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"Se Machiavelli lo avesse conosciuto, forse si sarebbe ispirato ad Andrea Doria quale modello per il suo "Principe"; ma non ebbe il tempo ne il modo, se non una volta sola, e di sfuggita. Più stretti invece i legami del Doria con Guicciardini, anche se fra i due non corse mai buon sangue. Andrea Doria aveva la tempra del corsaro, il fascino del principe, la lucidità dell'uomo di Stato. Nato povero, cadetto di un ramo minore della più illustre famiglia ligure, fu prima capitano di ventura al soldo di padroni diversi, poi - a quarantasei anni - s'improvvisò ammiraglio, per la Francia, per il Papa, per Genova. Conquistò il potere assoluto a sessantun anni e la tenne saldamente fino a novantaquattro, sopravvivendo a guerre, assalti, congiure; la più sanguinosa, quella del Fiesco, ispirò drammaturghi come Schiller e filosofi come Rousseau. La sua alleanza con la Spagna di Carlo V ribaltò gli equilibri politici del Mediterraneo e inserì la Repubblica di Genova nella politica internazionale del tempo, facendo dei banchieri genovesi gli arbitri della finanza europea per quasi due secoli. Soprattutto, deve la sua popolarità alle battaglie ingaggiate contro il pirata Barbarossa, il grande rivale che rispettò sempre, perché gli somigliava. Severo con se stesso e con gli altri, condusse vita austera. Mai gli venne meno il coraggio della ragione: fosse solo per questo, merita d'essere ricordato."
Questa è l'introduzione del bellissimo libro di Paolo Lingua "Andrea Doria - Principe e pirata nell'Italia del '500", che ci fanno capire, in poche parole, quale sia l'importanza storica del personaggio che è riuscito nella sua lunga vita a fare da ago della bilancia nei conflitti delle super potenze nel Mediterraneo, portando (o meglio riportando) Genova alla sua funzione di mediatrice marittima ed economica nell'Europa di quel tempo, garantendo alla sua città quella libertà che aveva perso nel corso dei secoli.
Come forse qualcuno avrà notato, il cognome Doria, viene riportato in alcuni casi come D'Oria. Il cognome con l'apostrofo è quello giusto, cioè si dovrebbe scrivere Andrea D'Oria, ma molti storici, per comodità hanno cominciato a scriverlo senza, creando una discreta confusione.
Andrea D'Oria, nacque ad Oneglia nel 1466, da un ramo debole della grande famiglia aristocratica genovese e, proprio per questo motivo, da giovinetto fu inviato a Roma per diventare "cadetto", agli ordini dello Stato Pontificio. Lì iniziò ad apprendere i primi rudimenti dell'arte bellica che gli sarebbero stati di notevole aiuto nel proseguio degli anni, riuscendo anche a trasferire tecniche di guerra terrestri nelle sue numerosissime battaglie navali.
Ma la svolta nella vita di Andrea arrivava dopo i quarant'anni ed è questo il periodo storico che ci interessa maggiormente. In quegli anni le potenze in lotta erano la Francia e la Spagna. Andrea, grazie alle grandi capacità che aveva dimostrato, era stato assunto dal Re di Francia come Ammiraglio della flotta navale, ma, da abile uomo di guerra, presto cambiò idea, per passare sotto l'ala protettrice di Carlo V, l'Imperatore spagnolo. Questo suo passaggio da uno schieramento all'altro fu da molti considerato un atto di tradimento, ma Andrea sapeva che era l'unico modo per riportare a Genova la ricchezza e l'indipendenza. Ecco un brano tratto da "Storia di Genova nei secoli" di Michelangelo Dolcino, che narra questo avvenimento:
"La guerra continuava, nella sua tragica furia. Nel '24 il Re di Francia era sceso in Italia dal Moncenisio, e rioccupata Milano affrontò presso Pavia gli Imperiali; subì una disastrosa sconfitta - il 24 febbraio 1525 - e addirittura finì prigioniero. Condotto a Madrid, passò per Genova e sostò al monastero della Cervara, presso Portofino; ma tornato libero, riprese la lotta, in cui Genova ancora visse angosciosi episodi. Così, nel '25 Andrea Doria tentò la conquista di Genova dal mare, appoggiato a terra dal Marchese di Saluzzo; respinto, divenne "Assentista" del Pontefice e poi della Francia. Un altro tentativo fu operato nel '27 dall'Ammiraglio, coadiuvato questa volta all'interno dai Francesi di Lautrec. Il 19 agosto la città cedeva, e presto aveva un Governatore - arresosi Antoniotto Adorno, ultimo Doge perpetuo, a Cesare Fregoso - nella persona di Teodoro Trivulzio. Una nuova struttura costituzionale veniva delineata, prevedente tra l'altro l'esclusione perpetua dai pubblici uffici di Adorno e Fregoso, quando accadde un evento determinante: il 13 settembre 1528 Andrea Doria, passato allo schieramento imperiale, sbarcava a Genova e vi era accolto come un liberatore. Il 28 ottobre veniva occupata Savona. Presto le sue mura dovevano essere abbattute, e il porto colmato di sassi; la popolazione più non avrebbe potuto riunirsi a parlamento senza il benestare della Dominante. Il Doria era passato a Carlo V con una convenzione firmata a Madrid il 10 agosto. Per volere del Genovese il documento si apriva con tali parole:"Piena indipendenza di Genova e piena sovranità su Savona. Libera facoltà ai genovesi di commerciare in assoluta parità con i sudditi di Carlo V in tutti gli Stati dell'Imperatore". Non mancarono naturalmente gli autori che accusarono il grande "Assentista" di tradimento. Occorre al proposito osservare che al momento dell'ingaggio da parte di Carlo V, il contratto che lo legava alla Francia era scaduto; secondo poi la versione ufficiale del Servizio Storico dello Stato Maggiore Generale della Marina Francese, Andrea Doria era stato privato del suo grado prima di trasferirsi al campo opposto. Manifestazione d'avidità? Rimase la sua volontà, prima di affrontare le clausole che lo riguardavano direttamente, di occuparsi di Genova. "
In questo brano è riportata alcune volte la parola "assentista", questo termine veniva usato per i comandanti navali che si comportavano come i "condottieri" di terraferma, cioè firmando contratti per l'uno o l'altro padrone, portando a chi li assoldava tutti i benefici e tutti i difetti di questi accordi. Tutti gli stati di quell'epoca utilizzavano questi capitani di ventura, tranne Venezia che non volle mai farvi ricorso.
Tornando alla nostra storia, avidità o grande capacità di capire il momento portarono Andrea in una posizione di grande potere, questo fu un vantaggio per lui e per la città, ma anche di estremo pericolo per la sua vita.