  
Libro secondo - 2
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| Schifanoja
sorgeva su la collina, nel punto in cui la catena dopo aver seguito il litorale ed
abbracciato il mare come in un anfiteatro, piegava verso l'interno e declinava alla
pianura. Sebbene edificata dal cardinale Alfonso Carafa d'Ateleta, nella seconda metà del
XVIII secolo, la villa aveva nella sua architettura una certa purezza di stile. Formava un
quadrilatero, alto di due piani, ove i portici si alternavano con gli appartamenti; e le
aperture de' portici appunto davano all'edificio agilità ed eleganza, poiché le colonne
e i pilastri ionici parevano disegnati e armonizzati dal Vignola. Era veramente un palazzo
d'estate, aperto ai venti del mare. Dalla parte dei giardini, sul pendio, un vestibolo
metteva su una bella scala a due rami discendente in un ripiano limitato da balaustri di
pietra come un vasto terrazzo e ornato di due fontane. Altre scale dalle estremità del
terrazzo si prolungavano giù per il pendio arrestandosi ad altri ripiani sinchè
terminavano quasi sul mare e da questa infe riore area presentavano alla vista una specie
di settemplice serpeggiamento tra la verdura superba e tra i foltissimi rosai. Le
meraviglie di Schifanoja erano le rose e i cipressi. Le rose, di tutte le qualità, di
tutte le stagioni, erano a bastanza pour en tirer neuf ou dix muytz d'eaue rose,
come avrebbe detto il poeta del Vergier d'honneur. I cipressi, acuti ed oscuri,
più ieratici delle piramidi, più enigmatici degli obelischi, non cedevano né a quelli
della Villa d'Este né a quelli della Villa Mondragone né a quanti altri simili giganti
grandeggiano nelle gloriate ville di Roma. |
| La marchesa
d'Ateleta soleva passare a Schifanoja l'estate e parte dell'autunno; poiché ella, pur
essendo tra le dame una delle più mondane, amava la campagna e la libertà campestre ed
ospitare amici. Ella aveva usato ad Andrea infinite cure e premure, durante la malattia,
come una sorella maggiore, quasi come una madre, senza stancarsi. Una profonda affezione
la legava al cugino. Ella era per lui piena d'indulgenze e di perdoni; era un'amica buona
e franca, capace di comprendere molte cose, pronta, sempre gaia, sempre arguta, a un tempo
spiritosa e spirituale. Pur avendo varcata da circa un anno la trentina, conservava una
mirabile vivacità giovenile e una grande piacenza, poiché possedeva il segreto della
signora di Pompadour, quella beauté sans traits che può avvivarsi d'inaspettate
grazie. Anche possedeva una virtù rara, quella che comunemente si chiama " il tatto
". Un delicato genio feminile erale di guida infallibile. Nelle sue relazioni con
innumerevoli conoscenti d'ambo i sessi, ell a sapeva sempre, in ogni circostanza, come
contenersi; e non metteva mai errori, non pesava mai su la vita altrui, non veniva mai
inopportuna né diveniva mai importuna, faceva sempre a tempo ogni suo atto e diceva a
tempo ogni sua parola. Il suo contegno verso Andrea, in questo periodo di convalescenza un
po' strano e ineguale, non poteva essere, in verità, più squisito. Ella cercava in tutti
i modi di non disturbarlo e di ottenere che nessuno lo disturbasse; gli lasciava
pienissima libertà; mostrava di non accorgersi delle bizzarrie e delle malinconie; non
l'infastidiva mai con domande indiscrete; faceva sì che la sua compagnia gli fosse
leggera nelle ore obbligatorie; rinunziava perfino ai motti, in presenza di lui, per
evitargli la fatica d'un sorriso forzato. |
| Andrea. che
comprendeva quella finezza, era riconoscente. |
| Il 12 di
settembre, dopo i sonetti dell'Erma, egli tornò a Schifanoja con una insolita letizia;
incontrò Donna Francesca su la scala e le baciò le mani, dicendole con un tono di gioco: |
| - Cugina, ho
trovato la Verità e la Via. |
| - Alleluia! -
fece Donna Francesca, levando le belle braccia rotonde. - Alleluia! |
| Ed ella discese
nei giardini e Andrea salì alle sue stanze, col cuor sollevato. |
| Dopo poco, egli
udì battere leggermente all'uscio e la voce di Donna Francesca chiedere: |
| - Posso
entrare? |
| Ella entrò
portando nella sopravveste e tra le braccia un gran fascio di rose rosee, bianche, gialle,
vermiglie, brune. Alcune larghe e chiare, come quelle della Villa Pamphily, freschissime e
tutte imperlate, avevano non so che di vitreo tra foglia e foglia; altre avevano petali
densi e una dovizia di colore che faceva pensare alla celebrata magnificenza delle porpore
d'Elisa e di Tiro; altre parevano pezzi di neve odorante e facevano venire una strana
voglia di morderle e d'ingoiarle; altre erano di carne, veramente di carne, voluttuose
come le più voluttuose forme d'un corpo di donna, con qualche sottile venatura. Le
infinite gradazioni del rosso, dal cremisi violento al color disfatto della fragola
matura, si mescevano alle più fini e quasi insensibili variazioni del bianco, dal candore
della neve immacolata al colore indefinibile del latte appena munto, dell'ostia, della
midolla d'una canna, dell'argento opaco, dell'alabastro, dell'opale. |
| - Oggi è festa
- ella disse, ridendo; e i fiori le coprivano il petto fin quasi alla gola. |
| - Grazie!
Grazie! Grazie! - ripeteva Andrea aiutandola a deporre il fascio sul tavolo, su i libri,
su gli albi, su le custodie de' disegni. - Rosa rosarum! |
| Ella, poi che
fu libera, adunò tutti i vasi sparsi per le stanze e si mise a riempirli di rose,
componendo tanti singoli mazzi con una scelta che rivelava in lei un gusto raro, il gusto
della gran convivatrice. Scegliendo e componendo, parlava di mille cose con quella sua
gaia volubilità, quasi volesse compensarsi della parsimonia di parole e di risa usata fin
allora con Andrea per riguardo alla malinconia taciturna di lui. |
| Tra le altre
cose, disse: |
| - Il 15 avremo
una bella ospite: Donna Maria Ferres y Capdevila, la moglie del ministro plenipotenziario
di Guatemala. La Conosci? |
| - Non mi pare. |
| - Infatti, non
la puoi conoscere. E' tornata in Italia da pochi mesi; ma passerà l'inverno prossimo a
Roma, perché il marito è destinato a quel posto. E' una mia amica d'infanzia, molto
cara. Siamo state insieme a Firenze, tre anni, all'Annunziata; ma è più giovine di me. |
| - Americana? |
| - No; italiana
e di Siena, per giunta. Nasce di casa Bandinelli, battezzata con l'acqua della Fonte Gaia.
Ma è piuttosto malinconica, di natura; e tanto dolce. La storia del suo matrimonio,
anche, è poco allegra. Quel Ferres non è simpatico punto. Hanno però una bambina ch'è
un amore. Vedrai; pallida pallida con tanti capelli, con due occhi smisurati. Somiglia
molto alla madre... Guarda, Andrea, questa rosa, se non pare di velluto! E quest'altra? Me
la mangerei. Ma guarda, proprio, se non pare una crema ideale. Che delizia! |
| Ella seguitava
a scegliere le rose e a parlare amabilmente. |
| Un profumo
pieno, inebriante come un vino di cent'anni, saliva dal mucchio; alcune corolle si
sfogliavano e si fermavano tra le pieghe della gonna di Donna Francesca; innanzi alla
finestra, nel sole biondissimo, la punta cupa d'un cipresso accennava appena. E nella
memoria di Andrea cantava con insistenza, come una frase musicale, un verso del Petrarca: |
| "
Così partìa le rose e le parole. " |
| Due mattine
dopo, egli offerì in compenso alla marchesa d'Ateleta un sonetto curiosamente foggiato
all'antica e manoscritto in una pergamena ornata con fregi in sul gusto di quelli che
ridono nei messali d'Attavante e di Liberale da Verona. |
| Schifanoia
in Ferrara (oh gloria d'Este!), |
| ove
il Cossa emulò Cosimo Tura |
| in
trionfi d'iddii su per le mura, |
| non
vide mai tanto gioconde feste. |
| Tante
rose portò ne la sua veste |
| Monna
Francesca all'ospite in pastura |
| quante
mai n'ebbe il Ciel per avventura, |
| bianche
angelelle, a cingervi le teste. |
| Ella
parlava ed iscegliea que'fiori |
| con
tal vaghezza ch'io pensai: - Non forse |
| venne
una Grazia per le vie del Sole? - |
| Travidi,
inebriato dalli odori. |
| Un
verso del Petrarca a l'aria sorse: |
| "
Così partìa le rose e le parole. " |
| Così Andrea
cominciava a riavvicinarsi all'Arte, curiosamente esperimentandosi in piccoli esercizii e
in piccoli giuochi, ma ben meditando opere meno lievi. Molte ambizioni, che già un tempo
l'avevano incitato, tornarono ad incitarlo; molti progetti d'un tempo gli si
riaffacciarono nello spirito modificati o completi; molte antiche idee gli si
ripresentarono sotto una luce nuova o più giusta; molte imagini, una volta appena
intraviste, gli brillarono chiare e nitide, senza ch'egli potesse rendersi conto di quel
loro svolgimento. Pensieri subitanei insorgevano dalle profondità misteriose della
conscienza e lo sorprendevano. Pareva che tutti i confusi elementi accumulati in fondo a
lui, ora combinati con la disposizion particolare della volontà, si trasformassero in
pensieri con lo stesso processo per cui la digestione stomacale elabora i cibi e li cangia
in sostanza del corpo. |
| Egli intendeva
trovare una forma di Poema moderno, questo inarrivabile sogno di molti poeti; e intendeva
fare una lirica veramente moderna nel contenuto ma vestita di tutte le antiche eleganze,
profonda e limpida, appassionata e pura, forte e composta. Inoltre vagheggiava un libro
d'arte su i Primitivi, su gli artisti che precorrono la Rinascenza, e un libro d'analisi
psicologica e letteraria su i poeti del Dugento in gran parte ignorati. Un terzo libro
avrebbe egli voluto scrivere sul Bernini, un grande studio di decadenza, aggruppando
intorno a quest'uomo straordinario che fu il favorito di sei papi non soltanto tutta
l'arte ma anche tutta la vita del suo secolo. Per ognuna di tali opere bisognavano
naturalmente, molti mesi, molte ricerche, molte fatiche, un alto calore d'ingegno, una
vasta capacità di coordinazione. |
| In materia di
disegno, egli intendeva illustrare con acque forti la terza e la quarta giornata del
Decarnerone, prendendo ad esempio quella Istoria di Nastagio degli Onesti ove
Sandro Botticelli rivela tanta raffinatezza di gusto nella scienza del gruppo e
dell'espressione. Inoltre vagheggiava una serie di Sogni, di Capricci, di Grotteschi,
di Costumi, di Favole, di Allegorie, di Fantasie, alla maniera
volante del Callot ma con un ben diverso sentimento e un ben diverso stile, per potersi
liberamente abbandonare a tutte le sue predilezioni, a tutte le sue imaginazioni, a tutte
le sue più acute curiosità e più sfrenate temerità di disegnatore. |
| Il 15
settembre, un mercoledì, giunse l'ospite nuova. |
| La marchesa
andò, insieme con il suo primogenito Ferdinando e con Andrea, ad incontrar l'amica nella
prossima stazione di Rovigliano. Mentre il phaeton discendeva per la strada
ombreggiata di alti pioppi, la marchesa parlava dell'amica ad Andrea con molta
benevolenza. |
| - Credo che ti
piacerà - ella concluse. |
| Poi si mise a
ridere, come per un pensiero che le attraversasse lo spirito improvvisamente. |
| - Perché ridi?
- le chiese Andrea. |
| - Per
un'analogia. |
| - Quale? |
| - Indovina. |
| - Non so. |
| - Ecco: pensavo
a un altro annunzio di presentazione e a un'altra presentazione ch'io ti feci, son quasi
due anni, accompagnandola con una profezia allegra. Ti ricordi? |
| - Ah! |
| - Rido perché
anche questa volta si tratta di una incognita e anche questa volta io sarei... l'auspice
involontaria. |
| - Ohibò. |
| - Ma il caso è
diverso, ossia è diverso il personaggio del possibile dramma. |
| - Cioè? |
| - Maria è una turris
eburnea. |
| - Io sono ora
un vas spirituale. |
| - Guarda!
Dimenticavo che tu hai finalmente trovato la Verità e la Via. " L'anima ride li amor
suoi lontani... " |
| - Tu citi i
miei versi? |
| - Li so a
memoria. |
| - Che
amabilità! |
| - Del resto,
caro cugino, quell'" assai bianca donna " con l'Ostia in mano m'è sospetta.
M'ha tutta l'aria d'una forma fittizia, d'una stola senza corpo, che sia alla mercede di
quella qualunque anima d'angelo o di demonio intenzionata d'entrarci, di amministrarti la
comunione e di farti " il gesto che consente ". |
| - Sacrilegio!
Sacrilegio! |
| - Bada a te e
fa ben la guardia alla stola e fa molti esorcismi... Ricasco nelle profezie! Proprio, le
profezie sono una delle mie debolezze. |
| - Siamo giunti,
cugina. |
| Ridevano
ambedue. Entravano nella stazione, mancando pochi minuti all'arrivo del treno. Il
dodicenne Ferdinando, un fanciullo malaticcio, portava un mazzo di rose per offerirlo a
Donna Maria. Andrea, dopo quel dialogo, si sentiva allegro, leggero, vivacissimo, quasi
che d'un tratto fosse rientrato nella primiera vita di frivolezza e di fatuità: era una
sensazione inesplicabile. Gli pareva che qualche cosa come un soffio femineo, come una
tentazione indefinita, gli attraversasse lo spirito. Scelse dal mazzo di Ferdinando una
rosa thea e se la mise all'occhiello; diede un'occhiata rapida al suo abbigliamento
estivo; si guardò con compiacenza le mani bene curate ch'eran divenute più sottili e
più bianche nella malattia. Fece tutto questo senza riflessione, quasi per un istinto di
vanità risvegliatosi in lui d'un tratto. |
| - Ecco il treno
- disse Ferdinando. |
| La marchesa si
avanzò incontro alla ben venuta; ch'era già allo sportello e salutava con la mano e
accennava con la testa tutt'avvolta d'un gran velo color di perla coprente a metà il
cappello di paglia nera. |
| - Francesca!
Francesca! - ella chiamava, con una effusione tenera di gioia. |
| Quella voce
fece su Andrea un'impression singolare; gli ricordò vagamente una voce conosciuta. Quale? |
| Donna Maria
discese con un atto rapido ed agile; e con un gesto pieno di grazia sollevò il velo fitto
scoprendosi la bocca per baciare l'amica. Sùbito, per Andrea quella signora alta e
ondulante sotto il mantello di viaggio e velata, di cui egli non vedeva che la bocca e il
mento, ebbe una profonda seduzione. Tutto il suo essere, illuso in quei giorni da una
parvenza di liberazione, era disposto ad accogliere il fascino dell'" eterno feminino
". Appena smosse da un soffio di donna, le ceneri davano faville. |
| - Maria, ti
presento mio cugino, il conte Andrea Sperelli-Fieschi d'Ugenta. |
| Andrea
s'inchinò. La bocca della signora si aperse ad un sorriso, che sembrò misterioso poiché
la lucentezza del velo nascondeva il resto della faccia. |
| Quindi la
marchesa presentò Andrea a Don Manuel Ferres y Capdevila. Poi disse, accarezzando i
capelli della bimba che guardava il giovine con due dolci occhi attoniti: |
| - Ecco Delfina. |
| Nel phaeton
Andrea sedeva di fronte a Donna Maria e a fianco del marito. Ella non aveva ancor svolto
il velo; teneva su le ginocchia il mazzo di Ferdinando e di tratto in tratto lo portava
alle nari, mentre rispondeva alle domande della marchesa. Andrea non s'era ingannato:
nella voce di lei sonavano alcuni accenti della voce di Elena Muti, perfetti. Una
curiosità impaziente l'invase, di vedere il volto nascosto, l'espressione, il colore. |
| - Manuel -
dicea ella, discorrendo - partirà venerdì. Poi verrà a riprendermi, più tardi. |
| - Molto tardi,
speriamo - s'augurò cordialmente Donna Francesca. - Anzi la miglior cosa sarebbe d'andar
via tutti in un giorno. Noi resteremo a Schifanoja sino al primo di novembre, non più
oltre. |
| - Se la mamma
non m'aspettasse, resterei volentieri con te. Ma ho promesso di trovarmi in tutti i modi a
Siena pel 17 d'ottobre, ch'è il natalizio di Delfina. |
| - Peccato! Il
20 d'ottobre c'è la festa delle donazioni a Rovigliano, tanto bella e strana. |
| - Come fare?
S'io mancassi, la mamma n'avrebbe certo un gran dolore. Delfina è l'adorata... |
| Il marito
taceva: doveva essere di natura taciturno. Di mezza taglia, un poco obeso, un po' calvo,
aveva la pelle d'un color singolare, d'un pallore tra verdognolo e violaceo, su cui il
bianco dell'occhio nei movimenti dello sguardo spiccava come quel d'un occhio di smalto in
certe teste di bronzo antiche. I baffi, neri, duri ed egualmente tagliati come i peli
d'una spazzola, ombravano una cruda bocca sardonica. Egli pareva un uomo tutto irrigato di
bile. Poteva aver quarant'anni o poco più. Nella sua persona era qualche cosa di ibrido e
di subdolo, che non isfuggiva a un osservatore; era quell'indefinibile aspetto di
viziosità che portano in loro le generazioni provenienti da un miscuglio di razze
imbastardite, crescenti nella turbolenza. |
| - Guarda,
Delfina, gli aranci tutti fioriti! - esclamò Donna Maria stendendo la mano al passaggio
per cogliere un rametto. |
| La strada
infatti saliva tra due boschi d'agrumi, in vicinanza di Schifanoja. Le piante eran così
alte che facevano ombra. Un vento marino alitava e sospirava nell'ombra, carico d'un
profumo che si poteva quasi bevere a sorsi come un'acqua refrigerante. |
| Delfina aveva
posate le ginocchia sul sedile e si sporgeva fuor della carrozza per afferrare i rami. La
madre la cingeva con un braccio per reggerla. |
| - Bada! Bada!
Puoi cadere. Aspetta un poco ch'io mi tolga il velo - ella disse. - Scusa, Francesca;
aiutami. |
| E chinò la
testa verso l'amica per farsi districare il velo dal cappello. In quell'atto il mazzo di
rose le cadde a' piedi. Andrea fu pronto a raccoglierlo; e nel rialzarsi a porgerlo, vide
alfine l'intero volto della signora scoperto. |
| - Grazie - ella
disse. |
| Aveva un volto
ovale, forse un poco troppo allungato, ma appena appena un poco, di quell'aristocratico
allungamento che nel XV secolo gli artisti ricercatori d'eleganza esageravano. Ne'
lineamenti delicati era quell'espressione tenue di sofferenza e di stanchezza, che forma
l'umano incanto delle Vergini ne' tondi fiorentini del tempo di Cosimo. Un'ombra
morbida, tenera, simile alla fusione di due tinte diafane, d'un violetto e d'un azzurro
ideali, le circondava gli occhi che volgevan l'iride lionata degli angeli bruni. I capelli
le ingombravano la fronte e le tempie, come una corona pesante; si accumulavano e si
attortigliavano su la nuca. Le ciocche, d'innanzi, avevan la densità e la forma di quelle
che coprono a guisa d'un casco la testa dell'Antinoo Farnese. Nulla superava la grazia
della finissima testa che pareva esser travagliata dalla profonda massa, come da un divino
castigo. |
| - Dio mio! -
esclamò ella, provando a sollevare con le mani il peso delle trecce constrette insieme
sotto la paglia. - Ho tutta quanta la testa addolorata come se fossi rimasta sospesa pe'
capelli un'ora. Non posso stare molto tempo senza scioglierli; mi affaticano troppo. E'
una schiavitù |
| - Ti ricordi, -
chiese Donna Francesca - in conservatorio, quando eravamo in tante a volerti pettinare?
Succedevano gran liti, ogni giorno. Figurati, Andrea, che corse perfino il sangue! Ah, non
dimenticherò mai la scena tra Carlotta Fiordelise e Gabriella Vanni. Era una mania.
Pettinar Maria Bandinelli era l'aspirazione di tutte le educande, maggiori e minori. Il
contagio si sparse per tutto il conservatorio; ne vennero proibizioni, ammonizioni,
rigori, minacce perfin di tonsura. Ti ricordi, Maria? Tutte le nostre anime erano
allacciate da quel bel serpente nero che ti pendeva fino ai calcagni. Che pianti di
passione, la notte! E quando Gabriella Vanni, per gelosia, ti diede a tradimento una
forbiciata? Proprio, Gabriella aveva perduta la testa. Ti ricordi? |
| Donna Maria
sorrideva, d'un certo sorriso malinconico e quasi direi incantato come quel d'una persona
che sogni. Nella sua bocca socchiusa il labbro di sopra avanzava un poco quel di sotto, ma
così poco che appena pareva, e gli angoli si chinavano in giù dolenti e nel loro incavo
lieve accoglievano un'ombra. Queste cose creavano un'espressione di tristezza e di bontà,
ma temperata da quella fierezza che rivela l'elevazion morale di chi ha molto sofferto e
saputo soffrire. |
| Andrea pensò
che in nessuna delle sue amiche egli aveva posseduta una tal capigliatura, una così vasta
selva e così tenebrosa, ove smarrirsi. La storia di tutte quelle fanciulle innamorate
d'una treccia, accese di passione e di gelosia, smanianti di mettere il pettine e le dita
nel vivo tesoro, gli parve un gentile e poetico episodio di vita claustrale; e la chiomata
nell'imaginazione gli s'illuminò vagamente come l'eroina d'una favola, come l'eroina
d'una leggenda cristiana in cui fosse descritta la puerizia d'una santa destinata a un
martirio e a una glorificazione futura. Nel tempo medesimo, gli sorgeva nello spirito una
finzione d'arte. Quanta ricchezza e varietà di linee avrebbe potuto dare al disegno d'una
figura muliebre quella volubile e divisibile massa di capelli neri! |
| Non erano,
veramente, neri. Egli li guardava, il giorno dopo, a mensa, nel punto in cui il riverbero
del sole li feriva. Avevano riflessi di viola cupi, di que' riflessi che ha la tinta del
campeggio o anche talvolta l'acciaio provato alla fiamma o anche certa specie di
palissandro polito; e parevano aridi, per modo che pur nella lor compattezza i capelli
rimanevan distaccati l'uno dall'altro, penetrati d'aria, quasi direi respiranti. I tre
luminosi e melodiosi epiteti d'Alceo andavano a Donna Maria naturalmente. " 33333333
" - Ella parlava con finezza, mostrando uno spirito delicato e inchino alle cose
dell'intelligenza, alle rarità del gusto, al piacere estetico. Possedeva la coltura
abondante e vana, l'imaginazione sviluppata, la parola colorita di chi ha veduto molti
paesi, ha vissuto in diversi climi, ha conosciuto genti diverse. E Andrea sentiva un'aura
esotica involgere la persona di lei, sentiva da lei partire una strana seduzione, un
incanto composto dai fantasmi vaghi delle cose lontane c h'ella aveva guardate, degli
spettacoli ch'ella ancóra serbava negli occhi, dei ricordi che le empivano l'anima. Ed
era un incanto indefinibile, inesprimibile; era come s'ella portasse nella sua persona una
traccia della luce in cui erasi immersa, de' profumi ch'ella aveva respirati, degli idiomi
ch'ella aveva uditi; era come s'ella portasse in sé confuse, svanite, indistinte tutte le
magie di que' paesi del Sole. |
| La sera, nella
gran sala che dava sul vestibolo, ella s'accostò al pianoforte e l'aperse per provarlo,
dicendo: |
| - Suoni
ancóra, tu, Francesca? |
| - Oh, no -
rispose la marchesa. - Ho smesso di studiare, da parecchi anni. Penso che la semplice
audizione sia una voluttà preferibile. Però mi do l'aria di proteggere l'arte; e
l'inverno in casa mia presiedo sempre a un po' di buona musica. E vero, Andrea? |
| - Mia cugina è
assai modesta, Donna Maria. E' qualche cosa più che una protettrice; e una restauratrice
del buon gusto. Proprio quest'anno, nel febbraio, in casa sua, per sua cura, sono stati
eseguiti due Quintetti, un Quartetto e un Trio del Boccherini e un Quartetto del
Cherubini: musica quasi in tutto dimenticata, ma ammirabile e sempre giovine. Gli Adagio
e i Minuetti del Boccherini sono d'una freschezza deliziosa; i Finali
soltanto mi paiono un po' invecchiati. Voi, certo, conoscete qualche cosa di lui... |
| - Mi ricordo
d'aver sentito un Quintetto quattro o cinque anni fa, al Conservatorio di Bruxelles; e mi
parve magnifico, e poi nuovissimo, pieno d'episodii inaspettati. Mi ricordo bene che in
alcune parti il Quintetto, per l'uso dell'unisono, si riduceva a un Duo; ma gli effetti
ottenuti con la differenza dei timbri erano d'una finezza straordinaria. Non ho ritrovato
nulla di simile nelle altre composizioni strumentali. |
| Ella parlava di
musica con sottilità d'intenditrice; e per rendere il sentimento, che una data
composizione o l'intera arte di un dato maestro suscitava in lei, aveva espressioni
ingegnose ed imagini ardite. |
| - Io ho
eseguita ed ascoltata molta musica - diceva ella. - E di ogni Sinfonia, di ogni Sonata, di
ogni Notturno, di ogni singolo pezzo insomma, conservo una imagine visibile,
un'impressione di forma e di colore, una figura, un gruppo di figure, un paesaggio; tanto
che tutti i miei pezzi prediletti portano un nome, secondo l'imagine. Io ho, per esempio,
la Sonota delle quaranta nuore di Priamo, il Notturno della Bella addormentata
nel bosco, la Gavotta delle dame gialle, la Giga del mulino, il Preludio
della goccia d'acqua, e così via. |
| Ella si mise a
ridere, d'un tenue riso che su quella bocca afflitta aveva una indicibile grazia e
sorprendeva come un baleno inatteso. |
| - Ti ricordi,
Francesca, in collegio, di quanti commenti in margine affliggemmo la musica di quel povero
Chopin, del nostro divino Federico? Tu eri la mia complice. Un giorno mutammo tutti
i titoli allo Schumann, con gravi discussioni; e tutti i titoli avevano una lunga nota
esplicativa. Conservo ancóra quelle carte, per memoria. Ora, quando risuono i Myrthen
e le Albumblätter, tutte quelle significazioni misteriose mi sono incomprensibili;
la commozione e la visione sono assai diverse; ed è un fino piacere questo, di poter
paragonare il sentimento presente con il passato, la nuova imagine con l'antica. E un
piacere simile a quello che si prova nel rileggere il proprio Giornale; ma è forse più
malinconico e più intenso. Il Giornale in genere è la descrizione degli avvenimenti
reali, la cronaca dei giorni felici e dei giorni tristi, la traccia grigia o rosea
lasciata dalla vita che fugge; le note prese in margine d'un libro di musica, in
giovinezza, sono invece i frammenti del p oema segreto d'un'anima che si schiude, sono le
effusioni liriche della nostra idealità intatta, sono la storia dei nostri sogni. Che
linguaggio! Che parole! Ti ricordi, Francesca? |
| Ella parlava
con piena confidenza, forse con una leggera esaltazione spirituale, come una donna che,
lungamente oppressa dalla frequentazion forzata di gente inferiore o da uno spettacolo di
volgarità, abbia il bisogno irresistibile di aprire il suo intelletto e il suo cuore a un
soffio di vita più alta. Andrea l'ascoltava, provando per lei un sentimento dolce che
somigliava alla gratitudine. Gli pareva che ella, parlando di tali cose innanzi a lui e
con lui, gli desse una prova gentile di benevolenza e quasi gli permettesse di
avvicinarsi. Egli credeva intravedere lembi di quel mondo interiore non tanto pel
significato delle parole ch'ella diceva, quanto pe' suoni e per le modulazioni della voce.
Di nuovo, egli riconosceva gli accenti dell'altra. |
| Era una voce
ambigua, direi quasi bisessuale, duplice, androgìnica; di due timbri. Il timbro maschile,
basso e un poco velato, s'ammorbidiva, si chiariva, s'infemminiva talvolta con passaggi
così armoniosi che l'orecchio dell'uditore n'aveva sorpresa e diletto a un tempo e
perplessità. Come quando una musica passa dal tono minore al tono maggiore o come quando
una musica trascorrendo in dissonanze dolorose torna dopo molte battute al tono
fondamentale, così quella voce ad intervalli faceva il cangiamento. Il timbro feminile
appunto ricordava l'altra. |
| E il fenomeno
era tanto singolare che bastava da sola ad occupare l'animo dell'uditore,
indipendentemente dal senso delle parole. Le quali quanto più da un ritmo o da una
modulazione acquistano di valor musicale, tanto più pèrdono di valore simbolico. L'animo
infatti, dopo qualche minuto d'attenzione, si piegava al fascino misterioso; e rimaneva
sospeso aspettando e desiderando la cadenza soave, come per una melodia eseguita da uno
strumento. |
| - Cantate? -
chiese Andrea alla signora, quasi con timidezza. |
| - Un poco -
ella rispose. |
| - Canta, un
poco - la pregò Donna Francesca. |
| - Si, -
consenti ella - ma appena accennando, perché proprio, da più d'un anno, ho perduta ogni
forza. |
| Nella stanza
attigua, Don Manuel giocava col marchese d'Ateleta, senza romore, senza motto. Nella sala
la luce si diffondeva a traverso un gran paralume giapponese, temperata e rossa. Tra le
colonne del vestibolo passava l'aria marina e moveva di tratto in tratto le alte tende di
Karamanieh recando il profumo dei giardini sottoposti. Negli intercolunnii apparivano Le
cime dei cipressi nere, solide, come di ebano, sopra un cielo diafano, tutto palpitante di
stelle. |
| Donna Maria si
mise al pianoforte, dicendo: |
| - Già che
siamo nell'antico accennerò una melodia del Paisiello nella Nina pazza, una cosa
divina. |
| Ella cantava,
accompagnandosi. Nel fuoco del canto i due timbri della sua voce si fondevano come due
metalli preziosi componendo un sol metallo sonoro, caldo, pieghevole, vibrante. La melodia
del Paisiello, semplice, pura, spontanea, piena di soavità accorata e di alata tristezza,
su un accompagnamento chiarissimo, sgorgando dalla bella bocca afflitta s'inalzava con tal
fiamma di passione che il convalescente, turbato fin nel profondo, sentì passarsi per le
vene le note a una a una, come se nel corpo il sangue gli si fosse arrestato ad ascoltare.
Un gelo sottile gli prendeva le radici de' capelli; ombre rapide e spesse gli cadevano su
gli occhi; l'ansia gli premeva il respiro. E l'intensità della sensazione, ne' suoi nervi
acuiti, era tanta ch'egli doveva fare uno sforzo per contenere uno scoppio di lacrime. |
| - Oh, Maria
mia! - esclamò Donna Francesca, baciando teneramente su i capelli la cantatrice quando
tacque. |
| Andrea non
parlò; rimase seduto nella poltrona, con le spalle rivolte al lume, col viso in ombra. |
| - Ancóra! -
soggiunse Donna Francesca. |
| Ella cantò
ancóra un'Arietta di Antonio Salieri. Poi sonò una Toccata di Leonardo
Leo, una Gavotta del Rameau e una Giga di Sebastiano Bach. Riviveva
meravigliosamente sotto le sue dita la musica del XVIII secolo, così malinconica nelle
arie di danza: che paion composte per esser danzate in un pomeriggio languido d'una estate
di San Martino, entro un parco abbandonato, tra fontane ammutolite, tra piedestalli senza
statue, sopra un tappeto di rose morte, da coppie di amanti prossimi a non amar più. |
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