

- Jacopo D'Oria (l234 - l305), archivista del Comune e annalista, continuatore del Caffaro dal 1280 al 1293. Fu anche podestà di Voltri e nel 1285 ambasciatore a Costantinopoli.

- Tedesio D'Oria. Nel 1292 partì alla ricerca dei fratelli Vivaldi giungendo fino alle Canarie. L'impresa fu negata dal Belgrano, il quale attribuì al D'Oria soltanto il merito del finanziamento.

Seguendo una cronologia riferita al XIII secolo si ricorda:

- Lamba D'Oria, fratello di Oberto. Nato nel 1245, batte i veneziani a Curzola nel '96, catturando settemila armati, fra i quali l'ammiraglio Dandolo, che per la disperazione si uccise, ed il navigatore Marco Polo, il quale scrisse (o meglio dettò) in prigionia "Il Milione". Inoltre, nella battaglia i veneziani perdettero ottantacinque navi, di cui diciotto catturate ed altre date alle fiamme. Dopo esser tornato a Genova in trionfo, gli fu donato dal Comune un palazzo in piazza S. Matteo; la città lo proclamò Capitano del Popolo. Nel 1312 venne nominato ammiraglio di quaranta galere per conto dell'imperatore Arrigo VII. Morì nel 1323; ai suoi discendenti diretti fu concesso di aggiungere al cognome D'Oria il nome di Lamba.

Con l'inizio del XIV secolo l'alleanza di fazioni tra D'Oria e Spinola si dissolse, trasformandosi in lotta aperta fra le due famiglie, rispettivamente di S. Matteo e S. Luca; questo dopo il dissidio violento fra Opizzino Spinola e Barnabò Doria, eletti entrambi nel 1306 rettori della città.

Soltanto l'intervento di Arrigo VII di Lussemburgo seppe portare un'illusione di pace dopo un periodo di lotte sanguinose, in cui persino il campanile di S. Stefano venne trasformato in torre fortificata e fu sede di aspri combattimenti. Quando l'Imperatore giunse a Genova, soltanto i D'Oria non gli mossero incontro come gli altri nobili, ma lo attesero con i loro armigeri davanti a San Lorenzo. I molti stendardi riccamente tramati d'oro, recanti prima le insegne dei diversi rami, nella circostanza mostrarono un unico stemma, quello dell'aquila imperiale.

Il gruppo dei D'Oria formò così un'entità omogenea e imponente, con diritti feudali su molte citta della Liguria occidentale, da San Remo a Varazze, in Sardegna e, nell'entroterra ligure, sino a Mornese. Tra i più rappresentativi membri della famiglia nel secolo XIV si ricordano:

- Bernabò D'Oria, figlio di Branca. Fu signore della Sardegna e capitano della Repubblica nel 1306. Investito di Calvi in Corsica dal re d'Aragona, mediò la pace fra aragonesi e pisani, dopo le lotte del 1314 per il dominio dell'isola.

- Filippo D'Oria, fu ammiraglio nel XIV secolo, conquistando fama di valoroso dopo la vittoria dl Negroponte, di cui lasciò memoria scritta (1350). Appese le chiavi della città distrutta alle mura di Scio, come trofeo. Nel 1355 saccheggio Tripoli di Berberia, recando a Genova un ricco bottino e molti schiavi; il suo atto fu tuttavia biasimato dal governo della Repubblica.

- Pagano D'Oria, fu grande ammiraglio della Repubblica di Genova e partecipò giovanissimo alla battaglia della Meloria; nel 1352, al comando di sessanta galee, vicino al castello di Galata affrontò la flotta dei veneziani, confederati con l'Imperatore dei Greci e comandati dall'ammiraglio Nicolò Pisani, sconfiggendoli dopo due giorni di aspri combattimenti e conseguendo uno splendido successo, ricordato come vittoria del "Bosforo Tracio".

Il trionfo riportato sul mare da Pagano D'Oria, suscitò l'invidia della fazione guelfa, che non gli risparmiò ingiusti attacchi, provocando le sue dimissioni da ammiraglio della flotta genovese; al suo posto venne designato Antonio Grimaldi, il quale fu sdegnosamente dimesso dopo una clamorosa sconfitta subita nelle acque di porto Conte (Sardegna) il 29 agosto 1353, combattendo contro i veneziani, alleati con Carlo IV di Spagna.

Il senso della rivincita mosse i genovesi a scegliere nuovamente Pagano D'Oria come ammiraglio della loro flotta. Al comando di trentacinque galee, nel 1354, malgrado un precedente tentativo di pacificazione mediato da Francesco Petrarca, Pagano Doria assalì nuovamente la flotta veneta occupando e saccheggiando Parenza.

La vittoria completa dei genovesi si concluse all'isola della Sapienza, presso Modone, con la partecipazione valorosa di Giovanni D'Oria, nipote e luogotenente di Pagano. Oltre quattromila furono le perdite dei veneziani, i quali ebbero a subire la totale distruzione del naviglio (36 galee, 5 grosse navi e molto naviglio minore).

Tra i 1500 prigionieri figurò lo stesso ammiraglio Nicolò Pisani, tradotto successivameate a Genova. Il Doge di Venezia Andrea Dandolo morì dal dispiacere per la sconfitta subita, e Venezia con la mediazione di Galeazzo Sforza ottenne condizioni di pace, conclusa a Milano.

Si ricorda che dopo la vittoria i genovesi trasferirono dalla basilica di Parenza presso l'abbazia di S. Matteo, i corpi dei Santi Martiri Mauro ed Eleuterio. Le reliquie dei due Santi furono restituite al tempio parentino nel 1933, il 23 luglio. L'eroe del Bosforo e di Parenza morì poco dopo la sua valorosa affermazione sul mare. La Repubblica in suo onore gli tributò i riconoscimenti supremi, innalzandogli in San Domenico un monumento funebre. La tomba di Pagano Doria andò dispersa con la demolizione della chiesa, e si deve all'opera di Orlando Grosso il rivenimento di alcune parti, reperite tra i marmi di palazzo Bianco.

- Pietro D'Oria di Luciano. Comandò, con il grado di ammiraglio, la flotta genovese durante l'assedio di Venezia nel 1379 e alla conquista di Chioggia. Morì in combattimento, sconfitto da Carlo Zeno.

- Raffaele D'Oria. E' da ricordare come l'ultimo Capitano del Popolo, eletto nel 1335. Dopo il '39 si ritirò nel suo castello presso Loano.

 - Aitone D'Oria. Detto "il re dei corsari", fu ammiraglio del re di Francia attorno al 1330.

Dopo il 1130, cun l'istituzione del primo dogato ed il ritiro di Raffaele D'Oria nel castello di Loano, l'influenza a Genova della famiglia pareva diminuita, ma le clamorose vittorie di Pagano D'Oria a Curzola e a Lesina nel 1354 ed il suo ritorno in patria sventolando il grande stendardo di San Marco e portando cinquemilaquattrocento prigionieri, ricevendo trionfi degni dell'antico prestigio della famiglia, riportarono i D'Oria ad un nuovo grado di importanza e li fecero porre nuovamente tra le famiglie più in vista della città. La rivincita dei veneziani si abbattè su Pietro, la cui sorte lo risparmiò dal patire l'umiliazione della sconfitta.

Le profonde delusioni seguite al potere raggiunto, fecero scegliere nel XV secolo ai discendenti dei D'Oria sedi più tranquille, nei grandi feudi posseduti in riviera, ricomparendo tuttavia in tentativi di sortita contro il governo; ma il nome della Repubblica fu sempre tenuto alto tra i discendenti di Oberto e Lamba, che solcavano mari con le loro galere inalberanti il vessillo della Repubblica.

Così per il secolo XV si ricordano:

- Lazzaro D'Oria. Combattè nella spedizione del 1466 contro Barcellona, prima di essere nominato - nel '75 - ambasciatore presso il duca di Milano Galeazzo Maria Sforza.

- Ludovico D'Oria. Fu ammiraglio della flotta fornita nel 1460 dai genovesi a Renato d'Angiò re di Napoli.

- Gerolamo D'Oria. Fu difensore di Caffa.

Sotto il dominio francese, legate le sorti di Genova a Luigi XII, si aprì un nuovo periodo di lotte che prospettò per altro orizzonti nuovi alla Repubblica con la comparsa di Andrea D'Oria e l'ascesa a rinnovati splendori della famiglia, di cui vanno ricordati:

- Giovanni Battista D'Oria di Agostino (1470-1554). Governatore di Corsica e Doge dal 1525 al '27, fece costruire le nuove mura a difesa della città.

- Gerolamo D'Oria (1495-1558). Cardinale di Clemente VII fu arcivescovo di Terragona a Noli.

- Antonio D'Oria. Servì Carlo V in qualità di capitano, sulle sue navi scrisse un libro di memorie dellepoca (1571). Fu decorato a S. Quintino del Toson d'Oro.

 - Giovanni Bernardino D'Oria. Dopo esperienze guerresche si ritirò a Danzica, dedicandosi agli studi umanistici e fondandovi la locale Biblioteca Civica.

- Giannettino D'Oria di Tomaso, nipote di Andrea che l'ebbe carissimo e lo designò suo successore. La notte del 2 gennaio1547 nel muovere contro congiurati di Gian Luigi Fieschi cadde ucciso.

- Giovanni Andrea D'Oria, di Giannettino. Nacque nel 1539 e fu signore di Torriglia. Ventunenne nel maggio 1560 comandò la spedizione di Tripoli, risoltasi in una grave sconfitta a Le Gerbe: triste inizio di una vita contrastata con eroismi ed incertezze, prove di abilità politica ed errori determinanti. Durante la battaglia di Lepanto del 1571 venne perfino accusato di codardia.

- Nicolò D'Oria di Giacomo (1525-1589). Doge dal 1579 all'81 fu il primo ad ottenere il titolo di Serenissimo da Massimigliano Imperatore.

All'aprirsi del secolo XVII i figli del principe Gian Andrea I si ripartirono i feudi e le cospicue fortune accumolate, rappresentati soprattutto dal Principato di Menfi ed il marchesato di Torriglia e di altri possessi. 

A Carlo D'Oria venne assegnato dall'Imperatore di Spagna il titolo di duca di Tursi. Tra gli insigniti di tale titolo è da ricordare un Andrea per fatti non propriamente edificanti: una sua galea battente bandiera spagnola ed ormeggiata pressa la Darsena venne adibita a postribolo, con grave scandalo del governo della Repubblica.

A Genova i soli nobili che godessero la possibilità di portare il titolo di Principe del Sacro Romano Impero furono i discendenti del grande Andrea D'Oria, mentre gli alti iscritti nell'albo d'oro della nobiltà dovevano accontentarsi del titolo di Magnifico.

Il ramo dei D'Oria discendente da Lamba si trasferì a Napoli con i titoli di Principi di Angrì e Duchi di Eboli.

A Genova comunque avevano dato cinque dogi, di cui il più notevole fu Giovanni Stefano di Nicola (1578-1643), al potere dopo il 1633. Ottenne da papa Gregorio XV il privilegio di eleggere l'abate di S. Matteo; acquisì fama di uomo ricchissimo, assommando le sue rendite a centomila scudi d'oro annui.