  
Libro primo - 4
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| Elena, dopo
poco, aveva lasciato il palazzo Farnese, quasi di nascosto, senza prender congedo né da
Andrea né da alcun altro. Era dunque rimasta al ballo appena mezz'ora. L'amante l'aveva
cercata per tutte le sale, a lungo e invano. |
| La mattina
seguente, egli mandò un servo al palazzo Barberini per avere notizie di lei; e seppe
ch'ella stava male. La sera andò di persona, sperando d'esser ricevuto; ma una camerista
gli disse che la signora soffriva molto e che non poteva vedere nessuno. Il sabato, verso
le cinque del pomeriggio, tornò, sempre sperando. |
| Egli usciva
dalla casa Zuccari, a piedi. Era un tramonto paonazzo e cinereo, un po' lugubre, che a
poco a poco si stendeva su Roma come un velario greve. Intorno alla fontana della piazza
Barberini i fanali già ardevano, con fiammelle pallidissime, come ceri intorno a un
feretro; e il Tritone non gittava acqua, forse per causa d'un restauro o d'una pulitura.
Venivano giù per la disceva carri tirati da due o da tre cavalli messi in file e torme
d'operai tornanti dalle opere nuove. Alcuni, allacciati per le braccia, si dondolavano
cantando a squarciagola una canzone impudica. |
| Egli si fermò,
per lasciarli passare. Due o tre di quelle figure rossastre e bieche gli rimasero
impresse. Notò che un carrettiere aveva una mano fasciata e le fasce macchiate di sangue.
Anche, notò un altro carrettiere in ginocchio sul carro, che aveva la faccia livida, le
occhiaie cave, la bocca contratta, come un uomo attossicato. Le parole della canzone si
mescevano ai gridi gutturali, ai colpi delle fruste, al rumore delle ruote, al tintinnio
dei sonagli, alle ingiurie, alle bestemmie, alle aspre risa. |
| La sua
tristezza s'aggravò. Egli si trovava in una disposizion di spirito strana. La
sensibilità de' suoi nervi era così acuta che ogni minima sensazione a lui data dalle
cose esteriori pareva una ferita profonda. Mentre un pensiero fisso occupava e tormentava
tutto il suo essere, egli aveva tutto il suo essere esposto agli urti della vita
circostante. Contro ogni alienazione della mente ed ogni inerzia della volontà, i suoi
sensi rimanevano vigili ed attivi; e di quell'attività egli aveva una conscienza non
esatta. I gruppi delle sensazioni gli attraversavano d'improvviso lo spirito, simili a
grandi fantasmagorie in una oscurità; e lo turbavano e sbigottivano. Le nuvole del
tramonto, la forma del Tritone cupa in un cerchio di fanali smorti, quella discesa
barbarica d'uomini bestiali e di giumenti enormi, quelle grida, quelle canzoni, quelle
bestemmie esasperavano la sua tristezza, gli suscitavano nel cuore un timor vago, non so
che presentimento tragico. |
| Una carrozza
chiusa usciva dal giardino. Egli vide chinarsi al cristallo un volto di donna, in atto di
saluto; ma non lo riconobbe. Il palazzo levavasi d'innanzi a lui, ampio come una reggia;
le vetrate del primo piano brillavano di riflessi violacei; su la sommità indugiava un
bagliore fievole; dal vestibolo usciva un'altra carrozza chiusa. |
| " Se
potessi vederla! " egli pensò, soffermandosi. Rallentava il passo, per prolungare
l'incertezza e la speranza. Ella gli pareva assai lontana, quasi perduta, in
quell'edificio così vasto. |
| La carrozza si
fermò; e un signore mise il capo fuori dello sportello, chiamando: |
| - Andrea! |
| Era il duca di
Grimiti, un parente. |
| - Vai dalla
Scerni? - chiese colui con un sorriso fine. |
| - Sì, -
rispose Andrea - a prendere notizie. Tu sai, è malata. |
| - Lo so. Vengo
di là. Sta meglio. |
| - Riceve? |
| - Me, no. Ma
potrà forse ricever te. |
| E il Grimiti si
mise a ridere maliziosamente, tra il fumo della sua sigaretta. |
| - Non capisco -
fece Andrea, serio. |
| - Bada; si dice
già che tu sia in favore. L'ho saputo iersera, in casa Pallavicini; da una tua amica: te
lo giuro. |
| Andrea fece un
atto d'impazienza e si voltò per andarsene. |
| - Bonne
chance! - gli gridò il duca. |
| Andrea entrò
sotto il portico. In fondo a lui, la vanità godeva di quella diceria già sorta. Egli ora
si sentiva più sicuro, più leggero, quasi lieto, pieno d'un intimo compiacimento. Le
parole del Grimiti gli avevano d'un tratto sollevato gli spiriti, come un sorso d'un
liquor cordiale. Mentre saliva le scale, gli cresceva la speranza. Giunto avanti alla
porta, aspettò per contenere l'ansia. Suonò. |
| Il servo lo
riconobbe; e disse sùbito: |
| - Se il signor
conte ha la bontà d'attendere un momento, vado ad avvertire Madamoiselle. |
| Egli assentì;
e si mise a passeggiare su e giù per la vasta anticamera ove gli pareva ripercuotersi
forte il tumulto del suo sangue. Le lanterne di ferro battuto illuminavano inegualmente il
cuoio delle pareti, le cassapanche scolpite, i busti antichi su' piedistalli di
broccatello. Sotto un baldacchino splendeva di ricami l'impresa ducale; un liocorno d'oro
in campo rosso. In mezzo a un tavolo, un piatto di bronzo era colmo di biglietti; e,
gittandovi gli occhi sopra, Andrea vide quello recente del Grimiti. " Bonne
chance! " Gli risonava ancor negli orecchi l'augurio ironico. |
| Madamoiselle
apparve, dicendo: |
| - La duchessa
sta un poco meglio. Credo che il conte potrà passare, un momento. Venga, di grazia, con
me. |
| Ella era una
donna di gioventù già sfiorita, piuttosto sottile, vestita di nero, con due occhi grigi
che scintillavano singolarmente tra i falsi ricci biondicci. Aveva il passo e il gesto
lievissimi, quasi furtivi, come di chi abbia la consuetudine di vivere intorno agli
infermi o di attendere ad uffici delicati o di eseguire ordini di segretezza. |
| - Venga, signor
conte. |
| Ella precedeva
Andrea, lungo le stanze appena rischiarate, su i tappeti folti che attenuavano ogni
rumore; e il giovine, pur nell'irrefrenabile tumulto del suo spirito, provava contro di
lei un senso istintivo di repulsione, senza sapere perché. |
| Giunta innanzi
a una porta che coprivano due bande di tappezzeria medìcea orlate di velluto rosso, ella
si fermò, dicendo: |
| - Entro prima
io, ad annunziarla. Attenda qui. |
| Una voce di
dentro, la voce di Elena, chiamò: |
| - Cristina! |
| Andrea si
sentì tremar le vene con tal furia a quel suono inaspettato, che pensò: " Ecco, ora
vengo meno. " Aveva come l'antiveggenza indistinta d'una qualche felicità
soprannaturale, superante la sua aspettazione, avanzante i suoi sogni, soverchiante le sue
forze. - Ella era là, oltre quella soglia. - Ogno nozione della realità fuggiva dal suo
spirito. Gli pareva d'aver, un tempo, pittoricamente o poeticamente imaginata una simile
avventura d'amore, in quello stesso modo, con quello stesso apparato, con quello stesso
fondo, con quello stesso mistero; e un altro, un suo personaggio imaginario, n'era
l'eroe. Ora, per uno strano fenomeno fantastico, quella ideal finzione d'arte confondevasi
col caso reale; ed egli provava un senso inesprimibile di smarrimento. - Ciascuna banda di
arazzo recava una figura simbolica. Il Silenzio e il Sonno, due efebi, svelti e lunghi
quali avrebbe potuto disegnarli il Primaticcio bolognese, custodivano la porta. Ed egli,
egli proprio, eravi d'innanzi, in attesa; ed oltre la soglia, forse nel letto, respirava
la divina amante. - Egli credeva udire il respiro di lei nel palpito delle sue arterie. |
| Madamoiselle
uscì, alfine. Tenendo sollevato con la mano il grave tessuto, disse a voce bassa, con un
sorriso: |
| - Può entrare. |
| E si ritrasse.
Andrea entrò. |
| Ebbe, da prima,
l'impressione d'un'aria assai calda, quasi soffocante: sentì nell'aria l'odor singolare
del cloroformio; scorse qualche cosa di rosso nell'ombra, il damasco rosso delle pareti, i
cortinaggi del letto; udì la voce stanca di Elena, che mormorava: |
| - Vi ringrazio,
Andrea, d'esser venuto. Sto meglio. |
| Un poco
esitando, poiché non vedeva distintamente le cose a quel lume fievole, s'avanzò fino al
letto. |
| Ella sorrideva,
col capo affondato su i guanciali, supina, nella mezz'ombra. Una zona di lana bianca le
fasciava la fronte e le gote, passando di sotto al mento, come un soggólo monacale; né
la pelle del volto era men bianca di quella fascia. Gli angoli esterni delle palpebre si
restringevano per la contrazion dolorosa dei nervi infiammati; a intervalli la palpebra
inferiore aveva un piccolo tremolio involontario; e l'occhio era umido, infinitamente
soave, come velato da una lacrima che non potesse sgorgare, quasi implorante, fra i cigli
che trepidavano. |
| Una immensa
tenerezza invase il cuore del giovine, quando la vide da presso. Elena trasse fuori una
mano e gliela tese, con un gesto assai lento. Egli si chinò, quasi in ginocchio contro la
proda del letto; e si mise a coprir di baci rapidi e leggeri quella mano che ardeva, quel
polso che batteva forte. |
| - Elena! Elena!
Mio amore! |
| Elena aveva
chiuso gli occhi, come per gustare più intimamente il rivo di piacere che le saliva dal
braccio e le si effondeva a sommo del petto e le s'insinuava nelle fibre più segrete.
Volgeva la mano, sotto la bocca di lui, per sentire i baci su la palma, sul dosso, tra le
dita, intorno intorno al polso, su tutte le vene, in tutti i pori. |
| - Basta! -
mormorò, riaprendo gli occhi; e con la mano che le parve un po' intorpidita sfiorò i
capelli d'Andrea. |
| In quella
carezza così tenue era tanto abbandono che fu su l'anima di lui la foglia di rosa sul
calice colmo. La passione traboccò. Gli tremavano le labbra, sotto l'onda confusa di
parole ch'egli non conosceva, ch'egli non profferiva. Aveva la sensazione violenta e
divina come d'una vita che si dilatasse oltre le sue membra. |
| - Che dolcezza!
E' vero? - disse Elena, sommessa, ripetendo quel gesto blando. E un brivido visibile le
corse la persona, a traverso le coperte pesanti. |
| Poiché Andrea
fece l'atto di prenderle di nuovo la mano, ella pregava... |
| - No... Così,
resta così! Mi piaci! |
| Premendogli la
tempia, lo costrinse a posare il capo su la sponda, per modo ch'egli sentiva contro una
guancia la forma del ginocchio di lei. Lo guardò quindi ella un poco, pur sempre
accarezzandogli i capelli; e con una voce morente di delizia, mentre le passava tra' cigli
qualche cosa come un baleno bianco, soggiunse, allungando le parole: |
| - Quanto mi
piaci! |
| Un
inesprimibile allettamento voluttuoso era nell'apertura delle sue labbra, quando
pronunziava la prima sillaba di quel verbo così liquido e sensuale in bocca a una donna. |
| - Ancóra! -
mormorò l'amante, i cui sensi languivano di passione, alla carezza delle dita, alla
lusinga della voce di lei. - Ancóra! Dimmi! Parla! |
| - Mi piaci! -
ripeteva Elena, vedendo ch'egli la guardava fiso nelle labbra e forse conoscendo il
fascino ch'ella emanava con quella parola. |
| Poi tacquero
ambedue. L'uno sentiva la presenza dell'altra fluire e mescersi nel suo sangue, finché
questo divenne la vita di lei e il sangue di lei la vita sua. Un silenzio profondo
ingrandiva la stanza; il crocifisso di Guido Reni faceva religiosa l'ombra dei cortinaggi;
il romore dell'Urbe giungeva come il murmure d'un flutto assai lontano. |
| Allora, con un
movimento repentino, Elena si sollevò sul letto, strinse fra le due palme il capo del
giovine, l'attirò, gli alitò sul volto il suo desiderio, lo baciò, ricadde, gli si
offerse. |
| Dopo, una
immensa tristezza la invase; la occupò l'oscura tristezza che è in fondo a tutte le
felicità umane, come alla foce di tutti i fiumi è l'acqua amara. Ella, giacendo, teneva
le braccia fuori dalla coperta abbandonate lungo i fianchi, le mani supine, quasi morte,
agitate di tratto in tratto da un lieve sussulto; e guardava Andrea, con gli occhi bene
aperti, con uno sguardo continuo, immobile, intollerabile. A una a una, le lacrime
incominciarono a sgorgare; e scendevano per le gote a una a una, silenziosamente. |
| - Elena, che
hai! Dimmi: che hai? - le chiese l'amante, prendendole i polsi, chinandosi a suggerle dai
cigli le lacrime. |
| Ella stringeva
forte i denti e le labbra per contenere il singulto. |
| - Nulla. Addio.
Lasciami; ti prego! Mi vedrai domani. Va. |
| La sua voce e
il suo gesto furono così supplichevoli che Andrea obbedì. |
| - Addio - egli
disse; e la baciò in bocca, teneramente, provando il sapore delle stille salse,
bagnandosi di quel caldo pianto. - Addio. Amami! Ricòrdati! |
| Gli parve,
rivarcando la soglia, di udire dietro di sé uno scoppio di singulti. Andò innanzi, un
po' incerto, titubante come un uomo che abbia la vista malsicura. Gli persisteva nel senso
l'odore del cloroformio, simile a un vapor d'ebrezza; ma ad ogni passo qualche cosa
d'intimo gli sfuggiva, si disperdeva nella'aria; ed egli, per un istintivo impulso,
avrebbe voluto restringersi, chiudersi, invilupparsi, impedire quella dispersione. Le
stanze erano deserte e mute, d'innanzi. A una porta, Madamoiselle comparve, senza
alcun rumore di passi, senza alcun fruscìo di vesti, come un fantasma. |
| - Di qua,
signor conte. Ella non ritrova la via. |
| Sorrideva in
una maniera ambigua e irritante; e la curiosità rendeva più pungenti i suoi occhi grigi.
Andrea non parlò. Di nuovo la presenza di quella donna gli era molesta, lo turbava, gli
suscitava quasi un vago ribrezzo, gli faceva ira. |
| Appena fu sotto
il portico, respirò come un uomo liberato da un'angoscia. La fontana metteva tra gli
alberi un chioccolìo sommesso, rompendo a tratti in uno strepito sonoro; tutto il cielo
risfavillava di stelle che certe nuvole lacere avvolgevano come in lunghe capigliature
cineree o in vaste reti nere; fra i colossi di pietra, a traverso i cancelli, apparivano e
sparivano i fanali delle vetture in corsa; spandevasi nell'aria fredda il soffio della
vita urbana; le campane sonavano, da lungi e da presso. Egli aveva alfine la conscienza
intera della sua felicità. |
| Una felicità
piena, obliosa, libera, sempre novella, tenne ambedue, dopo d'allora. La passione li
avvolse, e li fece incuranti di tutto ciò che per ambedue non fosse un godimento
immediato. Ambedue, mirabilmente formati nello spirito e nel corpo all'esercizio di tutti
i più alti e più rari diletti, ricercavano senza tregua il Sommo, l'Insuperabile,
l'Inarrivabile; e giungevano così oltre, che talvolta una oscura inquietudine li prendeva
pur nel colmo dell'oblio, quasi una voce d'ammonimento salisse dal fondo dell'essere loro
ad avvertirli d'un ignoto castigo, d'un termine prossimo. Dalla stanchezza medesima il
desiderio risorgeva più sottile, più temerario, più imprudente; come più
s'inebriavano, la chimera del loro cuore ingigantiva, s'agitava, generava nuovi sogni;
parevano non trovar riposo che nello sforzo, come la fiamma non trova la vita che nella
combustione. Talvolta, una fonte di piacere inopinata aprivasi dentro di loro, come balza
d'un tratto una polla viva sotto le calcagna d'un uomo che vada alla ventura per l'intrico
d'un bosco; ed essi vi bevevano senza misura, finché non l'avevano esausta. Talvolta,
l'anima, sotto l'influsso dei desiderii, per un singolar fenomeno d'allucinazione,
produceva l'imagine ingannevole d'una esistenza più larga, più libera, più forte,
" oltrapiacere "; ed essi vi s'immergevano, vi godevano, vi respiravano come in
una loro atmosfera natale. Le finezze e le delicatezze del sentimento e dell'imaginazione
succedevano agli eccessi della sensualità. |
| Ambedue non
avevano alcun ritegno alle mutue prodigalità della carne e dello spirito. Provavano una
gioia indicibile a lacerare tutti i veli, a palesare tutti i segreti, a violare tutti i
misteri, a possedersi fin nel profondo, a penetrarsi, a mescolarsi, a comporre un essere
solo. |
| - Che strano
amore! - diceva Elena, ricordando i primissimi giorni, il suo male, la rapida dedizione. -
Mi sarei data a te la sera stessa ch'io ti vidi. |
| Ella ne provava
una specie d'orgoglio. E l'amante diceva: |
| - Quando udii,
quella sera, annunziare il mio nome accanto al tuo, su la soglia, ebbi, non so perché, la
certezza che la mia vita era legata alla tua, per sempre! |
| Essi credevano
quel che dicevano. Rilessero insiema l'elegia romana del Goethe: " Lass dich,
Geliebte, nicht reun, dass du mir so schnell dich ergeben!... Non ti pentire, o
diletta, d'esserti così prontamente concessa! Credimi, io di te non serbo alcun pensiero
basso e impuro. Gli strali d'Amore han vario effetto: gli uni graffiano appena, e del
tossico che s'insinua il suo cuor soffre molt'anni; bene pennuti e armati d'un ferro
aguzzo e vivo, gli altri penetrano nel midollo e subitamente infiammano il sangue. Ai
tempi eroici, quando gli dei e le dee amavano, il desio seguiva lo sguardo, il godimento
seguiva il desio. Credi tu che la dea dell'Amore abbia a lungo meditato quando sotto i
boschetti d'Ida, Anchise un giorno le piacque? E la Luna? S'ella esitava, l'Aurora gelosa
avrebbe presto risvegliato il bel pastore! Ero vede Leandro in piena festa, e l'acceso
amante si tuffa nell'onda notturna. Rea Silva, la vergine regia, va ad attingere acqua nel
Tevere e la ghermisce il dio... " |
| Come per il
divino elegiopèo di Faustina, per essi Roma s'illuminava d'una voce novella. Ovunque
passavano, lasciavano una memoria d'amore. Le chiese remote dell'Aventino: Santa Sabina su
le belle colonne di marmo pario, il gentil verziere di Santa Maria del Priorato, il
campanile di Santa Maria in Cosmedin, simile a un vivo stelo roseo nell'azzurro,
conoscevano il loro amore. Le ville dei cardinali e dei principi: la Villa Pamphily, che
si rimira nelle sue fonti e nel suo lago tutta graziata e molle, ove ogni boschetto par
chiuda un nobile idillio ed ove i baluardi lapidei e i fusti arborei gareggian di
frequenza; la Villa Albani, fredda e muta come un chiostro, selva di marmi effigiati e
museo di bussi centenarii, ove dai vestibili e dai portici, per mezzo alle colonne di
granito, le cariatidi e le erme, simboli d'immobilità, contemplano l'immutabile simetria
del verde; e la Villa Medici che pare una foresta di smeraldo ramificante in una luce
soprannaturale; e la Villa Ludovisi, un po' selvaggia, profumata di viole, consacrata
dalla presenza della Giunone cui Wolfgang adorò, ove in quel tempo i platani d'Oriente e
i cipressi dell'Aurora, che parvero immortali, rabbrividivano nel presentimento del
mercato e della morte; tutte le ville gentilizie, sovrana gloria di Roma, conoscevano il
loro amore. Le gallerie dei quadri e delle statue: la sala borghesiana delle Danae
d'innanzi a cui Elena sorrideva quasi rivelata, e la sala degli specchi ove l'imagine di
lei passava tra i putti di Ciro Ferri e le ghirlande di Mario de' Fiori; la camera
dell'Eliodoro, prodigiosamente animata della più forte palpitazion di vita che il Sanzio
abbia saputo infondere nell'inerzia d'una parete, e l'appartamento dei Borgia, ove la
grande fantasia del Pinturicchio si svolge in un miracoloso tessuto d'istorie, di favole,
di sogni, di capricci, di artifizi e di ardiri; la stanza di Galatea, per ove si diffonde
non so che pura freschezza e che serenità inestinguibile di luce, e il gabinetto
dell'Ermafrodito, ove lo stupendo mostro, nato dalla voluttà d'una ninfa e d'un semidio,
stende la sua forma ambigua tra il rifulgere delle pietre fini; tutte le solitarie sedi
della Bellezza conoscevano il loro amore. |
| Essi
comprendevano l'alto grido del poeta: " Eine Welt zwar bist Du, o Rom! Tu sei
un mondo, o Roma! Ma senza l'amore il mondo non sarebbe il mondo, Roma stessa non sarebbe
Roma. " E la scala della Trinità, glorificata dalla lenta ascensione del Giorno, era
la scala della Felicità, per l'ascensione della bellissima Elena Muti. |
| Elena spesso
piacevasi di salire per quei gradini al buen retiro del palazzo Zuccari. Saliva
piano, seguendo l'ombra; ma l'anima sua correva rapida alla cima. Ben molte ore gaudiose
misurò il piccolo teschio d'avorio dedicato ad Ippolita, che Elena talvolta accostava
all'orecchio con un gesto infantile, mentre premeva l'altra guancia sul petto dell'amante,
per ascoltare insieme la fuga degli attimi e il battito del cuore. Andrea le pareva sempre
nuovo. Talvolta, ella rimaneva quasi attonita d'innanzi all'infaticabile vitalità di
quello spirito e di quel corpo. Talvolta, le carezze di lui le strappavano un grido in cui
esalavasi tutto il terribile spasimo dell'essere sopraffatto dalla violenza della
sensazione. Talvolta, fra le braccia di lui, la occupava una specie di torpore quasi direi
veggente, in cui ella credeva divenire, per la transfusione d'un'altra vita, una creatura
diafana, leggera, fluida, penetrata d'un elemento immateriale, purissima; mentre tutte le
pulsazioni nella lor moltitudine le davano imagine del tremito innumerevole d'un mar calmo
in estate. Anche, talvolta, fra le braccia, sul petto di lui, dopo le carezze, ella
sentiva dentro di sé la voluttà acquietarsi, agguagliarsi, addormentarsi, a similitudine
di un'acqua estuante che a poco a poco si posi; ma se l'amato respirava più forte o
appena appena si muoveva, ella sentiva di nuovo un'onda ineffabile attraversarla dal capo
a' piedi, vibrare diminuendo, e infine morire. Questa " spiritualizzazione " del
gaudio carnale, causata dalla perfetta affinità dei due corpi, era forse il più saliente
tra i fenomeni della loro passione. Elena, talvolta, aveva lacrime più dolci dei baci. |
| E nei baci, che
dolcezza profonda! Ci sono bocche di donne le quali paiono accendere d'amore il respiro
che le apre. Le invermigli un sangue ricco più d'una porpora o le geli un pallor
d'agonia, le illumini la bontà d'un consenso o le oscuri un'ombra di disdegno, le
dischiuda il piacera o le torca la sofferenza, portano sempre in loro un enigma che turba
gli uomini intellettuali e li attira e li captiva. Un'assidua discordia tra l'espression
delle labbra e quella degli occhi genera il mistero; per che un'anima duplice vi si riveli
con diversa bellezza, lieta e triste, gelida e passionata, crudele e misericorde, umile e
orgogliosa, ridente e irridente; e l'ambiguità suscita l'inquietudine nello spirito che
si compiace delle cose oscure. Due quattrocentisti meditativi, perseguitori infaticabili
d'un Ideale raro e superno, psicologi acutissimi a cui si debbon forse le più sottili
analisi della fisionomia umana, immersi di continuo nello studio e nella ricerca delle
difficoltà più ardue e de' segreti più occulti, il Botticelli e il Vinci, compresero e
resero per vario modo nell'arte loro tutta l'indefinibile seduzione di tali bocche. |
| Ne' baci
d'Elena era, in verità, per l'amato, l'elisir sublimissimo. Di tutte le mescolanze
carnali quella pareva loro la più completa, la più appagante. Credevano, talvolta, che
il vivo fiore delle loro anime si disfacesse premuto dalle labbra, spargendo un succo di
delizie per ogni vena insino al cuore; e, talvolta, avevano al cuore la sensazione
illusoria come d'un frutto molle e roscido che vi si sciogliesse. Tanto era la congiunzion
perfetta, che l'una forma sembrava il natural complemento dell'altra. Per prolungare il
sorso, contenevano il respiro finché non si sentivan morire d'ambascia, mentre le mani
dell'una tremavan su le tempie dell'altro smarritamenta. Un bacio li prostrava più d'un
amplesso. Distaccati, si guardavano, con gli occhi fluttuanti in una nebbia torbida. Ed
ella diceva, con voce un po' roca, senza sorridere:- Moriremo. |
| Talvolta,
riverso, egli chiudeva le palpebre aspettando. Ella, che conosceva quell'artifizio,
chinavasi sopra di lui con meditata lentezza, a baciarlo. Non sapeva l'amato dove avrebbe
ricevuto quel bacio ch'egli, nella sua volontaria cecità, vagamente presentiva. In quel
minuto d'aspettazione e d'incertezza, un'ansia indescrivibile gli agitava tutte le membra,
simile nell'intensità al raccapriccio d'un uomo bendato che sia sotto la minaccia d'un
suggello di fuoco. Quando infine le labbra lo toccavano, frenava a stento un grido. E la
tortura di quel minuto gli piaceva; poiché non di rado la sofferenza fisica nell'amore
attrae più della blandizia. Elena anche, per quel singolare spirito imitativo che spinge
gli amanti a rendere esattamente una carezza, voleva provare. |
| - Mi sembra -
diceva ad occhi chiusi - che tutti i pori della mia pelle sieno come un milione di piccole
bocche anelanti alla tua, spasimanti per essere elette, invidiose l'una dell'altra... |
| Egli allora,
per equità, si metteva a coprirla di baci rapidi e fitti, trascorrendo tutto il bel
corpo, non lasciando intatto alcun minimo spazio, non allentando la sua opera mai. Ella
rideva, felice, sentendosi cingere come d'una veste invisibile; rideva e gemeva, folle,
sentendo la furia di lui imperversare; rideva e piangeva, perduta, non potendo più
reggere al divorante ardore. Poi, con uno sforzo repentino, faceva prigione il collo di
lui fra le sue braccia, l'allacciava con i suoi capelli, lo teneva, tutto palpitante,
simile a una preda. Egli, stanco, era contento di cedere e di rimaner così presto in quei
vincoli. Guardandolo, ella esclamava: |
| - Come sei
giovine! Come sei giovine! |
| La giovinezza
in lui, contro tutte le corruzioni, contro tutte le dispersioni, resisteva, persisteva, a
somiglianza d'un metallo inalterabile, d'un aroma indistruttibile. Lo splendor sincero
della giovinezza era, appunto, la qualità sua più preziosa. Alla gran fiamma della
passione, quanto in lui era più falso, più tristo, più arteficiato, più vano, si
consumava come un rogo. Dopo la resoluzion delle forze, prodotta dall'abuso dell'analisi a
dall'azion separata di tutte le sfere interiori, egli tornava ora all'unità delle
forze, dell'azione, della vita; riconquistava la confidenza e la spontaneità; amava e
godeva giovenilmente. Certi suoi abbandoni parevano d'un fanciullo inconsapevole; certe
sue fantasie erano piene di grazia, di freschezza e di ardire. |
| - Qualche volta
- gli diceva Elena - la mia tenerezza per te si fa più delicata di quella d'un amante. Io
non so... Diventa quasi materna. |
| Andrea rideva,
perché ella era maggiore appena di tre anni. |
| - Qualche volta
- egli diceva a lei - la comunione del mio spirito col tuo mi par così casta ch'io ti
chiamerei sorella, baciandoti le mani. |
| Queste fallaci
purificazioni ed elevazioni del sentimento avvenivano sempre nei languidi intervalli del
piacere, quando sul riposo della carne l'anima provava un bisogno vago d'idealità.
Allora, anche, risorgevano nel giovine le idealità dell'arte ch'egli amava; e gli
tumultuavano nell'intelletto tutte le forme un tempo create e contemplate, chiedendo di
uscire; e le parole del monologo goethiano l'incitavano. " Che può sotto i tuoi
occhi l'accesa natura? Che può la forma dell'arte intorno a te, se la passionata forza
creatrice non t'empie l'anima e non affluisce alla punta delle tue dita, incessantemente,
per riprodurre? " Il pensiero di dar gioia all'amante, con un verso numeroso o con
una linea nobile, lo spinse all'opera. Egli scrisse La Simona; e fece le due
acqueforti, dello Zodiaco e della Tazza d'Alessandro. |
| Eleggeva,
nell'esercizio dell'arte, gli strumenti difficili, esatti, perfetti, incorruttibili: la
metrica e l'incisione; e intendeva proseguire e rinnovare le forme tradizionali italiane,
con severità, riallacciandosi ai poeti dello stil novo e ai pittori che precorrono
il Rinascimento. Il suo spirito era essenzialmente formale. Più che il pensiero,
amava l'espressione. I suoi saggi letterarii erano esercizii, giuochi, studii, ricerche,
esperimenti tecnici, curiosità. Egli pensava, con Enrico Taine, fosse più difficile
compor sei versi belli che vincere una battaglia in campo. La sua Favola d'Ermafrodito
imitava nella struttura la Favola di Orfeo del Poliziano; ed aveva strofe di
straordinaria squisitezza, potenza e musicalità specialmente nei cori cantati da mostri
di duplice natura: dai Centauri, dalle Sirene e dalle Sfingi. Questa sua nuova tragedia, La
Simona, di breve misura, aveva un sapor singolarissimo. Sebbene rimata negli antichi
modi toscani, pareva imaginata da un poeta inglese del secolo scorso d'Elisabetta, sopra
una novella del Decamerone; chiudeva in sè qualche parte del dolce e strano
incanto che c'è in certi drammi minori di Guglielmo Shakespeare. |
| Il poeta segnò
così la sua opera, nel frontespizio dell'Esemplare Unico: A. S. CALCOGRAPHUS AQUA FORTI
SIBI TIBI FECIT. |
| Il rame
l'attraeva più della carta; l'acido nitrico, più dell'inchiostro; il bulino, più della
penna. Già uno de' suoi maggiori, Giusto Sperelli, aveva esperimentata l'incisione.
Alcune stampe di lui, eseguite intorno l'anno 1520, rivelavano manifestamente l'influenza
di Antonio Pollajuolo, per la profondità e quasi direi acerbità del segno. Andrea
praticava la maniera rembrandtesca a tratti liberi e la maniera nera
prediletta dagli acquafortisti inglesi della scuola del Green, del Dixon, dell'Earlom.
Egli aveva formata la sua educazione su tutti gli esemplari, aveva studiata partitamente
la ricerca di ciascuno intagliatore, aveva imparato da Alberto Durero e dal Parmigiano, da
Marc'Antonio e dall'Holbein, da Annibale Caracci e dal Marc-Ardell, da Guido e dal
Callotta, dal Toschi e da Gerardo Audran; ma l'intendimento suo, d'innanzi al rame, era
questo: rischiarare con gli effetti di luce del Rembrandt le eleganze di disegno de'
Quattrocentisti fiorentini appartenenti alla seconda generazione come Sandro Botticelli,
Domenico Ghirlandajo e Filippino Lippi. |
| I due rami
recenti rappresentavano, in due episodii d'amore, due attitudini della bellezza d'Elena
Muti; e prendevano il titolo dagli accessorii. |
| Tra le cose
più preziose possedute da Andrea Sperelli era una coperta di seta fina, d'un colore
azzurro disfatto, intorno a cui giravano i dodici segni dello Zodiaco in ricamo, con le
denominazioni Aries, Taurus, Gemini, Cancer, Leo, Virgo, Libra, Scorpius, Arcitenens,
Caper, Amphora, Pisces a caratteri gotici. Il Sole trapunto d'oro occupava il centro
del cerchio; le figure degli animali, disegnate con uno stile un po' arcaico che ricordava
quello de' musaici, aveva uno splendore straordinario; tutta quanta la stoffa pareva degna
d'ammantare un talamo imperiale. Essa, infatti, proveniva dal corredo di Bianca Maria
Sforza, nipote di Ludovico il Moro; la quale andò in sposa all'imperator Massimiliano. |
| La nudità di
Elena non poteva, in verità, avere una più ricca ammantatura. Talvolta, mentre Andrea
stava nell'altra stanza, ella si svestiva in furia, si distendeva nel letto, sotto la
coperta mirabile; e chiamava forte l'amante. Ed a lui che accorreva ella dava imagine
d'una divinità avvolta in una zona di firmamento. Anche, talvolta, volendo andare innanzi
al camino, ella levavasi dal letto traendo seco la coperta. Freddolosa, si stringeva
addosso la seta, con ambo le braccia; e camminava a piedi nudi, con passi brevi, per non
implicarsi nelle pieghe abbondanti. Il Sole splendevale su la schiena, a traverso i
capelli disciolti; lo Scorpione le prendeva una mammella; un gran lembo zodiacale
strisciava dietro di lei, sul tappeto, trasportando le rose, s'ella le aveva già sparse. |
| L'acquaforte
rappresentava appunto Elena dormente sotto i segni celesti. La forma muliebre appariva
secondata dalle pieghe della stoffa, col capo abbandonato un poco fuor della proda del
letto, con i capelli pioventi fino a terra, con un braccio pendulo e l'altro posato lungo
il fianco. Le parti non nascoste, ossia la faccia, il sommo del petto e le braccia erano
luminosissime; e il bulino aveva reso con molta potenza lo scintillio dei ricami nella
mezz'ombra e il mistero dei simboli. Un alto levriere bianco, Famulus, fratel di
quello che posa la testa su le ginocchia della contessa d'Arundel nel quadro di Pietro
Paolo Rubens, tendeva il collo verso la signora, guatando, fermo su le quattro zampe,
disegnato con una felice arditezza di scorcio. Il fondo della stanza era opulento e
oscuro. |
| L'altra
acquaforte riferivasi al gran bacino d'argento che Elena Muti aveva ereditato da sua zia
Flaminia. |
| Questo bacino
era storico: e si chiamava la Tazza d'Alessandro. Fu donato alla principessa di Bisenti da
Cesare Borgia prima ch'ei partisse per la terra di Francia a portare la bolla di divorzio
e le dispense di matrimonio a Luigi XII; e doveva esser compreso fra le salmerie favolose
che il Valentino portò seco nel suo ingresso a Chinon descritto dal signor di Brantôme.
Il disegno delle figure che giravano a torno e di quelle che sorgevano dal margine delle
due estremità era attribuito al Sanzio. |
| La tazza si
chiamava di Alessandro perché fu composta in memoria di quella prodigiosa a cui nei vasti
conviti soleva prodigiosamente bere il Macedone. Stuoli di Sagittarii giravano intorno ai
fianchi del vaso, con tesi gli archi, tumultuando, nelle attitudini mirabili di quelli i
quali Raffaello dipinse ignudi saettanti contro l'Erma nel fresco che sta nella sala
borghesiana ornata da Giovan Francesco Bolognesi. Inseguivano una gran Chimera che sorgeva
su dall'orlo, come un'ansa, alla estremità del vaso, mentre dalla parte opposta balzava
il giovine sagittario Bellerofonte con l'arco teso contro il mostro nato di Tifone. Gli
ornamenti della base e dell'orlo erano d'una rara leggiadria. L'interno era dorato, come
quel d'un ciborio. Il metallo era sonoro come uno strumento. Il peso era di trecento
libbre. La forma tutta quanta era armoniosa. |
| Spesso, per
capriccio, Elena Muti prendeva in quella tazza il suo bagno mattutino. Ella vi si poteva
bene immergere, se non distendere, con tutta la persona; e nulla, in verità, eguagliava
la suprema grazia di quel corpo raccolto nell'acqua che la doratura tingeva d'un
indescrivibile tenuità di riflessi, poiché il metallo non era argento ancóra e l'oro
moriva. |
| Invaghito di
tre forme diversamente eleganti, cioè della donna, della tazza, e del veltro,
l'acquafortista trovò una composizion di linee bellissima. La donna, ignuda, in piedi,
entro il bacino, appoggiandosi con una mano su la sporgenza della Chimera e con l'altra su
quella di Bellerofonte, protendevasi innanzi ad irridere il cane che, piegato in arco su
le zampe anteriori abbassate e su le posteriori diritte, a simiglianza di un felino quando
spicca il salto, ergeva verso di lei il muso lungo e sottile come quel d'un luccio,
argutamente. |
| Non mai Andrea
Sperelli aveva con più ardore goduta e sofferta l'intenta ansietà dell'artefice in
vigilare l'azion dell'acido cieca e irreparabile; non mai aveva con più ardore acuita la
pazienza nella sottilissima opera della punta secca su le asprezze dei passaggi. Egli era nato,
in verità, calcografo, come Luca d'Olanda. Possedeva una scienza mirabile (ch'era forse
un raro senso) di tutte le minime particolarità di tempo e di grado le quali concorrono a
infinitamente variare sul rame l'efficacia dell'acqua forte. Non la pratica, non la
diligenza, non la intelligenza soltanto, ma specie quel natio senso quasi infallibile
l'avvertiva del momento giusto, dell'attimo puntuale, in cui la corrosione giungeva a dare
tal preciso valor d'ombra che nell'intenzion dell'artefice doveva avere la stampa. E nel
padroneggiar così spiritualmente quell'energia bruta e quasi direi nell'infonderle uno
spirito d'arte e nel sentir non so che occulta rispondenza di misura tra il battere del
polso e il progressivo mordere dell'acido, era il suo inebriante orgoglio, la sua
tormentosa gioia. |
| Pareva ad Elena
esser deificata dall'amante, come l'Isotta riminese nelle indistruttibili medaglie che
Sigismondo Malatesta fece coniare in gloria di lei. |
| Ma ella, ne'
giorni appunto in cui Andrea attendeva all'opera, diveniva triste e taciturna e sospirosa,
quasi l'occupasse un'interna angoscia. Aveva, d'improvviso, effusioni di tenerezza così
struggenti, miste di lacrime e di singhiozzi mal frenati, che il giovine rimaneva
attonito, in sospetto, senza comprendere. |
| Una sera,
tornavano a cavallo, dall'Abentino, giù per la via di Santa Sabina, avendo ancóra negli
occhi la gran visione dei palazzi imperiali incendiati dal tramonto, rossi di fiamma tra i
cipressi nerastri che penetrava una polvere d'oro. Cavalcavano in silenzio, poiché la
tristezza di Elena erasi comunicata all'amante. D'innanzi a Santa Sabina, questi fermò il
baio, dicendo: |
| - Ti ricordi? |
| Alcune galline,
che beccavano il pace tra i ciuffi d'erba, si dispersero ai latrati di Famulus. Lo
spiazzo, invaso dalle gramigne, era tranquillo e modesto come il sagrato d'un villaggio;
ma i muri avevano quella luminosità singolare che riflettesi dagli edifizi di Roma "
nell'ora di Tiziano ", |
| Elena anche
sostò. |
| - Come pare
lontano, quel giorno! - disse, con un po' di tremito nella voce. |
| Infatti, quella
memoria si perdeva nel tempo indefinitamente, quasi che il loro amore durasse da molti
mesi, da molti anni. Le parole di Elena avevano suscitato nell'animo di Andrea la strana
illusione e, insieme, una inquietudine. Elena si mise a ricordare tutte le particolarità
di quella visita, fatta in un pomeriggio di gennaio, sotto un sole primaverile. Si
diffondeva nelle minuzie, insistendo; e di tratto in tratto interrompevasi come chi segua,
oltre le sue parole, un pensiero non espresso. Andrea credé sentire nella voce di lei il
rimpianto. - Che rimpiangeva ella mai? Il loro amore non vedeva d'innanzi a sé giorni
anche più dolci? La primavera non teneva già Roma? - Egli, perplesso, quasi non
l'ascoltava più. I cavalli scendevano, al passo, l'uno a fianco dell'altro, talvolta
respirando forte dalle froge o accostando i musi come per confidarsi un secreto. Famulus
andava su e giù, in perpetua corsa. |
| - Ti ricordi -
seguitava Elena - ti ricordi di quel frate che ci venne ad aprire, quando sonammo la
campanella? |
| - Sì, sì... |
| - Come ci
guardò stupefatto! Era piccolo piccolo, senza barba, tutto rugoso. Ci lasciò soli
nell'atrio, per andare a prendere le chiavi della chiesa; e tu mi baciasti. Ti ricordi? |
| - Sì. |
| - E tutti quei
barili, nell'atrio! E quell'odore di vino, mentre il frate ci spiegava le storie
intagliate nella porta di cipresso! E poi, la Madonna del Rosario! Ti ricordi? La
spiegazione ti fece ridere; e io sentendoti ridere, non potei frenarmi; e ridemmo tanto
innanzi a quel poveretto che si confuse e non aprì più bocca neanche all'ultimo per
dirti grazie... |
| Dopo un
intervallo, ella riprese: |
| - E a
Sant'Alessio, quando tu non volevi lasciarmi vedere la cupola pel buco della serratura!
Come ridemmo, anche là! |
| Tacque, di
nuovo. Veniva su per la strada una compagnia d'uomini con una bara, seguitata da una
carrozza publica, piena di parenti che piangevano. Il morto andava al cimitero degli
Israeliti. Era un funerale muto e freddo. Tutti quegli uomini, dal naso adunco e dagli
occhi rapaci, si somigliavano tra loro come consanguinei. |
| Affinché la
compagnia passasse, i due cavalli si divisero, prendendo ciascuno un lato, rasente il
muro; e gli amanti si guardarono, al di sopra del morto, sentendosi crescere la tristezza. |
| Quando si
riaccostarono, Andrea domandò: |
| - Ma tu che
hai? A che pensi? |
| Ella esitò,
prima di rispondere. Teneva gli occhi abbassati sul collo dell'animale, accarezzandolo col
pomo del frustino, irresoluta e pallida. |
| - A che pensi?
- ripeté il giovine. |
| - Ebbene, te lo
dirò. Io parto mercoledì, non so per quanto tempo; forse per molto, per sempre; non
so... Quest'amore si rompe, per colpa mia; ma non mi chiedere come, non mi chiedere
perché, non mi chiedere nulla: ti prego! Non potrei risponderti. |
| Andrea la
guardò, quasi incredulo. La cosa gli pareva così impossibile che non gli fece dolore. |
| - Tu dici per
gioco; è vero Elena? |
| Ella scosse la
testa, negando, poiché le si era chiusa la gola; e subitamente spinse al trotto il
cavallo. Dietro di loro, le campane di Santa Sabina e di Santa Prisca cominciarono a
suonare, nel crepuscolo. Essi trottavano in silenzio, suscitando gli echi sotto gli archi,
sotto i templi, nelle ruine solitarie e vacue. Lasciarono a sinistra San Giorgio in
Velabro che aveva ancóra un bagliore vermiglio su i mattoni del campanile, come nel
giorno della felicità. Costeggiarono il Fòro romano, il Fòro di Nerva, già occupati da
un'ombra azzurrognola, simile a quella de' ghiacciai nella notte. Si fermarono all'Arco
dei Pantani, dove li attendevano gli staffieri e le carrozze. |
| Appena fuor di
sella, Elena tese la mano ad Andrea, evitando di guardarlo negli occhi. Pareva ch'ella
avesse gran fretta di allontanarsi. |
| - Ebbene? - le
chiese Andrea, aiutandola a montar nel legno. |
| - A domani.
Stasera, no. |
|