  
Libro secondo - 1
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| La
convalescenza e' una purificazione e un rinascimento. Non mai il senso della vita è soave
come dopo l'angoscia del male; e non mai l'anima umana più inclina alla bontà e alla
fede come dopo aver guardato negli abissi della morte. Comprende l'uomo, nel guarire, che
il pensiero, il desiderio, la volontà, la conscienza della vita non sono la vita. Qualche
cosa è in lui più vigile del pensiero, più continua del desiderio, più potente della
volontà, più profonda anche della conscienza; ed è la sostanza, la natura dell'essere
suo. Comprende egli cha la sua vita reale è quella, dirò così, non vissuta da lui; è
il complesso delle sensazioni involontarie, spontanee, incoscienti, istintive; è
l'attività armoniosa e misteriosa della vegetazione animale; è l'impercettibile sviluppo
di tutte le metamorfosi e di tutte le rinnovellazioni. Quella vita appunto in lui compie i
miracoli della convalescenza: richiude le piaghe, ripara le perdite, riallaccia le trame
infrante, rammenda i tessuti lacerati, ristaura i congegni degli organi, rinfonde nelle
vene la ricchezza del sangue, riannoda su gli occhi la benda dell'amore, rintreccia
d'intorno al capo la corona de' sogni, riaccende nel cuore la fiamma della speranza,
riapre le ali alle chimere della fantasia. |
| Dopo la mortale
ferita, dopo una specie di lunga e lenta agonia, Andrea Sperelli ora a poco a poco
rinasceva, quasi con un altro corpo e con un altro spirito, come un uomo nuovo, come una
creatura uscita da un fresco bagno letèo, immemore e vacua. Parevagli d'essere entrato in
una forma più elementare. Il passato per la sua memoria aveva una sola lontananza, come
per la vista il cielo stellato è un campo eguale e diffuso sebbene gli astri sian
diversamente distanti. I tumulti si pacificavano, il fango scendeva dall'imo, l'anima
facevasi monda; ed egli rientrava nel grembo della natura madre, sentivasi da lei
maternamente infondere la bontà e la forza. |
| Ospitato da sua
cugina nella villa di Schifanoja, Andrea Sperelli si riaffacciava all'esistenza in
cospetto del mare. Poiché ancóra in noi la natura simpatica persiste e poiché la
nostra vecchia anima abbracciata dalla grande anima naturale palpita ancóra a tal
contatto, il convalescente misurava il suo respiro sul largo e tranquillo respiro del
mare, ergeva il suo corpo a similitudine de' validi alberi, serenava il suo pensiero alla
serenità degli orizzonti. A poco a poco, in quegli ozii intenti e raccolti, il suo
spirito si stendeva, si svolgeva, si dispiegava, si sollevava dolcemente come l'erba
premuta in su' sentieri; diveniaa infine verace, ingenuo, originale, libero, aperto alla
pura conoscenza, disposto alla pura contemplazione; attirava in sé la cose, le concepiva
come modalità del suo proprio essere, come forme della sua propria esistenza; si sentiva
infine penetrato dalla verità che proclamava l'Oupanischad dei Veda: "Hae omnes
creaturae in totum ego sum, et praeter me aliud en s non est. " Il gran soffio
d'idealità che esalano i libri sacri indiani, studiati e amati un tempo, pareva lo
sollevasse. E tornava a risplendergli singolarmente la formula sanscrita, chiamata
Mahavakya cioè la Gran Parola: "TAT TWAM ASI "; che significa: " Questa
cosa vivente, sei tu. " |
| Erano i giorni
ultimi di agosto. Una quiete estatica teneva il mare; le acque avean tal transparenza che
ripetevan con perfetta esattezza qualunque imagine; l'estrema linea delle acque perdevasi
nel cielo così che i due elementi parevano un elemento unico, impalpabile, innaturale. Il
vasto anfiteatro dei colli, popolato d'olivi, d'aranci, di pini, di tutte le più nobili
forme della vegetazione italica, abbracciando quel silenzio, non era più una moltitudune
di cose ma una cosa unica, sotto il comune sole. |
| Il giovine,
disteso all'ombra o addossato a un tronco o seduto su una pietra, credeva di sentire in
sé medesimo scorrere il fiume del tempo; con una specie di tranquillità catalettica,
credeva sentir vivere nel suo petto l'intero mondo; con una specie di religiosa ebrietà,
credeva posseder l'infinito. Quel ch'ei provava era ineffabile, non esprimibile neppur con
le parole del mistico: " Io sono ammesso dalla natura nel più secreto delle sue
divine sedi, alla sorgente della vita universa. Quivi io sorprendo la causa del moto e odo
il primo canto degli esseri in tutta la sua freschezza. " La vista a poco a poco
mutàvaglisi in visione profonda e continua; i rami degli alberi sul suo capo gli parevan
sollevare il cielo, ampliare l'azzurro, risplendere come corone d'immortali poeti; ed egli
contemplava ed ascoltava, respirando col mare e con la terra, placido come un dio. |
| Dov'eran mai
tutte le sue vanità e le sue crudeltà e i suoi artifici e le sue menzogne? Dov'erano gli
amori e gli inganni e i disinganni e i disgusti e le incurabili ripugnanze dopo il
piacere? Dov'erano quegli immondi e rapidi amori che gli lasciavan nella bocca come la
strana acidezza di un frutto tagliato con un coltello d'acciaio? Egli non si ricordava
più di nulla. Il suo spirito avea fatto una grande renunziazione. Un altro principio di
vita entrava in lui; qualcuno entrava in lui, segreto, il quale sentiva la pace
profondamente. Egli riposava, poiché non desiderava più. |
| Il desiderio
avava abbandonato il suo regno; l'intelletto nell'attività seguiva libero le sue proprie
leggi e rispecchiava il mondo oggettivo come un puro soggetto della conoscenza; le cose
apparivano nella lor forma vera, nel lor vero colore, nella vera ed intera lor
significazione e bellezza, precise, chiarissime; spariva ogni sentimento della persona. In
questa temporanea morte del desiderio, in questa temporanea assenza della memoria, in
questa perfetta oggettività della contemplazione appunto era la causa del non mai provato
godimento. |
| Die Sterne,
die begehrt man nicht, |
| Man freut
sich ihrer Pracht. |
| " Le
stelle, uom non le desidera, - ma gioisce del lor fulgore. " Per la prima volta,
infatti, il giovine conobbe tutta l'armoniosa poesia notturna de' cieli estivi. |
| Erano le ultime
notti d'agosto, senza luna. Innumerevoli, nella profonda conca, palpitava la vita ardente
delle constellazioni. Le Orse, il Cigno, Ercole, Boote, Cassiopea riscintillavano con un
palpito così rapido e così forte che quasi parevano essersi appressati alla terra,
essere entrati nell'atmosfera terrena. La Via Lattea svolgevasi come un regal fiume aereo,
come un adunamento di riviere paradisiache, come una immensa correntìa silenziosa che
traesse nel suo " miro gurge " una polvere di minerali siderei, passando sopra
un àlveo di cristallo, tra falangi di fiori. Ad intervalli, meteore lucide rigavano
l'aria immobile, con la discesa lievissima e tacita d'una goccia d'acqua su una lastra di
diamante. Il respiro del mare, lento e solenne, bastava solo a misurare la tranquillità
della notte, senza turbarla; e le pause eran più dolci del suono. |
| Ma questo
periodo di visioni, di astrazioni, di intuizioni, di contemplazioni pure, questa specie di
misticismo buddhistico e quasi direi cosmogonico, fu brevissimo. Le cause del raro
fenomeno, oltre che nella natura plastica del giovine e nella sua attitudine alla
oggettività, eran forse da ricercarsi nella singolar tensione e nella estrema
impressionabilità del suo sistema nervoso cerebrale. A poco a poco, egli incominciò a
riprender coscienza di sé stesso, a ritrovare il sentimento della sua persona, a
rientrare nella sua corporeità primitiva. Un giorno, nell'ora meridiana, mentre la vita
delle cose pareva sospesa, il grande e terribile silenzio gli lasciò vedere dentro,
d'improvviso, abissi vertiginosi, bisogni inestinguibili, indistruttibili ricordi, cumuli
di sofferenza e di rimpianto, tutta la sua miseria d'un tempo, tutti i vestigi del suo
vizio, tutti gli avanzi delle sue passioni. |
| Da quel giorno,
una malinconia pacata ed uguale gli occupò l'anima; ed egli vide in ogni aspetto delle
cose uno stato dell'anima sua. Invece di transmutarsi in altre forme di esistenza o di
mettersi in altre condizioni di conscienza o di perdere l'esser suo particolare nella vita
generale, ora egli presentava i fenomeni contrarii, involgendosi d'una natura ch'era una
concezion tutta soggettiva del suo intelletto. Il paesaggio divenne per lui un simbolo, un
emblema, un segno, una scorta che lo guidava a traverso il labirinto interiore. Segrete
affinità egli scopriva tra la vita apparente delle cose e l'intima vita de' suoi
desiderii e de' suoi ricordi. " To me - High mountains are a feeling. "
Come nel verso di Giorgio Byron le montagne, per lui erano un sentimento le marine. |
| Chiare marine
di settembre! - Il mare, calmo e innocente come un fanciullo addormentato, si distendeva
sotto un cielo angelico di perla. Talvolta appariva tutto verde, del fino e prezioso verde
d'una malachite; e, sopra, le piccole vele rosse somigliavano fiammelle erranti. Talvolta
appariva tutto azzurro, d'un azzurro intenso, quasi direi araldico, solcato di vene d'oro,
come un lapislàzzuli; e, sopra, le vele istoriate somigliavano una processione di
stendardi e di gonfaloni e di pavesi cattolici. Anche, talvolta prendeva un diffuso
luccicore metallico, un color pallido di argento, misto del color verdiccio d'un limone
maturo, qualche cosa d'indefinibilmente strano e delicato; e, sopra, le vele erano pie ed
innumerevoli come le ali de' cherubini ne' fondi delle ancóne giottesche. |
| Il
convalescente rinveniva sensazioni obliate della puerizia, quell'impression di freschezza
che dànno al sangue puerile gli aliti del vento salso, quegli inesprimibili effetti che
fanno le luci, le ombre, i colori, gli odori delle acque su l'anima vergine. Il mare non
soltanto era per lui una delizia degli occhi, ma era una perenne onda di pace a cui si
abbeveravano i suoi pensieri, una magica fonte di giovinezza in cui il suo corpo
riprendeva la salute e il suo spirito la nobiltà. Il mare aveva per lui l'attrazion
misteriosa d'una patria; ed egli vi si abbandonava con una confidenza filiale, come un
figliuol debole nelle braccia d'un padre onnipossente. E ne riceveva conforto; poiché
nessuno mai ha confidato il suo dolore, il suo desiderio, il suo sogno al mare invano. |
| Il mare aveva
sempre per lui una parola profonda, piena di rivelazioni subitanee, d'illuminazioni
improvvise, di significazioni inaspettate. Gli scopriva nella segreta anima un'ulcera
ancor viva sebben nascosta e glie la faceva sanguinare; ma il balsamo poi era più soave.
Gli scoteva nel cuore una chimera dormente e glie la incitava così ch'ei ne sentisse di
nuovo le unghie e il rostro; ma glie la uccideva poi e glie la seppelliva nel cuore per
sempre. Gli svegliava nella memoria una ricordanza e glie l'avvivava così ch'ei
sofferisse tutta l'amarezza del rimpianto verso le cose irrimediabilmente fuggite; ma gli
prodigava poi la dolcezza d'un oblio senza fine. Nulla entro quell'anima rimaneva celato,
al conspetto del gran consolatore. Alla guisa che una forte corrente elettrica rende
luminosi i metalli e rivela la loro essenza dal color della loro fiamma, la virtù del
mare illuminava e rivelava tutte le potenze e le potenzialità di quell'anima umana. |
| In certe ore il
convalescente, sotto l'assiduo dominio d'una tal virtù, sotto l'assiduo giogo d'un tal
fascino, provava una specie di smarrimento e quasi di sbigottimento, come se quel dominio
e quel giogo fossero per la sua debolezza insostenibili. In certe ore aveva dal colloquio
incessante tra la sua anima e il mare un senso vago di prostrazione, come se quel gran
verbo gli facesse troppa violenza all'angustia dell'intelletto avido di comprendere
l'incomprendibile. Una tristezza delle acque lo sconvolgeva come una sventura. |
| Un giorno, egli
si vide perduto. Vapori sanguigni e maligni ardevano all'orizzonte, gittando sprazzi di
sangue e d'oro sul fosco delle acque; un viluppo di nuvoli paonazzi ergevasi da' vapori,
simile a una zuffa di centauri immani sopra un vulcano in fiamme; e per quella luce
tragica un corteo funebre di vele triangolari nereggiava su l'ultimo limite. Erano vele
d'una tinta indescrivibile, sinistre come le insegne della morte; segnate di croci e di
figure tenebrose; parevano vele di navigli che portassero cadaveri di appestati a una
qualche maledetta isola popolata di avvoltoi famelici. Un senso umano di terrore e di
dolore incombeva su quel mare, un accasciamento d'agonia gravava su quell'aria. Il fiotto
sgorgante dalle ferite de' mostri azzuffati non restava mai, anzi cresceva in fiumi che
arrossavano le acque per tutto lo spazio, sino alla sponda, facendosi qua e là violaceo e
verdastro come per corruzione. Di tratto in tratto il viluppo crollava, i corpi si
deformavano o si squarciavano, lembi sanguinosi pendevano giù dal cratere o sparivano
inghiottiti dall'abisso. Poi, dopo il gran crollo, rigenerati, i giganti balzavan di nuovo
alla lotta, più atroci; il cumulo si ricomponeva, più enorme; e ricominciava la strage,
più rossa, finché i combattenti rimanevan esangui tra la cenere del crepuscolo, esanimi,
disfatti, sul vulcano semispento. |
| Pareva un
episodio d'una qualche titanomachia primitiva, uno spettacolo eroico, visto, a traverso un
lungo ordine di età, nel cielo della favola. Andrea, con l'animo sospeso, seguiva tutte
le vicende. Abituato alle tranquille discese dell'ombra, in quella declinazion serena
dell'estate, ora si sentiva dall'insolito contrasto riscuotere e sollevare e intorbidare
con una strana violenza. Da prima, fu come un'angoscia confusa, tumultuaria, piena di
palpiti inconsapevoli. Affascinato dal tramonto bellicoso, egli non anche giungeva a veder
chiaramente in sé medesimo. Ma, quando la cenere del crepuscolo piovve spegnendo ogni
guerra e il mare sembrò un'immensa palude plumbea, egli credé udire nell'ombra il grido
dell'anima sua, il grido d'altre anime. |
| Era dentro di
lui, come un cupo naufragio nell'ombra. Tante tante voci chiamavano al soccorso,
imploravano aiuto, imprecavano alla morte; voci note, voci ch'egli aveva un tempo
ascoltate (voci di creature umane o di fantasmi?); ed ora non distingueva l'una
dall'altra! Chiamavano, imploravano, imprecavano inutilmente, sentendosi perire;
s'affievolivano soffocate dall'onda vorace; divenivano deboli, lontane, interrotte,
irriconoscibili; divenivano un gemito; s'estinguevano; non risorgevano più. |
| Egli restava
solo. Di tutta la sua giovinezza, di tutta la sua vita interiore, di tutte le sue
idealità non restava nulla. Dentro di lui non restava che un freddo abisso vacuo;
d'intorno a lui, una natura impassibile, fonte perenne di dolore per l'anima solitaria.
Ogni speranza era spenta; ogni voce era muta; ogni àncora era rotta. A che vivere? |
| Subitamente,
l'imagine di Elena gli risorse nella memoria. Altre imagini di donne si sovrapposero a
quella, si confusero con quella, la dispersero, si dispersero. Egli non riuscì a
cambiarne alcuna. Tutte parevano sorridere, d'un sorriso nemico, nel dileguarsi; e tutte,
nel dileguarsi, parevano portar seco qualche cosa di lui. Che cosa? Egli non sapeva. Un
avvilimento indicibile l'oppresse: lo gelò quasi un senso di vecchiezza; gli occhi gli si
empirono di lacrime. Una tragica ammonizione gli sonò nel cuore: " Troppo tardi!
" |
| Le dolcezze
recenti della pace e della malinconia gli sembrarono già lontane, gli sembrarono
un'illusion già fuggita; quasi gli sembrarono essere state godute da un altro spirito,
nuovo, straniero, entrato in lui e poi scomparso. Gli sembrò che il suo vecchio spirito
non potesse più omai rinovellarsi né risollevarsi. Tutte le ferite, ch'egli senza
ritegno aveva aperte nella dignità del suo essere interiore, sanguinarono. Tutte le
degradazioni, ch'egli senza ripugnanza aveva inflitte alla sua conscienza, vennero fuori
come macchie e si dilatarono come una lebbra. Tutte le violazioni, ch'egli senza pudore
aveva fatte alle sue idealità, gli suscitarono un rimorso acuto, disperato, terribile,
come se dentro di lui piangessero anime di sue figliuole a cui egli padre avesse tolta la
verginità mentre dormivano sognando. |
| Ed egli
piangeva con loro; e gli sembrava che le sue lacrime non gli scendessero sul cuore come un
balsamo ma gli rimbalzassero come sopra una materia viscida e fredda onde il cuor suo
fosse fasciato. L'ambiguità, la simulazione, la falsità, l'ipocrisia, tutte le forme
della menzogna e della frode nella vita del sentimento, tutte aderivano al suo cuore come
un vischio tenace. |
| Egli aveva
troppo mentito, aveva troppo ingannato, s'era troppo abbassato. Un ribrezzo di sé e del
suo vizio l'invase. - Vergogna! Vergogna! - La disonorante bruttura gli pareva indelebile;
le piaghe gli parevano immedicabili; gli pareva ch'egli dovesse portarne la nausea per
sempre, per sempre, come un supplizio senza termine. - Vergogna! - Piangeva, chino sul
davanzale, abbandonato sotto il peso della sua miseria, affranto come un uomo che non veda
salvezza; e non vedeva le stelle riscintillare a una a una sul suo povero capo, nella sera
profonda. |
| Al nuovo giorno
egli ebbe un grato risveglio, un di que' freschi e limpidi risvegli che ha soltanto
l'Adolescenza nelle sue primavere trionfanti. Il mattino era una meraviglia; respirare il
mattino era una beatitudine immensa. Tutte le cose vivevano nella felicità della luce; i
colli parevano avvolti in un velario diafano d'argento, scossi da un agile fremito; il
mare pareva attraversato da riviere di latte, da fiumi di cristallo, da ruscelli di
smeraldi, da mille vene che formavano come il mobile intrico d'un laberinto liquido. Un
senso di letizia nuziale e di grazia religiosa emanava dalla concordia del mare, del cielo
e della terra. |
| Egli respirava,
guardava, ascoltava, un poco attonito. Nel sonno, la sua febbre era guarita. Egli aveva
chiuso gli occhi, nella notte, cullato dal coro delle acque come da una voce amica e
fedele. Chi s'addormenta al suono di quella voce ha un riposo pieno di riparatrice
tranquillità. Neanche le parole della madre inducono un sonno così puro e così benefico
al figliuolo che soffre. |
| Guardava,
ascoltava, muto, raccolto, intenerito, lasciando entrare in sé qull'onda di vita
immortale. Non mai la musica sacra d'un altro maestro, un Offertorio di Giuseppe
Haydn o un Te Deum di Volfango Mozart, gli aveva data la commozione che ora gli
davano le semplici campane delle chiese di lungi, salutanti l'ascension del Giorno ne'
cieli del Signore Uno e Trino. Egli sentiva il suo cuore colmarsi e traboccar di
commozione. Qualche cosa come un sogno vago ma grande gli si levava su l'anima, qualche
cosa come un velo ondeggiante a traverso il quale splendesse il misterioso tesoro della
felicità. Finora egli aveva sempre saputo quel che desiderava e non aveva quasi mai
trovato piacere da desiderare invano. Ora, non poteva dire il suo desiderio; non sapeva.
Ma, certo, la cosa desiderata deveva essere infinitamente soave, poiché era una soavità
anche desiderarla. |
| I versi della
Chimera nel Re di Cipro, antichi versi, quasi obliati, gli ritornarono alla
memoria, gli sonarono come una lusinga. |
| "
Vuoi tu pugnare? |
| Uccidere?
Veder fiumi di sangue? |
| gran
mucchi d'oro? greggi di captive |
| femmine?
schiavi? altre, altre prede? Vuoi |
| Tu
far vivere un marmo? Ergere un tempio? |
| Comporre
un immortale inno? Vuoi (m'odi, |
| giovine,
m'odi) vuoi divinamente |
| amare?
" |
| La chimera gli
ripeteva, nel cuor segreto, sommessa, con oscure paure: |
| "
M'odi, |
| giovine,
m'odi: vuoi divinamente |
| amare?
" |
| Egli un poco
sorrise. E pensò: " Amare chi? l'Arte? una donna? quale donna? " Elena gli
apparve lontana, perduta, morta, non più sua; le altre gli apparvero anche più lontane,
morte per sempre. Egli era libero, dunque. Perché mai avrebbe di nuovo seguita una
ricerca inutile e perigliosa? Era in fondo il suo cuore il desiderio di darsi, liberamente
e per riconoscenza, a un essere più alto e più puro. Ma dov'era questo essere? L'Ideale
avvelena ogni possesso imperfetto; e nell'amore ogni possesso è imperfetto e ingannevole,
ogni piacere è misto di tristezza, ogni godimento è dimezzato, ogni gioia porta in sé
un germe di sofferenza, ogni abbandono porta in sé un germe di dubbio; e i dubbii
guastano, contaminano, corrompono tutti i diletti come le Arpie rendevano immangiabili
tutti i cibi a Fineo. Perché mai dunque avrebbe egli di nuovo stesa la mano all'albero
della scienza? |
| " The
tree of knowledge has been pluck'd, - all's known. " |
| " L'albero
della scienza è stato spogliato, - tutto è conosciuto " come canta Giorgio Byron
nel Don Juan. In verità, per l'avvenire, la sua salute stava nella " 11111111
", cioè nella prudenza, nella finezza, nella cautela, nella sagacità. Questo suo
intendimento gli pareva bene espresso in un sonetto d'un poeta contemporaneo che, per
certa affinità di gusti letterarii e comunanza di educazione estetica, egli prediligeva. |
| Sarò
come colui che si distende |
| sotto
l'ombra d'un grande albero carco, |
| ormai
sazio di trar balestra od arco; |
| e
in sul capo il maturo frutto pende. |
| Non
ei scuote quel ramo, né protende |
| la
man, né veglia in su le prede al varco. |
| Giace;
e raccoglie con un gesto parco |
| i
frutti che quel ramo al suol rende. |
| Di
tal soave polpa ei nel profondo |
| non
morde, a ricercar l'intima essenza, |
| perché
teme l'amaro; anzi la fiuta, |
| poi
sugge, con piacer limpido, senza |
| avidità,
né triste né giocondo. |
| La
sua favola breve è già compiuta. |
| Ma la "
22222222 ", se può valere ad escludere in parte dalla vita il dolore, esclude anche
ogni alta idealità. La salute dunque stava in una specie di equilibrio goethiano tra un
cauto e fine epicureismo pratico e il culto profondo e appassionato dell'Arte. |
| - L'Arte!
L'Arte! - Ecco l'Amante fedele, sempre giovine, immortale; ecco la Fonte della gioia pura,
vietata alle moltitudini, concessa agli eletti; ecco il prezioso Alimento che fa l'uomo
simile a un dio. Come aveva egli potuto bevere ad altre coppe dopo avere accostate le
labbra a quell'una? Come aveva egli potuto ricercare altri gaudii dopo aver gustato il
supremo? Come il suo spirito aveva potuto accogliere altre agitazioni dopo aver sentito in
sé l'indimenticabile tumulto della forza creatrice? Come le sue mani avevan potuto oziare
e lascivire su i corpi delle femmine dopo aver sentito erompere dalle dita una forma
sostanziale? Come, infine, i suoi sensi avean potuto indebolirsi e pervertirsi nella bassa
lussuria dopo essere stati illuminati da una sensibilità che coglieva nella apparenze le
linee invisibili, percepiva l'impercettibile, indovinava i pensieri nascosti della Natura? |
| Un improvviso
entusiasmo l'invase. In quel mattin religioso, egli voleva di nuovo inginocchiarsi
all'altare e, secondo il verso del Goethe, leggere i suoi atti di divozione nella liturgia
d'Omero. |
| " Ma se la
mia intelligenza fosse decaduta? Se la mia mano avesse perduta la prontezza? S'io non
fossi più degno? " A questo dubbio, l'assalse uno sbigottimento così forte
ch'egli, con una smania puerile, si mise a cercare qual potesse essere una prova immediata
per aver la certezza che il suo era un irragionevole timore. Avrebbe voluto sùbito fare
un esperimento reale: comporre una strofa difficile, disegnare una figura, incidere un
rame, sciogliere un problema di forme. Ebbene? E poi? non sarebbe stato quello un
esperimento fallace? La lenta decadenza dell'ingegno può anche essere inconsciente: qui
sta il terribile. L'artista cha a poco a poco perde le sue facoltà non si accorge della
sua debolezza progressiva; poiché insieme con la potenza di produrre e di riprodurre lo
abbandona anche il giudizio critico, il criterio. Egli non distingue più i difetti
dell'opera sua, non sa che la sua opera è cattiva o mediocre; s'illude; crede che il suo
quadro, che la sua statua, che il suo poema sieno nelle leggi dell'Arte mentre son fuori.
Qui sta il terribile. L'artista colpito nell'intelletto può non avere conscienza della
propria aberrazione. E allora? |
| Fu pel
convalescente una specie di pànico. Egli si strinse le tempie fra le palme; e rimase
alcuni istanti sotto l'urto di quel pensiero spaventevole, sotto l'orrore di quella
minaccia, come annientato. - Meglio, meglio morire! - Non mai, come in quel momento, aveva
sentito il divino pregio del dono; non mai come in quel momento, la scintilla
gli era parsa sacra. Tutto il suo essere tremava con una strana violenza, al solo dubbio
che quel dono potesse struggersi, che quella scintilla potesse spegnersi. - Meglio morire! |
| Levò il capo;
scosse da sé ogni inerzia; discese nel parco; camminò lentamente sotto gli alberi, non
avendo un pensiero determinato. Un soffio leggero correva su le cime; a intervalli, le
foglie si scompigliavano con un fruscìo forte, come se per mezzo vi passasse una torma di
scoiattoli; piccoli frammenti di cielo apparivano tra i rami, come occhi cerulei sotto
palpebre verdi. In un luogo favorito, ch'era una specie di lucus minimo in signoria
di una Erma quadrifronte intenta a una quadruplice meditazione, egli sostò; e si mise a
sedere sull'erba, con le spalle appoggiate alla base del simulacro, con la faccia rivolta
al mare. D'innanzi a lui, certi fusti, diritti e digradanti come le canne della fistola di
Pane, secavano l'oltramarino; intorno, gli acanti aprivano con sovrana eleganza i cesti
delle loro foglie, intagliate simetricamente come nel capitello di Callimaco. |
| I versi di
Salmace nella Favola d'Ermafrodito gli vennero alla memoria. |
| "
Nobili acanti, o voi ne le terrestri |
| selve
indizi di pace, alte corone, |
| di
pura forma; o voi, snelli canestri |
| che
il Silenzio con lieve man compone |
| a
raccogliere il fiore de' silvestri |
| Sogni,
qual mai virtù sul bel garzone |
| versaste
da le foglie oscura e dolce? |
| Ei
dorme, nudo; e il braccio il capo folce. " |
| Altri versi gli
vennero alla memoria, altri ancóra, altri ancóra, tumultuariamente. La sua anima si
empì tutta d'una musica di rime e di sillabe ritmiche. Egli gioiva; quella spontanea
improvvisa agitazion poetica gli dava un inesprimibile diletto. Egli ascoltava in sé
medesimo que' suoni, compiacendosi delle ricche imagini, degli epiteti esatti, delle
metafore lucide, delle armonie ricercate, delle squisite combinazioni di iati e di
dieresi, di tutte le più sottili raffinatezze che variavano il suo stile e la sua
metrica, di tutti i misteriosi artifizii dell'endecasillabo appresi dagli ammirabili poeti
del XIV secolo e in ispecie dal Petrarca. La magia del verso gli soggiogò di nuovo lo
spirito; e l'emistichio sentenziale d'un poeta contemporaneo gli sorrideva singolarmente.
- " Il Verso è tutto. " |
| Il verso è
tutto. Nella imitazion della Natura nessun istrumento d'arte è più vivo, agile, acuto,
vario, multiforme, plastico, obediente, sensibile, fedele. Più compatto del marmo, più
malleabile della cera, più sottile d'un fluido, più vibrante d'una corda, più luminoso
d'una gemma, più fragrante d'un fiore, più tagliente d'una spada, più flessibile d'un
virgulto, più carezzevole d'un murmure, più terribile d'un tuono, il verso è tutto e
può tutto. Può rendere i minimi moti del sentimento e i minimi moti della sensazione;
può definire l'indefinibile e dire l'ineffabile; può abbracciare l'illimitato e
penetrare l'abisso; può avere dimensioni d'eternità; può rappresentare il sopraumano,
il soprannaturale, l'oltramirabile; può inebriare come un vino, rapire come un'estasi;
può nel tempo medesimo posseder il nostro intelletto, il nostro spirito, il nostro corpo;
può, infine, raggiungere l'Assoluto. Un verso perfetto e assoluto, immutabile, immortale;
tiene in sé le parole con la coerenza d'un diamante ; chiude il pensiero come in un
cerchio preciso che nessuna forza mai riuscirà a rompere; diviene indipendente da ogni
legame da ogni dominio; non appartiene più all'artefice, ma è di tutti e di nessuno,
come lo spazio, come la luce, come le cose immanenti e perpetue. Un pensiero esattamente
espresso in un verso perfetto è un pensiero che già esisteva preformato nella
oscura profondità della lingua. Estratto dal poeta, séguita ad esistere nella
conscienza degli uomini. Maggior poeta è dunque colui che sa discoprire, disviluppare,
estrarre un maggior numero di codeste preformazioni ideali. Quando il poeta è prossimo
alla scoperta d'uno di tali versi eterni, è avvertito da un divino torrente di gioia che
gli invade d'improvviso tutto l'essere. |
| Quale gioia è
più forte? - Andrea socchiuse un poco gli occhi, quasi per prolungare quel particolar
brivido ch'era in lui foriero della inspirazione quando il suo spirito si disponeva
all'opera d'arte, specialmente al poetare. Poi, pieno d'un diletto non mai provato, si
mise a trovar rime con la èsile matita su le brevi pagine bianche del taccuino. Gli
vennero alla memoria i primi versi d'una canzone del Magnifico: |
| Parton
leggieri e pronti |
| dal
petto i miei pensieri... |
| Quasi sempre,
per incominciare a comporre, egli aveva bisogno d'una intonazione musicale datagli da un
altro poeta; ed egli usava prenderla quasi sempre dai verseggiatori antichi di Toscana. Un
emistichio di Lapo Gianni, del Cavalcanti, di Cino, del Petrarca, di Lorenzo de' Medici,
il ricordo d'un gruppo di rime, la congiunzione di due epiteti, una qualunque concordanza
di parole belle e bene sonanti, una qualunque frase numerosa bastava ad aprirgli la vena,
a dargli, per così dire, il la, una nota che gli servisse di fondamento
all'armonia della prima strofa. Era una specie di topica applicata non alla ricerca degli
argomenti ma alla ricerca dei preludii. Il primo settenario medìceo gli offerse infatti
la rima; ed egli vide distintamente tutto ciò ch'egli voleva mostrare al suo
imaginario uditore in persona dell'Erma; e, insieme con la visione, nel tempo medesimo, si
presentò spontaneamente al suo spirito la forma metrica in cui egli doveva versare, come
un vino in una coppa, la poes ia. Poiché quel suo sentimento poetico era duplice, o
meglio, nasceva da un contrasto, cioè dal contrasto fra l'abiezion passata e la presente
risurrezione, e poiché nel suo movimento lirico procedeva per elevazione, egli elesse il
sonetto; la cui architettura consta di due ordini: del superiore rappresentato dalle due
quartine e dell'inferiore rappresentato dalle due terzine. Il pensiero e la passione
dunque, dilatandosi nel primo ordine, si sarebber raccolti, rinforzati, elevati nel
secondo. La forma del sonetto, pur essendo meravigliosamente bella e magnifica, è in
qualche parte manchevole; perché somiglia una figura con il busto troppo lungo e le gambe
troppo corte. Infatti le due terzine non soltanto sono in realtà più corte delle
quartine, per numero di versi; ma anche sembrano più corte delle quartine, per
quel che la terzina ha di rapido e di fluido nell'andatura sua in confronto alla lentezza
e alla maestà della quartina. Quegli è migliore artefice, il quale sa coprire la
mancanza; il qu ale, cioè, serbando alle terzine la imagine più precisa e più visibile
e le parole più forti e più sonore, ottiene che le terzine grandeggino e armonizzino con
le superiori strofe senza però nulla perdere della lor leggerezza e rapidità essenziali.
I dipintori del Rinascimento sapevano equilibrare una intiera figura con il semplice
svolazzo d'un nastro o d'un lembo o d'una piega. |
| Andrea, nel
comporre, studiava se medesimo curiosamente. Non aveva fatto versi da gran tempo.
Quell'intervallo d'ozio aveva nociuto alla sua abilità tecnica? Gli pareva che le rime,
uscenti a mano a mano dal suo cervello, avessero un sapor nuovo. La consonanza gli veniva
spontanea, senza ch'ei la cercasse; e i pensieri gli nascevano rimati. Poi, d'un tratto,
un intoppo arrestava il fluire; un verso gli si ribellava; tutto il resto gli si
scomponeva come un musaico sconnesso; le sillabe lottavano contro la constrizion della
misura; una parola musicale e luminosa, che gli piaceva, era esclusa dalla severità del
ritmo ad onta d'ogni sforzo; da una rima nasceva un'idea nuova, inaspettata, a sedurlo, a
distrarlo dall'idea primitiva; un epiteto, pur essendo giusto ed esatto, aveva un suono
debole; la tanto cercata qualità, la coerenza, mancava completamente; e la strofa era
come una medaglia riuscita imperfetta per colpa d'un fonditore inesperto il qual non
avesse saputo calcolare la quantità di metallo fuso necessaria a riempirne il cavo. Egli,
con acuta pazienza, rimetteva di nuova nel crogiuolo il metallo, e ricominciala l'opera da
capo. La strofa alla fine gli usciva intera e precisa; qualche verso, qua e là, aveva una
certa asprezza piacente; a traverso le ondulazioni del ritmo appariva evidentissima la
simetria; la ripetizion delle rime faceva una musica chiara, richiamando allo spirito con
l'accordo de' suoni l'accordo de' pensieri e rafforzando con un legame fisico il legame
morale; tutto il sonetto viveva e respirava come un organismo indipendente, nell'unità.
Per passare da un sonetto all'altro egli teneva una nota, come in musica la
modulazione da un tono all'altro è preparata dall'accordo di settima, nel qual si tiene
la nota fondamentale per farne la dominante del nuovo tono. |
| Così
componeva, or rapido or lento, con un diletto non mai provato; e il luogo raccolto, in
verità, pareva escito dalla fantasia d'un solitario egipane dedito ai carmi. Il mare,
mentre più cresceva il giorno, balenava fra i tronchi come negli intercolunnii d'un
portico di diaspro; gli acanti corintii eran come le coronazioni abbattute di quelle
colonne arboree; nell'aria, glauca come l'ombra d'un antro lacustre, il sole gittava a
quando a quando strali e anelli e dischi d'oro. Certo, Alma Tadema avrebbe ivi imaginata
una Saffo dal crin di viola, seduta sotto l'Erma di marmo, poetante su la lira di sette
corde, in mezzo a un coro di fanciulle dal crin di fiamma pallide e intente a bevere
dall'adonio la compiuta armonia di ciascuna strofe. |
| Quando egli
ebbe condotti a termine i quattro sonetti, trasse un respiro e li recitò senza voce, con
una enfasi interiore. L'apparente rottura del ritmo nel quinto verso dell'ultimo, causata
dalla mancanza di un accento tonico e quindi d'una posa grave della ottava sillaba, gli
parve efficace e la mantenne. Quindi scrisse i quattro sonetti su la base quadrangolare
dell'Erma: ogni faccia uno, in quest'ordine. |
|
I |
| Erma
quadrata, le tue quattro fronti |
| sanno
mie novità meravigliose? |
| Spirti,
cantando, da le sedi ascose |
| partono
del mio cor leggieri e pronti |
| Il
cor mio prode tutte impure fonti |
| serrò,
cacciò da se tutt'altre cose |
| impure,
tutte fiamme obbrobriose |
| domò,
ruppe all'assedio tutti i ponti. |
| Spirti,
cantando, salgono. Ben odo |
| io
l'inno; e inestinguibile, possente, |
| del
periglio di me mi prende un riso. |
| Pallido
sì ma come un re, io godo |
| sentir
nel core l'anima ridente, |
| mentre
il già vinto Mal rimiro fiso. |
|
II |
| L'anima
ride li amor suoi lontani |
| mentre
fiso rimiro il Mal già vinto |
| che
in guei difoco intrichi aveami spinto |
| come
in boschi nudriti da vulcani. |
| Or
nel gran cerchio de' dolori umani |
| entra,
novizia in veste jacinto, |
| dietro
lasciando il falso laberinto |
| ove
i belli ruggìan mostri pagani. |
| Non
più sfinge con unghie auree l'abbranca, |
| non
górgone la fa pietra restare, |
| non
sirena per lunga ode l'incanta. |
| Alta,
in sommo del cerchio, un'assai bianca |
| donna,
con atto di comunicare, |
| tien
fra le pure dita l'Ostia santa. |
|
III |
| Ella
fuor de l'insidie e fuor de l'ire |
| e
fuor de' danni, sta pacata e forte |
| come
colei che può fino a la morte |
| sapere
il Male, senza quel soffrire. |
| -
O voi che fate tutti i venti aulire, |
| che
d'avete in signorìa tutte le porte, |
| io
metto a' vostri piedi la mia sorte: |
| Madonna
me 'l vogliate consentire! |
| Folgora
ne la pura mano vostra |
| quell'Ostia
desiata, come un sole. |
| Non
vedrò dunque il gesto che consente? - |
| Ed
ella, ch'è benigna a chi si prostra, |
| comunicando
dice le parole: |
| -
Offerto t'è il tuo Ben, anzi è presente. |
|
IV |
| Io
- dice - son l'innaturale Rosa |
| generata
dal sen de la Bellezza. |
| Io
son che infondo la supremo ebrezza. |
| Io
son colei che esalta e che riposa. |
| Ara
con pianti, anima dolorosa, |
| per
mietere con canti d'allegrezza. |
| Dopo
un lungo dolor, la mia dolcezza |
| passerà
di dolcezza ogni altra cosa. - |
| -
Tal sia, Madonna; e dal mio cor disgorghi |
| gran
sangue, e i fiumi scorrano sul mondo, |
| e
il dolore immortal pur gli rinnovi, |
| e
me stesso travolgano que'gorghi, |
| me
coprano; ma veda io dal profondo |
| la
luce che a la invitta anima piovi. - |
| DIE
XII SEPTEMBRIS MDCCCLXXXVI. |
|