Paolo da Novi e la comparsa di Andrea D'Oria
Come abbiamo accennato nel capitolo precedente, Genova aveva alla fine del XVI secolo molti pretendenti. Le potenze, sia italiane che straniere, avevano capito quanto fosse importante quel porto posto nella zona centrale del Mediterraneo e già pronto per i commerci verso l'Atlantico e con navi e ammiragli abili nelle battaglie.

Il colpo definitivo lo diede Luigi XII, nel 1502, accolto in città in maniera solenne. Ma, i genovesi non riuscivano a subire passivamente l'invadente dominio francese e l'elezione a Doge del tintore Paolo da Novi il 10 Aprile 1507, diede la scintilla alla rivolta. Purtroppo le cose non andarono troppo bene e a farne le spese fu proprio il "Doge plebeo". Ecco gli avvenimenti raccontati da Michelangelo Dolcino:

"Le forche e le mannaie tornarono a mostrare la loro macabra ombra, numerosissimi furono gli arresti, le violenze. Quanto al Doge, riparò in tempo a Pisa, dove contava numerose amicizie. Di qui sperava di portarsi a Roma presso Giulio II, il Pontefice ligure tanto ostile ai Francesi, e per questo s'imbarcò sul brigantino del camogliese Corsetto - o Corzetto - che aveva militato sotto di lui; ma questi per gli 800 ducati della taglia lo consegnò al Pregent. L'11 giugno Paolo ritornava quindi a Genova, in catene, e dopo quindici giorni di detenzione in Castelletto fu condotto in vesti cenciose sulla Piazza di Palazzo Ducale, per l'esecuzione. Il suo corpo sarebbe stato diviso in quattro parti, da esporre nei diversi quartieri cittadini; la testa doveva finire a sommo della Torre di Palazzo. Chiese perdono a chi avesse offeso e invitò a pregare per lui; incitò i popolani a non disunirsi, e anche a non fidarsi troppo dei nobili e dei "Cappellazzi". Le ultime parole furono però per il Mastro di Giustizia: un invito a sbrigarsi. Poi s'inginocchiò, mise il capo sul ceppo e tutto finì. Era il 15 giugno 1507. Le aspirazioni delle Cappette s'erano veramente dissolte, e definitivamente chiusa la loro rivoluzione."

Dopo l'esecuzione di Paolo da Novi, i francesi pensarono bene di rivolgere le loro attenzioni alla sicurezza del loro dominio, rafforzando il Castelletto e il Castellaccio, ma, soprattutto, costruendo la celebre "Briglia", che nelle intenzioni dei transalpini doveva servire ad imbrigliare le velleità genovesi. Invece la voglia di libertà era più forte della prepotenza francese e la vita degli invasori non era di certo più piacevole di quella dei sottomessi. Ogni occasione era buona per una scaramuccia o per una vera e propria battaglia. Il resoconto, sempre del Dolcino, che leggeremo adesso ci fa conoscere una delle tante dispute e, inoltre, introduce il personaggio che chiuderà la nostra storia: il "Principe" Andrea D'Oria.

"Un altro notevole fatto si verificò in quei giorni: il decidere la creazione di una forza navale propriamente della Repubblica, mentre sin allora - e numerosissimi esempi abbiamo incontrato - si aveva fatto appello agli armatori privati. Si diede quindi ordine di impostare due galee sotto la direzione di Andrea D'Oria, rientrato in Genova con Giano; nel relativo atto, in data 6 ottobre 1512, si precisava che Andrea doveva successivamente assumere il comando delle nuove unità: aveva così inizio la sua carriera marinara, e anche il suo interessarsi, non più interrotto, alle vicende cittadine. Intanto un congiunto, Nicolò D'Oria, era posto alla guida della flotta "esterna", allestita secondo i sistemi tradizionali. Arresosi pure il Castellaccio, rimaneva il grosso problema della Briglia, ma invano innumerevoli attacchi vennero portati dalla terra e dal mare. Un'unica speranza rimase agli assedianti: prendere per fame, con un rigidissimo blocco, i francesi e il loro abile comandante, il normanno Guglielmo di Houdetot. Nella seconda decade del marzo 1513, in una notte di mare agitato, un legno si avvicinò alla città, con l'insegna genovese sul picco di maestro. Si seppe poi che la nave - una "barchia" normanna - era partita da Marsiglia, aveva doppiato Genova al largo, per poi tornare da Levante, a scanso d'ogni sospetto. Lo scafo si diresse al porto, e le unità del blocco gli diedero il passo, ritenendolo connazionale; ma con improvvisa manovra si portò presso la scogliera della Briglia affidandosi alla protezione delle sue bocche da fuoco. Le veglie, l'interminabile guardia potevano d'un tratto essere completamente compromesse. I marinai, gli armati genovesi erano smarriti, e così le autorità, radunate d'urgenza per una decisione, mentre la "barchia" poteva iniziare da un momento all'altro lo scarico dei rifornimenti. A queste si presentò tuttavia un oscuro cittadino, e fortunatamente venne ascoltato. Disse di chiamarsi Emanuele Cavallo, figlio di Pietro Valente - un "cappellazzo", dunque - e d'essere in grado di neutralizzare lo sleale stratagemma francese: occorreva accostare la nave, svellerla dall'approdo e trascinarla lontano dalla Briglia, a impedire i rifornimenti. Il piano non offriva certo garanzie di riuscita, ma in mancanza d'altre proposte si aderì alle richieste del Cavallo: una nave e un pugno d'uomini. Non fu difficile trovare trecento volontari, e tra questi era Andrea D'Oria. Alle prime luci dell'alba una galea si dirigeva a voga serrata contro i Francesi, costretti intanto. per difendersi, a interrompere l'iniziato sbarco di viveri e munizioni. "Si accende un curioso combattimento tra le due navi. - scrisse De Simoni - Ai colpi delle artiglierie scagliati dalle navi nemiche, si aggiunge una fitta pioggia di sassi e di moschettate che partono dalla Briglia. Cadono da una parte e dall'altra morti e feriti. Tra questi ultimi vi è Andrea D'Oria che, colpito violentemente da una scheggia di legno, giace sulla tolda inanimato. Egli non è morto come fu ritenuto a tutta prima, ma come tale giacque a lungo sulla tolda finchè durò il combattimento". In quell'inferno i genovesi riuscirono ad accostare e balzarono all'arrembaggio, in una lotta ancor più sanguinosa. Finalmente Cavallo raggiunse la prua e recise la gomena che teneva fermo lo scafo alla scogliera. Molti francesi lasciarono la nave per trovare salvezza alla Briglia. e con la loro presenza annullarono il beneficio dei pochi viveri sbarcati. Altri rimasero a bordo, ormai passivi nei confronti dei genovesi, che agganciata la preda con certi rampini disperatamente avevano preso a trascinarla. Ad un certo momento il comandante Esclavon si gettò in acqua, col proposito di raggiungere anch'egli la fortezza, ma fu scorto da Benedetto Giustiniani: si tuffò a sua volta, raggiunse l'avversario, l'afferrò saldamente lo portò sino alla nave dei nostri, che conclusero l'azione rimorchiando la "barchia" sino alla spiaggia di Sampierdarena o - secondo altri - alla marina di Sarzano. Trentadue, complessivamente, furono i prigionieri: ventisei vennero condannati al remo, gli altri - certo ricordando il supplizio di Paolo da Novi - impiccati alle finestre di Palazzo Ducale. Nel tempo alcuni autori sottrassero al Cavallo il merito dell'impresa, per attribuirlo principalmente ad Andrea D'Oria; ma a lui fu incontestabilmente restituito. Al proposito va sottolineato, se mai, il comune prodigarsi di nobili e no, come già osservò il Guerrazzi: "giustizia vuole che il Cavallo, popolano, e il D'Oria, patrizio, debbansi giudicare in virtù di questo tutto, egualmente gloriosi".

Come dire che l'aristocrazia e la povera gente lottavano per un unico ideale: la libertà. L'unica ragione che univa qualsiasi essere di qualsiasi estrazione per riportare Genova ad un'indipendenza totale.

L'unico uomo dell'epoca che poteva realizzare quel sogno era Andrea D'Oria, anche perchè aveva capito che le potenze straniere erano un mezzo utile per raggiungere la libertà. Questa è infatti l'osservazione degli storici Gori e Martini: "Molti esponenti delle famiglie liguri avevano sacrificato Genova allo straniero pur di non perdere il loro potere. Andrea offrì se stesso ad uno straniero purchè fosse restituita a Genova la libertà".

Su questo grande personaggio si concluderà il nostro viaggio nella "Genova dei secoli d'oro".