Libro primo-2
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| Sotto il grigio
diluvio democratico odierno, che molte belle cose e rare sommerge miseramente, va anche a
poco a poco scomparendo quella special classe di antica nobiltà italica, in cui era
tenuta viva di generazione in generazione una certa tradizion familiare d'eletta cultura,
d'eleganza e di arte. |
| A questa
classe, ch'io chiamerei arcadica perché rese appunto il suo più alto splendore
nell'amabile vita del XVIII secolo, appartenevano gli Sperelli. L'urbanità, l'atticismo,
l'amore delle delicatezze, la predilezione per gli studii insoliti, la curiosità
estetica, la mania archeologica, la galanteria raffinata erano nella casa degli Sperelli
qualità ereditarie. Un Alessandro Sperelli, nel 1466, portò a Federico d'Aragona,
figliuolo di Ferdinando re di Napoli e fratello d'Alfonso duca di Calabria, il codice in
foglio contenente alcune poesia " men rozze " de' vecchi scrittori toscani, che
Lorenzo de' Medici aveva promesso in Pisa nel '65; e quello stesso Alessandro scrisse per
la morte della divina Simonetta, in coro con i dotti del suo tempo, una elegìa latina,
malinconica ed abbandonata a imitazion di Tibullo. Un altro Sperelli, Stefano, nel secolo
medesino, fu in Fiandra, in mezzo alla vita pomposa, alla preziosa eleganza, all'inaudito
fasto borgognone; ed ivi rimase alla corte di Carlo il Temerario, imparentandosi con una
famiglia fiamminga. Un figliuol suo, Giusto, praticò la pittura sotto gli insegnamenti di
Giovanni Gossaert; e insieme col maestro venne in Italia, al seguito di Filippo di
Borgogna ambasciator dell'imperator Massimiliano presso il papa Giulio II, nel 1508.
Dimorò a Firenze, dove il principal ramo della sua stirpe continuava a fiorire; ed ebbe a
secondo maestro Piero di Cosimo, quel giocondo e facile pittore, forte ed armonioso
colorista, che risuscitava liberamente col suo pennello le favole pagane. Questo Giusto fu
non volgare artista; ma consumò tutto il suo vigore in vani sforzi per conciliare la
primitiva educazione gotica con il recente spirito del Rinascimento. Verso la seconda
metà del secolo XVII la casata degli Sperelli si trasportò a Napoli. Ivi nel 1679 un
Bartolomeo Sperelli pubblicò un trattato astrologico De Nativitatibus; nel 1720 un
Giovanni Sperelli diede al teatro un'opera buffa intitolata La Faustina e poi una
tragedia lirica intitolata Progne; nel 1756 un Carlo Sperelli stampò un libro di
versi amatorii in cui molte classiche lascivie erano rimate con l'eleganza oraziana allora
di moda. Miglior poeta fu Luigi, ed uomo di squisita galanteria, alla corte del re
lazzarone e della regina Carolina. Verseggiò con un certo malinconico e gentile
epicureismo, assai nitidamente; ed amò da fino amatore, ed ebbe avventure in copia,
talune celebri, come quella con la marchesa di Bugnano che per gelosia s'avvelenò, e come
quella con la contessa di Chesterfield che morta etica egli pianse in canzoni, odi,
sonetti ed elegìe soavissime sebbene un poco frondose. |
| Il conte Andrea
Sperelli-Fieschi d'Ugenta, unico erede, proseguiva la tradizion familiare. Egli era, in
verità, l'ideal tipo del giovine signore italiano del XIX secolo, il legittimo campione
d'una stirpe di gentiluomini e di artisti elegante, ultimo discendente d'una razza
intelettuale. |
| Egli era, per
così dire, tutto impregnato di arte. La sua adolescenza, nutrita di studii varii e
profondi, parve prodigiosa. Egli alternò, fino a vent'anni, le lunghe letture coi lunghi
viaggi in compagnia del padre e poté compiere la sua straordinaria educazione estetica
sotto la cura paterna, senza restrizioni e constrizioni di pedagoghi. Dal padre appunto
ebbe il gusto delle cose d'arte, il culto passionato della bellezza, il paradossale
disprezzo de' pregiudizi, l'avidità del piacere. |
| Questo padre,
cresciuto in mezzo agli estremi splendori della corte borbonica, sapeva largamente vivere;
aveva una scienza profonda della vita voluttuaria e insieme una certa inclinazione
byroniana al romanticismo fantastico. Lo stesso suo matrimonio era avvenuto in circostanze
quasi tragiche, dopo una furiosa passione. Quindi egli aveva turbata e travagliata in
tutti i modi la pace coniugale. Finalmente s'era diviso dalla moglie ed aveva sempre
tenuto seco il figliuolo, viaggiando con lui per tutta l'Europa. |
| L'educazione
d'Andrea era dunque, per così dire, viva, cioè fatta non tanto su i libri quanto in
conspetto delle realità umane. Lo spirito di lui non era soltanto corrotto dall'alta
cultura ma anche dall'esperimento; e in lui la curiosità diveniva più acuta come più si
allargava la conoscenza. Fin dal principio egli fu prodigo di sé; poiché la grande forza
sensitiva, ond'egli era dotato, non si stancava mai di fornire tesori alle sue
prodigalità. Ma l'espansion di quella sua forza era la distruzione in lui di un'altra
forza, della forza morale che il padre stesso non aveva ritegno a deprimere. Ed
egli non si accorgeva che la sua vita era la riduzion progressiva delle sue facoltà,
delle sue speranze, del suo piacere, quasi una progressiva rinunzia; e che il circolo gli
si restringeva sempre più d'intorno, inesorabilmente sebben con lentezza. |
| Il padre gli
aveva dato, tra le altre, questa massima fondamentale: " Bisogna fare la
propria vita, come si fa un'opera d'arte. Bisogna che la vita d'un uomo d'intelletto sia
opera di lui. La superiorità vera è tutta qui. " |
| Anche, il padre
ammoniva: " Bisogna conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell'ebrezza.
La regola dell'uomo d'intelletto, eccola: - Habere, non haberi. " |
| Anche, diceva:
" Il rimpianto è il vano pascolo d'uno spirito disoccupato. Bisogna sopra tutto
evitare il rimpianto occupando sempre lo spirito con nuove sensazioni e con nuove
imaginazioni. " |
| Ma queste
massime volontarie, che per l'ambiguità loro potevano anche essere interpretate
come alti criterii morali, cadevano appunto in una natura involontaria, in un uomo,
cioè, la cui potenza volitiva era debolissima. |
| Un altro seme
paterno aveva perfidamente fruttificato nell'animo di Andrea: il seme del sofisma. "
Il sofisma " diceva quell'incauto educatore " è in fondo ad ogni piacere e ad
ogni dolore umano. Acuire e moltiplicare i sofismi equivale dunque ad acuire e
moltiplicare il proprio piacere o il proprio dolore. Forse, la scienza della vita sta
nell'oscurare la verità. La parola è una cosa profonda, in cui per l'uomo d'intelletto
son nascoste inesauribili ricchezze. I Greci, artefici della parola, sono infatti i più
squisiti goditori dell'antichità. I sofismi fioriscono in maggior numero al secolo di
Pericle, al secolo gaudioso. " |
| Un tal seme
trovò nell'ingegno malsano del giovine un terreno propizio. A poco a poco, in Andrea la
menzogna non tanto verso gli altri quanto verso sé stesso divenne un abito così aderente
alla conscienza ch'egli giunse a non poter mai essere interamente sincero e a non poter
mai riprendere su sé stesso il libero dominio. |
| Dopo la morte
immatura del padre, egli si trovò solo, a ventun anno, signore d'una fortuna
considerevole, distaccato dalla madre, in balia delle sue passioni e de' suoi gusti.
Rimase quindici mesi in Inghilterra. La madre passò in seconde nozze, con un amante
antico. Ed egli venne a Roma, per predilezione. |
| Roma era il suo
grande amore: non la Roma dei Cesari ma la Roma dei Papi; non la Roma degli Archi, delle
Terme, dei Fòri, ma la Roma delle Ville, delle Fontane, delle Chiese. Egli avrebbe dato
tutto il Colosseo per la Villa Medici, il Campo Vaccino per la Piazza di Spagna, l'Arco di
Tito per la Fontanella delle Tartarughe. La magnificenza principesca dei Colonna, dei
Doria, dei Barberini l'attraeva assai più della ruinata grandiosità imperiale. E il suo
gran sogno era di possedere un palazzo incoronato da Michelangelo e istoriato dai Caracci,
come quello Farnese; una galleria piena di Raffaelli, di Tiziani, di Domenichini, come
quella Borghese; una ville, come quella d'Alessandro Albani, dove i bussi profondi, il
granito rosso d'Oriente, il marmo bianco di Luni, le statue della Grecia, le pitture del
Rinascimento, le memorie stesse del luogo componessero un incanto intorno a un qualche suo
superbo amore. In casa della marchesa d'Ateleta sua cugina, sopra un albo di confessioni
mondane, accanto alla domanda " Che correste voi essere? " egli aveva scritto
" Principe romano ". |
| Giunto a Roma
in sul finir di settembre del 1884, stabilì il suo home nel palazzo Zuccari alla
Trinità de' Monti, su quel dilettoso tepidario cattolico dove l'ombra dell'obelisco di
Pio VI segna la fuga delle Ore. Passò tutto il mese di ottobre tra le cure degli addobbi;
poi, quando le stanze furono ornate e pronte, ebbe nella nuova casa alcuni giorni
d'invincibile tristezza. Era una estate di San Martino, una primavera de' morti, grave e
soave, in cui Roma adagiavasi, tutta quanta d'oro come una città dell'Estreno Oriente,
sotto un ciel quasi latteo, diafano come i cieli che si specchiano ne' mari australi. |
| Quel languore
dell'aria e della luce, ove tutte le cose parevano quasi perdere la loro realità e
divenire immateriali, mettevano nel giovine una prostrazione infinita, un senso
inesprimibile di scontento, di sconforto, di solitudine, di vacuità, di nostalgia. Il
malessere vago proveniva forse anche dalla mutazione del clima, delle abitudini, degli
usi. L'anima converte in fenomeni psichici le impressioni dell'organismo mal definite, a
quella guisa che il sogno trasforma secondo la sua natura gli incidenti del sonno. |
| Certo egli ora
entrava in un novello stadio. - Avrebbe alfin trovato la donna e l'opera capaci
d'impadronirsi del suo cuore e di divenire il suo scopo? - Non aveva dentro di sé
la sicurezza della forza né il presentimento della gloria o della felicità. Tutto
penetrato e imbevuto di arte, non aveva ancóra prodotto nessuna opera notevole. Avido
d'amore e di piacere, non aveva ancóra interamente amato né aveva ancor mai goduto
ingenuamente. Torturato da un Ideale, non ne portava ancóra ben distinta in cima de'
pensieri l'imagine. Aborrendo dal dolore per natura e per educazione, era vulnerabile in
ogni parte, accessibile al dolore in ogni parte. |
| Nel tumulto
delle inclinazioni contraddittorie egli aveva smarrito ogni volontà ed ogni moralità. La
volontà, abdicando, aveva ceduto lo scettro agli istinti; il senso estetico appunto,
sottilissimo e potentissimo e sempre attivo, gli manteneva nello spirito un certo
equilibrio; così che si poteva dire che la sua vita fosse una continua lotta di forze
contrarie chiusa ne' limiti d'un certo equilibrio. Gli uomini d'intelletto, educati al
culto della Bellezza, conservano sempre, anche nelle peggiori depravazioni, una specie di
ordine. La concezion della Bellezza è, dirò così, l'asse del loro essere
interiore, intorno al quale tutte le loro passioni gravitano. |
| Fluttuava
ancóra su quella tristezza il ricordo di Costantia Landbrooke, vagamente, come un profumo
svanito. L'amore di Conny era stato un assai fino amore; ed ella era una molto piacevole
donna. Pareva una creatura di Thomas Lawrence; aveva in sé tutte le minute grazie
feminine che son care a quel pittore dei falpalà, dei merletti, dei velluti, degli occhi
luccicanti, delle bocche semiaperte; era una seconda incarnazione della piccola contessa
di Shaftesbury. Vivace, loquace, mobilissima, prodiga di diminutivi infantili e di risa
scampanellanti, facile alle tenerezze improvvise, alle malinconie subitanee, alle rapide
ire, ella portava nell'amore molto movimento, molta varietà, molti capricci. La sua
qualità più amabile era la freschezza, una freschezza tenace, continua, di tutte le ore.
Quando si svegliava, dopo una notte di piacere, ella era tutta fragrante e monda come se
uscisse allora dal bagno. La figura di lei, infatti, tornava nella memoria di Andrea
specialmente con un'attitudine; con i capelli in parte sciolti sul collo e raccolti in
parte al sommo del capo da un pettine fatto di greche d'oro; con l'iride degli
occhi natante nel bianco, come una viola pallida nel latte; con la bocca aperta, rorida,
tutta illuminata da' denti ridenti nel sangue roseo delle gengive; all'ombra delle cortine
che diffondevano sul letto un albore tra glauco ed argenteo, simile alla luce d'un antro
maritimo. |
| Ma il
cinguettio melodioso di Conny Landbrooke era passato su l'animo di Andrea come una di
quelle musiche leggere che lascian per qualche tempo nella mente un ritornello. Più d'una
volta ella gli aveva detto, in qualche sua malinconia vespertina, con gli occhi velati di
lacrime: " I know you love me not... " Egli, infatti, non l'amava, non
n'era pago. Il suo ideale muliebre era men nordico. Idealmente, egli si sentiva attratto
da una di quelle cortigiane del secolo XVI che sembrano portar sul volto non so qual velo
magico, non so qual transparente maschera incantata, direi quasi un oscuro fascino
notturno, il divino orrore della Notte. |
| Incontrando la
duchessa di Scerni, Donna Elena Muti, egli pensò: " Ecco la mia donna. "
Tutto il suo essere ebbe una sollevazione di gioia, nel presentimento del possesso. |
| Fu il primo
incontro in casa della marchesa d'Ateleta. Questa cugina d'Andrea nel palazzo Roccagiovine
aveva saloni molto frequentati. Ella attraeva specialmente per la sua arguta giocondità,
per la libertà de' suoi motti, per il suo infaticabile sorriso. I lineamenti gai del
volto rammentavano certi profili feminini ne' disegni del Moreau giovine, nelle vignette
del Gravelot. Ne' modi, ne' gusti, nelle fogge del vestire ella aveva qualche cosa di
pompadouresco, non senza una lieve affettazione, poiché era legata da una singolar
somiglianza alla favorita di Luigi XV. |
| Il mercoledì
d'ogni settimana Andrea Sperelli aveva un posto alla mensa della marchesa. Un martedì a
sera, in un palco del Teatro Valle, la marchesa gli aveva detto, ridendo: |
| - Bada di non
mancare, Andrea, domani. Abbiamo tra gli invitati una persona interessante, anzi fatale.
Premunisciti però contro la malia... Tu sei in un momento di debolezza. |
| Egli le aveva
risposto, ridendo: |
| - Verrò
inerme, se non ti dispiace, cugina; anzi in abito di vittima. E' un abito di richiamo, che
porto da molte sere; inutilmente, ahimè! |
| - Il sacrificio
è prossimo, cugino mio. |
| - La vittima è
pronta. |
| La sera
seguente, egli venne al palazzo Roccagiovine alcuni minuti prima dell'ora consueta, avendo
una mirabile gardenia all'occhiello e una inquietudine vaga in fondo all'anima. Il suo coupé
si fermò innanzi alla porta, perché l'androne era già occupato da un'altra carrozza. Le
livree, i cavalli, tutta la cerimonia che accompagnava la discesa della signora, avevano
l'impronta della grande casata. Il conte intravide una figura alta e svelta,
un'acconciatura tempestata di diamanti, un piccolo piede che si posò sul gradino. Poi,
come anch'egli saliva la scala, vide la dama alle spalle. |
| Ella saliva
d'innanzi a lui, lentamente, mollemente, con una specie di misura. Il mantello foderato
d'una pelliccia nivea come la piuma de' cigni, non più retto dal fermaglio, le si
abbandonava intorno al busto lasciando scoperte le spalle. Le spalle emergevano pallide
come l'avorio polito, divise da un solco morbido, con le scapule che nel perdersi dentro i
merletti del busto avevano non so qual curva fuggevole, quale dolce declinazione di ali; e
su dalle spalle svolgevasi agile e tondo il collo; e dalla nuca i capelli, come ravvolti
in una spira, piegavano al sommo della testa e vi formavano un nodo, sotto il morso delle
forcine gemmate. |
| Quell'armoniosa
ascensione della dama sconosciuta dava agli occhi d'Andrea un diletto così vivo ch'egli
si fermò un istante, sul primo pianerottolo, ad ammirare. Lo strascico faceva su i
gradini un fruscìo forte. Il servo caminava indietro, non su i passi della sua signora
lungo la guida di tappeto rosso, ma da un lato, lungo la parete, con una irreprensibile
compostezza. Il contrasto tra quella magnifica creatura e quel rigido automa era assai
bizzarro. Andrea sorrise. |
| Nell'anticamera,
mentre il servo prendeva il mantello, la dama gittò uno sguardo rapidissimo al giovine
ch'entrava. Questi udì annunziare: |
| - Sua
Eccellenza la duchessa di Scerni! |
| Sùbito dopo: |
| - Il signor
conte Sperelli-Fieschi d'Ugenta! |
| E gli piacque
che il suo nome fosse pronunziato accanto al nome di quella donna. |
| Nel salone
erano già il marchese e la marchesa d'Ateleta, il barone e la baronessa d'Isola, Don
Filippo del Monte. Il fuoco ardeva nel caminetto; alcuni divani erano disposti nel raggio
del calore; quattro musae dalle larghe foglie venate di sanguigno si protendevano
su le spalliere basse. |
| La marchesa,
facendosi incontro ai due sopraggiunti, disse con quel suo bel riso inestinguibile: |
| - Per
l'amabilità del caso, non c'è più bisogno di presentazione tra voi due. Cugino
Sperelli, inchinatevi alla divina Elena. |
| Andrea
s'inchinò profondamente. La duchessa gli offrì la mano, con un gesto di grazia,
guardandolo negli occhi. |
| - Son molto
lieta di vedervi, conte. Mi parlò tanto di voi, a Lucerna, l'estate scorsa, un vostro
amico: Giulio Musèllaro. Ero, confesso, un po' curiosa... Musèllaro anche mi diede a
leggere la rarissima vostra Favola d'Ermafrodito e mi regalò la vostra acquaforte
del Sonno, una prova avanti lettera, un tesoro. Voi avete in me un'ammiratrice
cordiale. Ricordatevi. |
| Ella parlava
con qualche pausa. Aveva la voce così insinuante che quasi dava la sensazione d'una
carezza carnale; e aveva quello sguardo involontariamente amoroso e voluttuoso che turba
tutti gli uomini e ne accende d'improvviso la brama. |
| Un servo
annunziò: |
| - Il cavalier
Sakumi! |
| Ed apparve
l'ottavo ed ultimo commensale. |
| Era il
segretario della Legazione giapponese, piccolo di statura, giallognolo, con i pomelli
sporgenti, con gli occhi lunghi ed obliqui, venati di sangue, su cui le palpebre battevano
di continuo. Aveva il corpo troppo grosso in paragon delle gambe troppo sottili; e
camminava con le punte de' piedi in dentro, come se una cintura gli stringesse forte le
anche. Le falde della sua giubba erano troppo abondanti; i calzoni facevano una quantità
di pieghe; la cravatta portava assai visibili i segni della mano inesperta. Egli pareva un
daimio cavato fuori da una di quelle armature di ferro e di lacca che somiglian
gusci di crostacei mostruosi e poi ficcato ne' panni d'un tavoleggiante occidentale. Ma,
pur nella sua goffagine, aveva un'espressione arguta, una specie di finezza ironica agli
angoli della bocca. |
| A mezzo del
salone, s'inchinò. Il gibus gli cadde di mano. |
| La baronessa
d'Isola, una bionda piccoletta, dalla fronte tutta coperta di riccioli, graziosa e
smorfiosa come una giovine bertuccia, disse con la sua voce acuta: |
| - Venite qua,
Sakumi, qua, accanto a me! |
| Il cavaliere
giapponese s'inoltrava reiterando i sorrisi e gli inchini. |
| - Vedremo
stasera la principessa Issé? - gli domandò Donna Francesca d'Ateleta, che piacevasi di
raccogliere ne' suoi saloni i più bizzarri esemplari delle colonie esotiche in Roma per
amor della varietà pittoresca. |
| L'Asiatico
parlava una lingua barbarica, appena intelligibile, mista d'inglese, di francese e
d'italiano. |
| Tutti, a un
punto, parlavano. Era quasi un coro, di mezzo a cui si levavano di tratto in tratto, come
zampilli d'argento, le fresche risa della marchesa. |
| - Io vi ho
certo veduta un'altra volta; non so più dove, non so più quando, ma vi ho certo veduta -
diceva Andrea Sperelli alla duchessa, ritto in piedi d'innanzi a lei. - Su per le scale,
mentre vi guardavo salire, nel fondo della mia memoria si risvegliava un ricordo
indistinto, qualche cosa che prendeva forma seguendo il ritmo di quel vostro salire, come
un'imagine nascente da un'aria di musica... Non son giunto ad aver limpido il ricordo; ma,
quando vi siete voltata, ho sentito che il vostro profilo aveva una non dubbia rispondenza
con quella imagine. Non poteva essere una divinazione; era dunque un oscuro fenomeno della
memoria. Io vi ho certo veduta, un'altra volta. Chi sa! Forse in un sogno, forse in una
creazione d'arte, forse anche in un diverso mondo, in una esistenza anteriore... |
| Pronunziando
queste ultime frasi troppo sentimentali e chimeriche, egli rise apertamente come per
prevenire un sorriso o incredulo o ironico della dama. Elena invece rimase grave. |
| "
Ascoltava ella o pensava ad altro? Accettava ella quella specie di discorsi o voleva con
quella serietà prendersi gioco di lui? Intendeva ella di secondare l'opera di seduzione
iniziata da lui così sollecitamente o si chiudeva nell'indifferenza e nel silenzio
incurante? Era ella, insomma, una donna per lui espugnabile o no? " Andrea,
perplesso, interrogava il mistero. A quanti hanno l'abitudine della seduzione,
specialmente ai temerarii, è nota questa perplessità che certe donne sollevano tacendo. |
| Un servo aprì
la grande porta che dava nella sala da pranzo. |
| La marchesa
mise il suo braccio sotto quello di Don Filippo del Monte e diede l'esempio. Gli altri
seguirono. |
| - Andiamo -
disse Elena. |
| Parve ad Andrea
che ella gli si appoggiasse con un po' di abbandono. " Non era un'illusione del suo
desiderio? Forse. " Egli pendeva nel dubbio; ma, ad ogni attimo che passava, si
sentiva più a dentro conquistare dalla malia dolcissima; ad ogni attimo gli cresceva
l'ansietà di penetrare l'animo della donna. |
| - Cugino, qui -
disse Donna Francesca assegnandogli il posto. |
| Nella tavola
ovale, egli stava tra il barone d'Isola e la duchessa di Scerni, avendo di fronte il
cavaliere Sakumi. Il quale stava tra la baronessa d'Isola e Don Filippo del Monte. Il
marchese e la marchesa occupavano i capi. Su la mensa le porcellane, le argenterie, i
cristalli, i fiori scintillavano. |
| Assai poche
dame potevan gareggiare con la marchesa d'Ateleta nell'arte di dar pranzi. Ella metteva
più cura nella preparazione di una mensa che in un abbigliamento. La squisitezza del suo
gusto appariva in ogni cosa; ed ella era, in verità, l'arbitra delle eleganze conviviali.
Le sue fantasie e le sue raffinatezze si propagavano per tutte le tavole della nobiltà
quirite. Ella, appunto, in quell'inverno aveva introdotta la moda delle catene di fiori
sospese dall'un capo all'altro, fra i grandi candelabri; ed anche la moda dell'esilissimo
vaso di Murano, latteo e cangiante come l'opale, con entro una sola orchidea, messo tra i
varii bicchieri innanzi a ciascun convitato. |
| - Fior
diabolico - disse Donna Elena Muti, prendendo il vaso di vetro e osservando da vicino
l'orchidea sanguigna e difforme. |
| Ella aveva la
voce così ricca di suono che anche le parole più volgari e le frasi più comuni parevano
prendere su la sua bocca non so qual significato occulto, non so qual misterioso accento e
qual grazia nuova. Alla guisa medesima il re frigio faceva d'oro quantunque cosa ei
toccasse con la mano. |
| - Fiore
simbolico, tra le vostre dita - mormorò Andrea, guardando la dama che in quell'attitudine
era sovrammirabile. |
| La dama vestiva
un tessuto d'un color ceruleo assai pallido, sparso di punti d'argento, che brillava di
sotto ai merletti antichi di Burano bianchi d'un bianco indefinibile, pendente un poco nel
fulvo ma tanto poco che appena pareva. Il fiore, quasi innaturale, come generato da un
malefizio, ondeggiava in sul gambo, fuor di quel fragile tubo che certo l'artefice avea
foggiato con un soffio in una gemma liquefatta. |
| - Ma io
preferisco le rose - disse Elena, posando l'orchidea, con un atto di repulsione che faceva
contrasto al suo precedente moto di curiosità. |
| Poi si gettò
nella conversazione generale. Donna Francesca parlava dell'ultimo ricevimento
all'Ambasciata d'Austria. |
| - Vedesti
Madame de Cahen? - le chiese Elena. - Aveva un abito di tulle giallo tempestato di
non so quanti colibrì con gli occhi di rubino. Una magnifica uccelliera danzante... E
Lady Ouless, la vedesti? Aveva una vesta di tarlatane bianca, tutta sparsa di alghe
marine e di non so che pesci rossi, e su l'alghe e su i pesci una seconda vesta di tarlatane
verderame. Non la vedesti? Un acquario di bellissimo effetto... |
| Ed ella, dopo
le piccole maldicenze, rideva d'un riso cordiale che le dava un tremolio alla parte
inferiore del mento e alle narici. |
| D'innanzi a
quella volubilità incomprensibile, Andrea rimaneva ancor titubante. Quelle cose frivole o
maligne uscivano dalle stesse labbra che allora allora, pronunziando una frase
semplicissima, l'avevan turbato fin nel profondo; uscivano dalle stesse labbra che allora
allora, tacendo, eragli parsa la bocca della Medusa di Leonardo, umano fiore dell'anima
divinizzato dalla fiamma della passione e dall'angoscia della morte. " Qual era
dunque la vera essenza di quella creatura? Aveva ella percezione e conscienza della sua
metamorfosi costante o era ella impenetrabile anche a sé stessa, rimanendo fuori dal
proprio mistero? Quanto nelle sue espressioni e manifestazioni entrava d'artificio e
quanto di spontaneità? " Il bisogno di conoscere lo pungeva anche fra la delizia in
lui effusa dalla vicinanza della donna ch'egli incominciava ad amare. La trista
consuetudine dell'analisi l'incitava pur sempre, gli impediva pur sempre di obliarsi; ma
ogni tentativo era punito, come la curiosità di Psiche, dall'allontanamento dell'amore,
dall'offuscamento dell'oggetto vagheggiato, dalla cessazion del piacere. " Non era
meglio, invece, abbandonarsi ingenuamente alla prima ineffabile dolcezza dell'amor che
nasceva? " Egli vide Elena nell'atto di bagnare le labbra in un vino biondo come un
miele liquido. Scelse tra i bicchieri quello ove il servo aveva versato un egual vino; e
bevve con Elena. Ambedue, nel tempo medesimo, posarono su la tovaglia il cristallo. La
comunità dell'atto fece volgere l'una verso l'altro. E lo sguardo li accese ambedue, più
assai del sorso. |
| - Non parlate?
- chiesegli Elena, con un'affettazione di leggerezza, che le alterava un poco la voce. -
Corre fama voi siate uno squisitissimo parlatore... Scuotetevi, dunque! |
| - Ah, cugino,
cugino! - esclamò Donna Francesca, con un'aria di commiserazione, mentre Don Filippo del
Monte le mormorava qualche cosa nell'orecchio. |
| Andrea si mise
a ridere. |
| - Cavaliere
Sakumi, noi siamo i taciturni. Scuotiamoci! |
| All'Asiatico
scintillarono di malizia i lunghi occhi, ancor più rosseggianti sul rossor fosco che i
vini gli accendevano ai pomelli. Fino a quel momento, egli aveva guardato la duchessa di
Scerni, con l'espressione estatica d'un bonzo che sia nel conspetto della divinità. La
sua larga faccia, che pareva uscita fuori da una pagina classica del gran figuratore
umorista O-kou-sai, rosseggiava come una luna d'agosto, tra le catene de' fiori. |
| - Sakumi -
soggiunse a bassa voce Andrea, chinandosi verso Elena - è innamorato. |
| - Di chi? |
| - Di voi. Non
ve ne siete accorta? |
| - No. |
| - Guardatelo. |
| Elena si volse.
E l'amorosa contemplazione del daimio travestito le chiamò alle labbra un riso
così aperto che quegli si sentì ferire e restò visibilmente umiliato. |
| - Tenete - ella
disse per compensarlo; e, spiccando dal festone una camelia bianca, la gittò all'inviato
del Sol Levante. - Trovate una similitudine, in mia lode. |
| L'Asiatico
portò la camelia alle labbra, con un gesto comico di divozione. |
| - Ah, Ah,
Sakumi, - fece la piccola baronessa d'Isola - voi mi siete infedele! |
| Egli balbettò
qualche parola, accendendosi anche più nel volto. Tutti ridevano, liberamente, come se
quello straniero fosse stato invitato appunto per dare agli altri argomento di gioco. E
Andrea, ridendo, si volse alla Muti. |
| Ella tenendo il
capo sollevato, anzi piegato indietro un poco, guardava il giovine furtivamente, di fra le
palpebre socchiuse, con uno di quegli indescrivibili sguardi della donna, che paiono
assorbire e quasi direi bevere dall'uom preferito tutto ciò che in lui è più amabile,
più desiderabile, più godibile, tutto ciò che in lei ha destata quella istintiva
esaltazion sessuale da cui ha principio la passione. I lunghissimi cigli velavano l'iride
inclinata all'angolo dell'orbita; e il bianco nuotava come in una luce liquida, un po'
azzurra; e un tremolio quasi impercettibile moveva la palpebra inferiore. Pareva che il
raggio dello sguardo andasse alla bocca di Andrea, come alla cosa più dolce. |
| Elena era
presa, infatti, da quella bocca. Pura di forma, accesa di colore, gonfia di sensualità,
con un'espressione un po' crudele quando rimaneva serrata, quella bocca giovenile
ricordava per una singolar somiglianza il ritratto del gentiluomo incognito ch'è nella
Galleria Borghese, la profonda e misteriosa opera d'arte in cui le imaginazioni
affascinate credetter ravvisare la figura del divino Cesare Borgia dipinta dal divino
Sanzio. Quando le labbra si aprivano al riso, quell'espressione fuggiva; e i denti bianchi
quadri, eguali, d'una straordinaria lucentezza, illuminavano una bocca tutta fresca e
gioconda come quella d'un fanciullo. |
| Appena Andrea
si volse, Elena ritrasse lo sguardo; ma non così presto che il giovine non ne cogliesse
il baleno. N'ebbe egli una gioia così forte che sentì salire alle gote una fiamma.
" Ella mi vuole! Ella mi vuole! " pensò, esultando, nella certezza d'aver già
conquistata la rarissima creatura. Ed anche pensò: " E' un piacere non mai
provato. " |
| Ci sono certi
sguardi di donna che l'uomo amante non iscambierebbe con l'intero possesso del corpo di
lei. Chi non ha veduto accendersi in un occhio limpido il fulgore della prima tenerezza
non sa la più alta delle felicità umane. Dopo, nessun altro attimo di gioia eguaglierà
quell'attimo. |
| Elena domandò,
mentre intorno la conversazione facevasi più viva: |
| - Restereta a
Roma tutto l'inverno? |
| - Tutto
l'inverno, e oltre - rispose Andrea, a cui quella semplice domanda parve chiudere una
promessa d'amore. |
| - Avete dunque
una casa? |
| - Casa Zuccari:
domus aurea. |
| - Alla Trinità
de' Monti? Voi felice! |
| - Perché
felice? |
| - Perché voi
abitate in un luogo ch'io prediligo. |
| - V'è
raccolta, è vero? come un'essenza in un vaso, tutta la sovrana dolcezza di Roma. |
| - E' vero! Tra
l'obelisco della Trinità e la colonna della Concezione è sospeso ex-voto il mio
cuore cattolico e pagano. |
| Ella rise di
quella frase. Egli aveva pronto un madrigale intorno il cuor sospeso, ma non lo profferì;
perché gli spiaceva di prolungare il dialogo su quel tono falso e leggero e di disperdere
così l'intimo suo godimento. Tacque. |
| Ella rimase un
poco pensosa. Poi, di nuovo, si gittò nella conversazione generale, con una vivacità
anche maggiore, profondendo i motti e le risa, facendo scintillare i suoi denti e le sue
parole. Donna Francesca mordeva un poco la principessa di Ferentino, non senza finezza,
accennando all'avventura lesbica di lei con Giovenella Daddi. |
| - A proposito,
la Ferentino annunzia per l'Epifania un'altra fiera di beneficenza - disse il barone
d'Isola. - Non ne sapete ancóra nulla? |
| - Io sono
patronessa - rispose Elena Muti. |
| - Voi siete una
patronessa preziosa - fece Don Filippo del Monte, un uomo quarantenne, quasi tutto calvo,
sottile aguzzatore di epigrammi, che portava sul volto una specie di maschera socratica in
cui l'occhio destro scintillava mobilissimo per mille diverse espressioni e il sinistro
rimaneva sempre immobile e quasi vetrificato sotto la lenta rotonda, come se l'uno
servisse per esprimere e l'altro per vedere. - Nella Fiera di maggio, riceveste una nuvola
d'oro. |
| - Ah, la Fiera
di maggio! Una follia - esclamò la marchesa d'Ateleta. |
| Come i servi
venivan mescendo vin ghiacciato di Sciampagna, ella soggiunse: |
| - Ti ricordi,
Elena? I nostri banchi erano vicini. |
| - Cinque luigi
per sorso! Cinque luigi per morso! - si mise a gridare Don Filippo del Monte, imitando per
gioco la voce di un banditore. |
| La Muti e
l'Ateleta ridevano. |
| - Già, già è
vero. Voi gittavate il bando, Filippo - disse Donna Francesca. - Peccato che tu non ci
fossi, cugino mio! Per cinque luigi avresti mangiato un frutto segnato prima da' miei
denti e per altri cinque luigi avresti bevuto Champagne nel concavo delle mani
d'Elena. |
| - Che scandalo!
- interruppe la baronessa d'Isola, con una smorfietta d'orrore. |
| - Ah, Mary! E
tu non vendevi le sigarette accese prima da te, e molto inumidate, per un luigi? - fece
Donna Francesca, sempre ridendo. |
| E Don Filippo: |
| - Io vidi
qualche cosa di meglio. Leonetto Lanza ottenne dalla contessa di Lùcoli, per non so
quanto, un sigaro d'avana ch'ella aveva tenuto sotto l'ascella... |
| - Ohibò! -
interruppe di nuovo la piccola baronessa, comicamente. |
| - Ogni opera di
carità è santa - sentenziò la marchesa. - Io, a furia di morsi nelle frutta, misi
insieme circa dugento luigi. |
| - E voi? -
chiese Andrea Sperelli alla Muti, sorridendo a mala pena. - E voi, con la vostra coppa
carnale? |
| - Io, dugento
settanta. |
| Così
motteggiavano tutti, tranne il marchese. Questo Ateleta era un uomo già vecchio, afflitto
da una sordità incurabile, bene incerettato, dipinto d'un color biondastro, artefatto dal
capo a' piedi. Pareva uno di quei personaggi finti che si vedono ne' gabinetti di figure
in cera. Ogni tanto, quasi sempre male a proposito, metteva fuori una specie di risolino
secco che pareva lo stidore d'una macchinetta arruginita ch'egli avesse dentro il corpo. |
| - Ma, a un
certo punto, il prezzo del sorso arrivò a dieci luigi. Capite? - soggiunse Elena. - E
all'ultimo quel matto di Galeazzo Secìnaro venne ad offrirmi un biglietto da cinquecento
lire chiedendo in cambio ch'io m'asciugassi le mani alla sua barba bionda... |
| Il finale del
pranzo era, come sempre in casa d'Ateleta, splendidissimo; poiché il vero lusso d'una
mensa sta nel dessert. Tutte quelle squisite e rare cose dilettavano la vista,
oltre il palato, disposte con arte in piatti di cristallo guarniti d'argento. I festoni
intrecciati di camelie e di violette s'incurvavano tra i pampinosi candelabri del XVIII
secolo animati dai fauni e dalle ninfe. E i fauni e le ninfe e le altre leggiadre forme di
quella mitologia acadica, e i Silvandri e le Filli e le Rosalinde animavan della lor
tenerazze, su le tappezzerie delle pareti, un di que' chiari paesi citerèi ch'esciron
dalla fantasia d'Antonio Watteau. |
| La leggera
eccitazione erotica, che prende gli spiriti al termine d'un pranzo ornato di donne e di
fiori, rivelavasi nelle parole, rivelavasi ne' ricordi di quella Fiera di maggio ove le
dame spinte da una emulazione ardente a raccogliere la maggior possibile somma nel loro
ufficio di venditrici, avevano attirato i compratori con inaudite temerità. |
| - Accettaste? -
chiese Andrea Sperelli alla duchessa. |
| - Sacrificai le
mie mani alla Beneficenza - ella rispose. - Venticinque luigi di più! |
| - All the
perfumes of Arabia will not sweeten this little hand... |
| Egli rideva,
ripetendo le parole di Lady Macbeth, ma in fondo a lui era una sofferenza confusa, un
tormento non bene definito, che somigliava la gelosia. Gli appariva ora, all'improvviso,
quel non so che di eccessivo e quasi direi di cortigianesco onde in qualche momento
offuscavasi la gran maniera della gentildonna. Da certi suoni della voce e del riso, da
certi gesti, da certe attitudini, da certi sguardi ella esalava, forse involontariamente,
un fascino troppo afrodisiaco. Ella dispensava con troppa facilità il godimento visuale
delle sue grazie. Di tratto in tratto, alla vista di tutti, forse involontariamente, ella
aveva una movenza o una posa o una espressione che nell'alcova avrebbe fatto fremere un
amante. Ciascuno, guardandola, poteva rapirle una scintilla di piacere, poteva involgerla
d'imaginazioni impure, poteva indovinarne le segrete carezze. Ella pareva creata, in
verità, soltanto ad esercitare l'amore; - e l'aria ch'ella respirava era sempre accesa
dai desiderii sollevati intorno. |
| " Quanti
l'han posseduta? " pensò Andrea. " Quanti ricordi ella serba, della carne e
dell'anima? " |
| Il cuore gli si
gonfiava come d'un'onda amara, in fondo a cui per sempre bolliva quella sua tirannica
intolleranza d'ogni possesso imperfetto. E non sapeva distogliere gli occhi dalle mani
d'Elena. |
| In quella mani
incomparabili, morbide e bianche, d'una transparenza ideale, segnata d'una trama di vene
glauche appena visibile; in quelle palme un poco incavate e ombreggiate di rose, ove un
chiromante avrebbe trovato oscuri intrichi, avevano bevuto, dieci, quindici, venti uomini,
l'un dopo l'altro, a prezzo. Egli vedeva le teste di quegli uomini sconosciuti
chinarsi e suggere il vino. Ma Galeazzo Secìnaro era uno de' suoi amici: bello e
gagliardo signore, imperialmente barbato come un Lucio Vero, rivale temibile. |
| Allora, sotto
l'incitazione di quelle imagini, la cupidigia gli crebbe così fiera e l'invase una
impazienza così tormentosa che il termine del pranzo gli pareva non giungesse più mai.
" Io avrò da lei, in questa sera medesima, la promessa " pensò. Dentro, lo
pungeva un'ansietà come di chi tema vedersi fuggire un bene a cui molti emuli mirano. E
l'incurabile e insaziabile vanità gli rappresentava l'ebrezza della vittoria. Certo,
quanto più la cosa da un uom posseduta suscita negli altri l'invidia e la brama, tanto
più l'uomo ne gode e n'è superbo. In questo appunto è l'attrattivo delle donne di palco
scenico. Quando tutto il teatro risona di applausi e fiammeggia di desiderii, quegli che
solo riceve lo sguardo e il sorriso della diva si sente inebriare dall'orgoglio come da
una tazza di vin troppo forte e smarrisce la ragione. |
| - Tu che sei
una innovatrice - diceva la Muti rivolgendosi a Donna Francesca, mentre bagnava le dita
nell'acqua tiepida d'un vaso di cristallo azzurro orlato d'argento - dovresti rimmeter
l'uso del dare acqua alle mani col mesciroba e col bacino antico, fuor di tavola. Questa
modernità è brutta. Non vi pare, Sperelli? |
| Donna Francesca
si levò. Tutti la imitarono. Andrea offerse il braccio a Elena, inchinandosi, ed ella lo
guardò, senza sorridere, mentre posava il braccio nudo su quello di lui lentamente. Le
sue ultime parole erano state gaie e leggere; quello sguardo invece era così grave e
profondo che il giovine si sentì prendere l'anima. |
| - Andate - ella
chiese - andate domani sera al ballo dell'Ambasciata di Francia? |
| - E voi? -
chiese a sua volta Andrea. |
| - Io, sì. |
| - Io, sì. |
| Sorrisero, come
due amanti. Ed ella soggiunse, mentre sedeva: |
| - Sedete. |
| Il divano era
discosto dal caminetto, lungo la coda del pianoforte che le pieghe ricche d'una stoffa
celavano in parte. Una gru di bronzo, a una estremità, reggeva nel becco levato un piatto
sospeso a tre catenelle, come quel d'una bilancia; e il piatto conteneva un libro nuovo e
una piccola sciabola giapponese, un waki-zashi, ornato di crisantemi d'argento
nella guaina, nella guardia, nell'elsa. |
| Elena prese il
libro ch'era a metà intonso; lesse il titolo; poi lo ripose nel piatto che ondeggiò. La
sciabola cadde. Come ella ed Andrea si chinavano nel tempo medesimo per raccoglierla, le
loro mani s'incontrarono. Ella, rialzatasi, esaminò la bell'arma curiosamente; e le
tenne, mentre Andrea le parlava di quel nuovo libro di romanzo e s'insinuava in argomenti
generali d'amore. |
| - Perché mai
rimanete così lontano dal " gram pubblico "? - gli domandò ella. - Avete
giurato fedeltà ai " Venticinque Esemplari "? |
| - Sì, per
sempre. Anzi il mio sogno è l'" Esemplare Unico " da offerire alla " Donna
Unica ". In una società democratica com'è la nostra, l'artefice di prosa o di verso
deve rinunziare ad ogni benefizio che non sia di amore. Il lettor vero non è già chi mi
compra ma chi mi ama. Il lettor vero è dunque la dama benevolente. Il lauro non ad altro
serve che ad attirare il mirto... |
| - Ma la gloria? |
| - La vera
gloria è postuma, e quindi non godibile. Che importa a me d'avere, per esempio, cento
lettori nell'isola dei Sardi ed anche dieci ad Empoli e cinque, mettiamo, ad Orvieto? E
qual voluttà mi viene dall'essere conosciuto quanto il confettiere Tizio od il profumiere
Caio? Io, autore, andrò nel conspetto dei posteri armato come potrò meglio; ma io, uomo,
non desidero altra corona di trionfo che una... di belle braccia ignude. |
| Egli guardò le
braccia di Elena, scoperte insino alla spalla. Erano così perfette nell'appiccatura e
nella forma che richiamavano la similitudine firenzuolesca del vaso antico " di mano
di buon maestro " e tali dovevano essere " quelle di Pallade quando era innanzi
al pastore ". Le dita vagavano su le cesellature dell'arma; e l'unghie lucenti
parevan continuare la finezza delle gemme che distinguevano le dita. |
| - Voi, se non
erro, - disse Andrea, involgendo lei del suo sguardo come d'una fiamma - dovete avere il
corpo della Danae del Correggio. Lo sento, anzi, lo veggo, dalla forma delle vostre mani. |
| - Oh, Sperelli! |
| - Non imaginate
voi dal fiore la intera figura della pianta? Voi siete, certo, come la figlia d'Acrisio,
che riceve la nuvola d'oro, non quella della Fiera di maggio, ohibò! Conoscete il quadro
della Galleria Borghese? |
| - Lo conosco. |
| - Mi sono
ingannato? |
| - Basta,
Sperelli: vi prego. |
| - Perché? |
| Ella tacque.
Ormai ambedue sentivano avvicinarsi il cerchio che doveva chiuderli e stringerli insieme
rapidamente. Né l'una né l'altro aveva conscienza di quella rapidità. Dopo due o tre
ore dal primo vedersi, già l'una si dava all'altro, in ispirito; e la scambievole
dedizione pareva naturale. |
| Ella disse,
dopo un intervallo, senza guardarlo: |
| - Siete molto
giovine. Avete già molto amato? |
| Egli rispose
con un'altra domanda. |
| - Credete voi
che ci sia più nobiltà di animo e di arte ad imaginare in una sola unica donna tutto
l'Eterno feminino, oppure che un uomo di spiriti sottili ed intensi debba percorrere tutte
le labbra che passano, come le note d'un clavicembalo ideale, finché trovi l'Ut gaudioso? |
| - Io non so. E
voi? |
| - Neanche io so
risolvere il gran dubbio sentimentale. Ma, per istinto, ho percorso il clavicembalo; e
temo d'aver trovato l'Ut, a giudicare almeno dall'avvertimento interiore. |
| - Temete? |
| - Je crains
ce que j'espère. |
| Egli parlava
con naturalezza quel linguaggio manierato, quasi estenuando nell'artifizio delle parole la
forza del suo sentimento. Ed Elena si sentiva dalla voce di lui prendere come in una rete
e trarre fuor della vita che movevasi a torno. |
| - Sua
Eccellenza la principessa di Micigliano! - annunziava il servo. |
| - Il signor
conte di Gissi! |
| - Madame
Chrysoloras! |
| - Il signor
marchese e la signora marchesa Massa d'Albe! |
| I saloni si
popolavano. Lunghi strascichi lucenti passavano sul tappeto purpureo; fuor de' busti
constellati di diamanti, ricamati di perle, avvivati di fiori, emergevano le spalle nude;
le capigliature scintillavano quasi tutte di que' meravigliosi gioielli ereditarii che
fanno invidiata la nobiltà di Roma. |
| - Sua
Eccellenza la principessa di Ferentino! |
| - Sua
Eccellenza il duca di Grimiti! |
| Già si
formavano i diversi gruppi, i diversi focolari della malignità e della galanteria. Il
gruppo maggiore, tutto composto di uomini, stava presso il pianoforte, intorno la duchessa
di Scerni ch'erasi levata in piedi per tener testa a quella specie d'assedio. La Ferentino
si avvicinò a salutare l'amica con un rimprovero. |
| - Perché non
sei venuta oggi da Ninì Santamarta? Ti aspettavamo. |
| Ella era alta e
magra, con due strani occhi verdi che parevan lontani in fondo alle occhiaie oscure.
Vestiva di nero, con una scollatura a punta sul petto e sulle spalle; portava tra i
capelli, d'un biondo cinereo, una gran mezzaluna di brillanti, a simiglianza di Diana, e
agitava un gran ventaglio di piume rosse, con gesti repentini. |
| - Ninì va
stasera da Madame Van Huffel. |
| - Anch'io
andrò, più tardi, per un poco - disse la Muti. - La vedrò. |
| - Oh, Ugenta, -
fece la principessa, volgendosi ad Andrea - vi cercavo per rammentarvi il nostro
appuntamento. Domani è giovedì. La vendita del cardinale Immenraet comincia domani, a
mezzogiorno. Venite a prendermi all'una. |
| - Non
mancherò, principessa. |
| - Bisogna ch'io
porti via quel cristallo di ròcca ad ogni costo. |
| - Avrete però
qualche competitrice. |
| - Chi? |
| - Mia cugina. |
| - E poi? |
| - Me - disse la
Muti. |
| - Te? Vedremo. |
| I cavalieri
intorno chiedevano schiarimenti. |
| - Una contesa
di dame del XIX secolo, per un vaso di cristallo di ròcca già appartenuto a Niccolò
Niccoli; su quel vaso è intagliato il troiano Anchise che scioglie un de' calzari di
Venere Afrodite - annunziò solennemente Andrea Sperelli. - Lo spettacolo è dato per
grazia, domani, dopo la prima ora del pomeriggio, nelle sale delle vendite publiche, in
via Sistina. Contendono: la principessa di Ferentino, la duchessa di Scerni, la marchesa
d'Ateleta. |
| Tutti ridevano,
a quel bando. |
| Il Grimiti
domandò: |
| - Son lecite le
scommesse? |
| - La côte!
La côte! - si mise a garrire Don Filippo del Monte, imitando la voce stridula del bookmaker
Stubbs. |
| La Ferentino
col suo ventaglio rosso gli diede un colpo sulla spalla. Ma la facezia parve buona. Le
scommesse incominciarono. Come dal gruppo partivano risa e motti, a poco a poco altre dame
e altri gentiluomini si avvicinarono per prender parte all'ilarità. La notizia della
contesa si spargeva rapidamente; prendeva le proporzioni d'un avvenimento mondano;
occupava tutti i belli spiriti. |
| - Datemi un
braccio e facciamo un giro - disse Donna Elena Muti ad Andrea. |
| Quando furono
lontani dal gruppo, nel salone contiguo, Andrea stringendole il braccio mormorò: |
| - Grazie! |
| Ella si
appoggiava a lui, soffermandosi di tratto in tratto per rispondere ai saluti. Pareva un
poco stanca; ed era pallida come le perle delle sue collane. Ciascun giovine elegante le
faceva un complimento volgare. |
| - Questa
stupidità mi soffoca - ella disse. |
| Nel volgersi,
vide Sakumi che la seguiva portando la camelia bianca all'occhiello, in silenzio, con gli
occhi imbambolati, senza osare d'accostarsi. Gli mandò un sorriso misericorde. |
| - Povero
Sakumi! |
| - L'avete
veduto ora soltanto? - le chiese Andrea. |
| - Sì. |
| - Quando
eravamo seduti accanto al pianoforte, egli dal vano d'una finestra guardava continuamente
le vostre mani che giocavano con un'arma del suo paese destinata a tagliar le pagine d'un
libro occidentale. |
| - Dianzi? |
| - Già, dianzi.
Forse egli pensava: " Dolce cosa far harakiri con quella piccola sciabola
ornata di crisantemi che paion fiorire dalla lacca e dal ferro al tocco delle sue dita!
" |
| Ella non
sorrise. Su la sua faccia era disceso un velo di tristezza e quasi di sofferenza; i suoi
occhi parevano occupati da un'ombra più cupa, vagamente illuminati sotto la palpebra
superiore, come dell'albor d'una lampada; un'espressione dolente le abbassava un poco gli
angoli della bocca. Ella teneva il braccio destro abbandonato lungo la veste, reggendo
nella mano il ventaglio e i guanti. Non porgeva più la mano ai salutatori e ai
lusingatori; né dava più ascolto ad alcuno. |
| - Che avete,
ora? - le chiese Andrea. |
| - Nulla.
Bisogna ch'io vada dalla Van Huffel. Conducetemi a salutare Francesca; e poi
accompagnatemi fin giù, alla mia carrozza. |
| Tornarono nel
primo salone. Luigi Gullì, un giovine maestro venuto dalle natali Calabrie in cerca di
fortuna, nero e crespo come un arabo, eseguiva con molta anima la Sonata in do diesis
minore di Ludovico Beethoven. La marchesa d'Ateleta, ch'era una sua proteggitrice,
stava in piedi accanto al pianoforte, guardando la tastiera. A poco a poco la musica grave
e soave prendeva tutti que' leggeri spiriti ne' suoi cerchi, come un gorgo tardo ma
profondo. |
| - Beethoven -
disse Elena, con un accento quasi religioso, arrestandosi e sciogliendo il suo braccio da
quello di Andrea. |
| Ella così
rimase ad ascoltare, in piedi, presso una delle banane. Tenendo proteso il braccio
sinistro, si metteva un guanto, con estrema lentezza. In quell'attitudine l'arco delle sue
reni appariva più svelto; tutta la figura, continuata dallo strascico, appariva più alta
ed eretta; l'ombra della pianta velava e quasi direi spiritualizzava il pallore della
carne. Andrea la guardò. E le vesti, per lui, si confusero con la persona. |
| " Ella
sarà mia " pensava, con una specie d'ebrietà, poiché la musica patetica gli
aumentava l'eccitamento. " Ella mi terrà fra le sue braccia, sul suo cuore! " |
| Imaginò di
chinarsi e di posare la bocca su la spalla di lei. - Era fredda quella pelle diafana che
sembrava un latte tenuissimo attraversato da una luce d'oro? - Ebbe un brivido sottile; e
socchiuse le palpebre, come per prolungarlo. Gli giungeva il profumo di lei, una
emanazione indefinibile, fresca ma pur vertiginosa come un vapore d'aròmati. Tutto il suo
essere insorgeva e tendeva con ismisurata veemenza verso la stupenda creatura. Egli
avrebbe voluto involgerla, attrarla entro di sé, suggerla, beverla, possederla in un
qualche modo sovrumano. |
| Quasi
constretta dal soverchiante desiderio del giovine, Elena si volse un poco; e gli sorrise
d'un sorriso così tenue, direi quasi così immateriale, che non parve espresso da un moto
delle labbra, sì bene da una irradiazione dell'anima per le labbra, mentre gli occhi
rimanevan tristi pur sempre, e come smarriti nella lontananza d'un sogno interiore. Eran
veramente gli occhi della Notte, così inviluppati d'ombra, quali per una Allegoria
avrebbeli forse imaginati il Vinci dopo aver veduta in Milano Lucrezia Crivelli. |
| E nell'attimo
che durò il sorriso, Andrea si sentì solo con lei, in mezzo alla moltitudine. un
orgoglio enorme gli gonfiava il cuore. |
| Poiché Elena
fece l'atto di mettersi l'altro guanto, egli la pregò sommesso: |
| - No, non
quello! |
| Elena intese; e
lasciò nuda la mano. |
| Una speranza
era in lui, di baciarle la mano, prima ch'ella partisse. D'improvviso, gli risorse nello
spirito la visione della Fiera di maggio, quando gli uomini le bevevano nel concavo delle
palme il vino. Di nuovo, un'acuta gelosia lo punse. |
| - Ora, andiamo
- ella disse, riprendendogli il braccio. |
| Finita la
Sonata, le conversazioni si riannodavano più vive. Il servo annunziò altri tre o quattro
nomi, tra cui quello della principessa Issé che entrava con un piccolo passo incerto,
vestita all'europea, sorridente dal volto ovale, candida e minuta come la figurina d'un netske.
Un movimento di curiosità si propagò pel salone. |
| - Addio,
Francesca - disse Elena. prendendo congedo dall'Ateleta. - A domani. |
| - Così presto? |
| - Mi aspettano
in casa Van Huffel. Ho promesso di andare. |
| - Peccato!
Canterà, ora, Mary Dyce. |
| - Addio. A
domani. |
| - Prendi. E
addio. Cugino amabile, accompagnatela. |
| La marchesa le
diede un mazzo di violette doppie; e si volse poi ad incontrar la principessa Issè,
graziosamente. Mary Dyce, vestita di rosso, alta e ondeggiante come una fiamma,
incominciava a cantare. |
| - Sono tanto
stanca! - mormorò Elena, appoggiandosi ad Andrea. - Chiedete, vi prego, la mia pelliccia. |
| Egli prese la
pelliccia dal servo che glie la porgeva. Aiutando la dama a indossarla, le sfiorò l'omero
con le dita; e sentì ch'ella rabbrividiva. Tutta l'anticamera era piena di valletti in
livree diverse, che s'inchinavano. La voce soprana di Mary Dyce portava le parole d'una
Romanza di Robert Schumann: " Ich kann's nicht fassen, nicht glauben... " |
| Scendevano in
silenzio. Il servo era andato innanzi a fare avanzare la carrozza fino a piè della scala.
Udivasi rintronare lo scalpitìo de' cavalli sotto l'androne sonoro. Ad ogni scalino,
Andrea sentiva il premere lieve del braccio di Elena che s'abbandonava un poco, tenendo il
capo sollevato, anzi alquanto piegato indietro, con gli occhi socchiusi. |
| - Nel salire,
vi seguiva la mia ammirazione sconosciuta. Nel discendere vi accompagna il mio amore - le
disse Andrea, sommessamente, quasi umilmente, ponendo tra le ultime parole una pausa
esitante. |
| Ella non
rispose. Ma portò alle nari il mazzo delle viole ed aspirò il profumo. Nell'atto,
l'ampia manica del mantello scivolò lungo il braccio, oltre il gomito. La vista di quella
viva carne, uscente di fra la pelliccia come una massa di rose bianche fuor della neve,
accese ancor più ne' sensi del giovine la brama, per la singolar procacità che il nudo
feminile acquista allor quando è mal celato da una veste folta e grave. un piccolo
fremito gli moveva le labbra; ed egli trattenava a stento le parole desiose. |
| Ma la carrozza
era pronta a piè della scala, e il servo era allo sportello. |
| - Casa Von
Huffel - ordinò la duchessa, montando, aiutata dal conte. |
| Il servo
s'inchinò, lasciando lo sportello; ed occupò il suo posto. I cavalli scalpitavano forte,
levando faville. |
| - Badate! -
gridò Elena, tendendo al giovine la mano; e i suoi occhi e i suoi diamanti scintillavano
nell'ombra. |
| " Essere
con lei, là nell'ombra e cercare con la bocca il suo collo fra la pelliccia profumata!
" Egli avrebbe voluto dirle: |
| - Prendetemi
con voi! |
| I cavalli
scalpitavano. |
| - Badate! -
ripeté Elena. |
| Egli le baciò
la mano, premendo, come per lasciarle su la cute un'impronta di passione. Quindi chiuse lo
sportello. E, al colpo, la carrozza partì rapidamente, con un alto rimbombo per tutto
l'androne, uscendo nel Fòro. |