  
Libro secondo - 4
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| Maria Ferres
era sempre rimasta fedele all'abitudine giovenile di notar cotidianamente in un suo
Giornale intimo i pensieri, le gioie, le tristezze, i sogni, le agitazioni, le
aspirazioni, i rimpianti, le speranze, tutte le vicende della sua vita interiore, tutti
gli episodii della sua vita esterna, componendo quasi un Itinerario dell'Anima, ch'ella di
tratto in tratto amava rileggere per averne una regola nel viaggio futuro e per ritrovar
la traccia delle cose da gran tempo morte. |
| Constretta
dalle circostanze a ripiegarsi di continuo su sé medesima, sempre chiusa nella sua
purità come in una torre d'avorio incorruttibile e inaccessibile, ella provava un
sollievo e un conforto in quella specie di confessione cotidiana affidata alla pagina
bianca d'un libro segretissimo. Si lamentava de' suoi travagli, s'abbandonava alle
lacrime, cercava di penetrare gli enigmi del suo cuore, interrogava la sua conscienza,
riprendeva coraggio dalla preghiera, si ritemprava nella meditazione, allontanava da se
ogni debolezza ed ogni vana imagine, metteva il suo spirito nelle mani del Signore. E
tutte le pagine splendevano d'una comune luce, ossia di Verità. |
| . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . |
| "15
settembre 1886 (Schifonoja). - Come mi sento stanca! Il viaggio mi ha un poco
affaticata e quest'aria nuova del mare e della campagna m'ha un poco stordita. Ho bisogno
di riposo; e già mi par di pregustare la bontà del sonno e la dolcezza del risveglio di
domani. Mi sveglierò in una casa amica, nella cordiale ospitalità di Francesca, in
questa Schifanoja che ha rose così belle e cipressi così grandi; e mi sveglierò avendo
innanzi a me qualche settimana di pace, venti giorni d'esistenza spirituale, forse più.
Sono molto riconoscente a Francesca, dell'invito. Rivedendola, ho riveduta una sorella.
Quante mutazioni in me, e quanto profonde, dai belli anni fiorentini! |
| Francesca, a
proposito de' miei capelli, ricordava oggi le passioni e le malinconie di quel tempo, e
Carlotta Fiordelise, e Gabriella Vanni, e tutta quella storia lontana che ora non mi par
vissuta ma letta in un vecchio libro obliato o vista in sogno. I capelli non son caduti,
ma son cadute da me ben altre cose più vive. Tanti capelli nel mio capo, tante spighe di
dolore nel mio destino. |
| Ma perché mi
riprende la tristezza? E perché le memorie mi dànno pena? E perché di tratto in tratto
la mia rassegnazione è scossa? E' inutile lamentarsi sopra una tomba; e il passato è
come una tomba che non rende più i suoi morti. Dio mio, fa tu ch'io me ne ricordi una
volta per sempre! |
| Francesca e
ancóra giovine, e conserva ancóra quella sua bella e franca giovialità che in collegio
aveva un fascino così strano sul mio spirito un po' oscuro. Ella ha una grande e rara
virtu: è gaia, ma sa intendere i dolori altrui e sa anche lenirli con la sua misericordia
consapevole. Ella è, sopra tutto, una donna intellettuale, una donna d'alti gusti, una
dama perfetta, un'amica che non pesa. Si compiace forse un po' troppo dei motti e delle
frasi acute, ma le sue saette hanno sempre la punta d'oro e son lanciate con una grazia
inimitabile. Certo, fra quante signore mondane ho conosciute, ella è la più fine; fra le
amiche, è la prediletta. |
| I figli non le
somigliano molto, non sono belli. Ma la bimba, Muriella, è assai gentile; ha un riso
chiaro e gli occhi della madre. Ha fatto gli onori di casa a Delfina con una compitezza di
piccola dama. Ella, certo, erediterà la " gran maniera " materna. |
| Delfina sembra
felice. Ha esplorata già la maggior parte del giardino, è andata giù fino al mare, è
discesa per tutte le scale; è venuta a raccontarmi le meraviglie, ansando, divorando le
parole, con negli occhi una specie di barbaglio. Ella ripeteva spesso il nome della nuova
amica: Muriella. E' un grazioso nome, e su la sua bocca diventa più grazioso ancóra. |
| Dorme,
profondamente. Quando i suoi occhi son chiusi, i cigli le fanno sul sommo della gota
un'ombra lunga lunga. Si meravigliava della lunghezza, stasera, il cugino di Francesca e
ripeteva un verso di Guglielmo Shakespeare nella Tempesta, molto bello, su i cigli
di Miranda. |
| C'è troppo
odore, qui. Delfina ha voluto ch'io le lasciassi il mazzo delle rose accanto al letto,
prima d'addormentarsi. Ma io, ora che dorme, lo toglierò e lo metterò su la loggia, al
sereno. |
| Sono stanca,
eppure ho scritto tre o quattro pagine. Ho sonno. eppure vorrei prolungare la veglia per
prolungare questo languore dell'anima indefinito, ondeggiante in non so che tenerezza
diffusa fuori di me, intorno a me. Da tanto, da tanto tempo non avevo sentito un po' di
benevolenza circondarmi! |
| Francesca è
molto buona, e io le sono molto riconoscente. |
*
|
| Ho portato su
la loggia il vaso delle rose; e son rimasta là qualche minuto ad ascoltare la notte,
tenuta là dal rammarico di perdere nella cecità del sonno ore che passano sotto un cielo
così bello. E' strano l'accordo tra la voce delle fontane e la voce del mare. I cipressi,
d'innanzi a me, parevano le colonne del firmamento: le stelle brillavan proprio su le
cime, le accendevano. |
| Perché di
notte i profumi hanno nella loro onda qualche cosa che parla, hanno un significato, hanno
un linguaggio? |
| No, i fiori non
dormono, di notte. |
| 16 settembre.
- Pomeriggio delizioso, passato quasi tutto a conversare con Francesca su le logge, su le
terrazze, per i viali, in tutti i luoghi aperti di questa villa che pare edificata da un
principe poeta per dimenticare un affanno. Il nome del palazzo ferrarese le convien
perfettamente. |
| Francesca mi ha
fatto leggere un sonetto del conte Sperelli, scritto su pergamena: una inezia molto fine.
Questo Sperelli è uno spirito eletto ed intenso. Stamani, a tavola, ha detto due o tre
cose bellissime. Egli è convalescente d'una ferita mortale avuta in un duello, a Roma,
nello scorso maggio. Ha negli atti, nelle parole, nello sguardo quella specie d'abbandono
affettuoso e delicato ch'è proprio de' convalescenti, di quelli che sono usciti dalle
mani della morte. Dev'essere molto giovine; ma deve aver molto vissuto, e d'una vita
inquieta. Porta i segni della lotta. |
*
|
| Serata
deliziosa, di conversazione intima, di musica intima, dopo il pranzo. Io, forse, ho
parlato troppo; o, per lo meno, troppo caldamente. Ma Francesca mi ascoltava e mi
secondava; e il conte Sperelli, anche. Uno de' più alti piaceri, nella conversazione non
volgare, appunto è sentire che uno stesso grado di calore anima tutte le intelligenze
presenti. Allora soltanto, le parole prendono il suono della sincerità e dànno a chi le
profferisce e a chi le ode il supremo diletto. |
| II cugino di
Francesca, è, in musica, un conoscitore raffinato. Ama molto i maestri settecentisti e in
ispecie, tra i compositori per clavicembalo, Domenico Scarlatti. Ma il suo più ardente
amore è Sebastiano Bach. Lo Chopin gli piace poco; il Beethoven gli penetra troppo a
dentro e lo turba troppo. Nella musica sacra non trova da paragonare al Bach altri che il
Mozart. - Forse - egli ha detto - in nessuna Messa la voce del soprannaturale giunge alla
religiosità e alla terribilità a cui è giunto il Mozart nel Tuba mirum del
Requiem. Non è vero che sia un greco, un platonico, un puro ricercatore della grazia,
della bellezza, della serenità, chi ebbe così profondo il senso del soprannaturale da
crear musicalmente il fantasma del Commendatore e chi, creando Don Giovanni e Donna Anna,
seppe spinger tant'oltre l'analisi dell'essere interno... |
| Egli ha detto
queste parole ed altre, con quel singolare accento che hanno nel parlar d'arte gli uomini
i quali sono di continuo assorti nella ricerca delle cose elevate e difficili. |
| Poi,
nell'ascoltarmi, aveva una strana espressione, come di stupore, e qualche volta
d'ansietà. Io mi rivolgevo quasi sempre a Francesca, con gli occhi; eppure, sentivo lo
sguardo di lui fisso su di me con una insistenza che mi dava fastidio ma non mi offendeva.
Egli dev'essere ancóra malato, debole, in preda alla sua sensibilità. M'ha chiesto
infine: - Cantate? - allo stesso modo che m'avrebbe chiesto: - Mi amate? |
| Ho cantato un'Aria
del Paisiello e una del Salieri. Ho suonato un po' di settecento. Avevo la voce
calda e la mano felice. |
| Egli non mi ha
fatto alcun elogio. E' rimasto in silenzio. Perché? |
| Delfina dormiva
già, quassù. Quando son salita a vederla, l'ho trovata che dormiva ma con le ciglia
umide come s'ella avesse pianto. Povero amore! Dorothy m'ha detto che la mia voce giungeva
fin qui distintamente e che Delfina s'è scossa dal primo sopore e s'è messa a
singhiozzare e voleva discendere. Sempre, quando io canto, ella piange. |
| Ora dorme; ma
di tratto in tratto il suo respiro divien più vivo, somiglia un singhiozzo spento, e
mette nel mio stesso respiro un affanno vago, quasi un bisogno di rispondere a quel
singhiozzo inconscio, a quella pena che non s'è acquietata nel sonno. Povero amore! |
| Chi suona,
giù, il pianoforte? Qualcuno accenna, con la sordina, la Gavotta di Luigi Rameau,
una gavotta piena di affascinante malinconia, quella ch'io sonavo dianzi. Chi può essere?
Francesca è risalita con me; è tardi. |
| Mi sono
affacciata alla loggia. La sala del vestibolo è buia; è chiara soltanto la sala attigua
dove il marchese e Manuel giocano ancóra. |
| La Gavotta
cessa. Qualcuno scende per la scala, nel giardino. |
| Mio Dio,
perché son così attenta, così vigilante, così curiosa? Perchè i rumori mi scuotono
così a dentro, questa notte? |
| Delfina si
sveglia, mi chiama. |
| 17 settembre.
- Stamani è partito Manuel. Siamo stati ad accompagnarlo fino alla stazione di
Rovigliano. Verso il 10 di ottobre egli tornerà a prendermi; e andremo a Siena, da mia
madre. Io e Delfina rimarremo a Siena probabilmente fino all'anno nuovo: due o tre mesi.
Rivedrò la Loggia del Papa e la Fonte Gaia e il mio bel Duomo bianco e nero, la casa
diletta della Beata Vergine Assunta, dove una parte dell'anima mia è ancóra a pregare,
accanto alla cappella Chigi, nel luogo che sa i miei ginocchi. |
| Ho sempre
lucida nella memoria l'imagine del luogo; e quando tornerò m'inginocchierò nel punto
preciso dove io soleva, esattamente, meglio che se ci fossero rimasti due cavi profondi. E
là ritroverò quella parte dell'anima mia a pregare ancóra, sotto la volta azzurra
constellata che si specchia nel marmo come un cielo notturno in un'acqua tranquilla. |
| Nulla, certo,
è mutato. Nella cappella preziosa, piena d'un'ombra palpitante, d'una oscurità animata
da' riflessi gemmei delle pietre, ardevano le lampade; e la luce pareva raccogliersi tutta
nel breve cerchio d'olio in cui si nutriva la fiammella, come in un topazio limpido. A
poco a poco, sotto il mio sguardo intento, il marmo effigiato prendeva un pallor men
freddo, quasi direi un tepore d'avorio; a poco a poco entrava nel marmo la pallida vita
delle creature celesti, e nelle forme marmoree si diffondeva la vaga trasparenza d'una
carne angelicale. |
| Quanto era
ardente e spontanea la mia preghiera! S'io leggeva la Filotea di San Francesco, mi
sembrava che le parole scendessero sul mio cuore come le lacrime di miele, come stille di
latte. S'io mi metteva in meditazione, mi sembrava di camminare per le vie segrete
dell'anima come per un giardino di delizia ove gli usignoli cantassero su gli alberi
fiorenti e le colombe tubassero in riva ai ruscelli della Grazia divina. La divozione
m'infondeva una calma piena di freschezza e di profumi, mi faceva dischiudere nel cuore le
sante primavere dei Fioretti, m'inghirlandava di rose mistiche e di gigli
soprannaturali. E nella mia vecchia Siena, nella vecchia città della Vergine, io udiva
sopra tutte le voci i richiami delle campane. |
| 18 settembre.
- Ora di tortura indefinibile. Mi par d'esser condannata a riappezzare, a riappiccare, a
riunire, a ricomporre i frammenti d'un sogno, del quale una parte sia per avverarsi
confusamente fuori di me e l'altra si agiti confusamente in fondo al mio cuore. E
m'affatico m'affatico, senza riescir mai a ricomporlo per intiero. |
| 19 settembre.
- Altra tortura. Qualcuno mi cantò, gran tempo indietro; e non terminò la sua canzone.
Qualcuno ora mi canta, riprendendo la canzone dal punto in cui fu interrotta; ma da gran
tempo io ho dimenticato il principio. E l'anima inquieta, mentre cerca di ricordarsene per
collegarlo al proseguimento, si smarrisce; e non ritrova gli antichi accenti né gode i
nuovi. |
| 20 settembre.
- Oggi, dopo la colazione, Andrea Sperelli ha fatto a me e a Francesca l'invito di andare
a veder nelle sue stanze i disegni che gli giunsero ieri da Roma. |
| Si può dire
che tutta un'arte sia passata oggi sotto i nostri occhi, tutta un'arte studiata e
analizzata dalla matita d'un disegnatore. Ho avuto un de' più intensi godimenti della mia
vita. |
| Questi disegni
sono di mano dello Sperelli; sono i suoi studii, i suoi schizzi, i suoi appunti, i suoi
ricordi presi qua e là in tutte le gallerie d'Europa; sono, dirò così, il suo
breviario, un meraviglioso breviario nel quale ogni antico maestro ha la sua pagina
suprema, la pagina ov'è compendiata la maniera, ove son notate le bellezze dell'opera
più alte e più originali, ov'e colto il punctum saliens di tutta quanta la
produzione. Scorrendo questa larga raccolta, io non soltanto mi son fatta un'idea precisa
delle diverse scuole, dei diversi movimenti, delle diverse correnti, delle diverse
influenze per cui si sviluppa la Pittura in una data regione; ma son penetrata nell'intimo
spirito, nella essenziale sostanza dell'arte d'ogni singolo pittore. Come profondamente
ora comprendo, per esempio, il XIV e il XV secolo, i Trecentisti e i Quattrocentisti, i
semplici i nobili i grandi Primitivi! |
| I disegni sono
conservati in belle custodie di cuoio inciso con borchie e fermagli d'argento imitanti
quelli dei messali. La varietà della tecnica è ingegnosissima. Certi disegni, dal
Rembrandt, sono eseguiti su una specie di carta un po' rossastra, riscaldata con matita
sanguigna, acquerellata con bistro; e le luci son rilevate con bianco a tempera. Certi
altri disegni, dai maestri fiamminghi, sono eseguiti su una carta rugosa molto simile alla
carta preparata per la pittura a olio, dove l'acquerello di bistro prende il carattere
degli schizzi a bitume. Altri sono a matita sanguigna, a matita nera, a tre matite con
qualche tocco di pastello, acquerellati con bistro su tratti a penna, acquerellati con
inchiostro di China, su carta bianca, su carta gialla, su carta grigia. Talvolta la matita
sanguigna par che contenga porpora; la matita nera dà un segno vellutato; il bistro è
caldo, fulvo, biondo, d'un color di tartaruga fina. |
| Tutte queste
particolarità le ho dal disegnatore; provo uno strano piacere a ricordarle, a scriverle;
mi par d'essere inebriata di arte; ho il cervello pieno di mille linee, di mille figure; e
in mezzo al tumulto confuso vedo pur sempre le donne dei Primitivi, le
indimenticabili teste delle Sante e delle Vergini, quelle che sorridevano alla mia
infanzia religiosa, nella vecchia Siena, dai freschi di Tadaeo e di Simone. |
| Nessun
capolavoro d'un'arte più avanzata e più raffinata lascia nell'animo un'impressione così
forte, così durevole, così tenace. Quei lunghi corpi snelli come steli di gigli; quei
colli sottili e reclinati; quelle fronti convesse e sporgenti; quelle bocche piene di
sofferenza e di affabilità; quelle mani (o Memling!) affilate, ceree, diafane come
un'ostia, più significative di qualunque altro lineamento; e quei capelli rossi come il
rame, fulvi come l'oro, biondi come il miele, quasi distinti a uno a uno dalla religiosa
pazienza del pennello; e tutte quelle attitudini nobili e gravi o nel ricevere un fiore da
un angelo o nel posar le dita sopra un libro aperto o nel chinarsi verso l'infante o nel
sostener su' ginocchi il corpo di Gesù o nel benedire o nell'agonizzare o nell'ascendere
al Paradiso, tutte quelle cose pure, sincere e profonde inteneriscono e impietosiscono fin
nell'intimo spinto; e s'imprimono per sempre nella memoria, come uno spettacolo di
tristezza umana veduto nella realità della vita, nella realità della morte. |
| A una a una,
oggi, passavano le donne dei Primitivi, sotto i nostri occhi. Io e Francesca eravamo
sedute in un divano basso, avendo d'innanzi a noi un gran leggìo sul quale posava la
custodia di cuoio con i disegni che il disegnatore, seduto incontro, svolgeva lentamente,
comentando. Ad ogni tratto, io vedevo la sua mano prendere il foglio e posarlo su l'altra
faccia della custodia con una delicatezza singolare. Perché, ad ogni tratto, sentivo
dentro di me un principio di brivido come se quella mano stesse per toccarmi? |
| A un certo
punto, trovando forse incomoda la sedia, egli s'è messo in ginocchio sul tappeto e ha
seguitato a svolgere. Parlando, si dirigeva quasi sempre a me; e non aveva l'aria di
ammaestrarmi ma di ragionare con una egual conoscitrice; e in fondo a me si moveva un poco
di compiacenza, mista di riconoscenza. Quando io faceva una esclamazione di meraviglia,
egli mi guardava con un sorriso che ancóra ho presente e che non so definire. Due o tre
volte Francesca ha appoggiato il braccio su la spalla di lui, con familiarità, senza
badarci. Vedendo la testa del primogenito di Mosè, presa dal fresco di Sandro Botticelli
nella Cappella Sistina, ella ha detto: - Ha un po' della tua aria, quando sei malinconico.
- Vedendo la testa dell'arcangelo Michele, che è un frammento della Madonna di Pavia,
del Perugino, ella ha detto: - Somiglia Giulia Moceto; è vero? - Egli non ha risposto e
ha voltato il foglio con minor lentezza. Allora ella ha soggiunto, ridendo: - Lungi le
imagini del peccato! |
| Questa Giulia
Moceto è forse una donna che un tempo egli amò? Voltato il foglio, ho provato un
incomprensibile desiderio di rivedere l'arcangelo Michele, di esaminarlo con maggiore
attenzione. Era curiosità soltanto? |
| Io non so. Non
oso guardarmi dentro, nel segreto; amo meglio indugiare, ingannando me stessa; non penso
che o prima o poi tutte le terre vaghe cadono in dominio del Nemico; non ho il coraggio di
affrontare la lotta; son pusillanime. |
| Intanto, l'ora
è dolce. Ho una imaginosa eccitazione intellettuale, come se avessi bevute molte tazze di
tè forte. Non ho nessuna volontà di coricarmi. La notte è tiepidissima, come in agosto;
il cielo è chiaro ma velato, simile a un tessuto di perle; il mare ha una respirazione
lenta e sommessa, ma le fontane riempiono le pause. La loggia m'attira. Sogniamo un poco!
Quali sogni? |
| Gli occhi delle
Vergini e delle Sante mi perseguitano. Vedo ancóra quegli occhi cavi, lunghi e stretti,
con le palpebre abbassate, di sotto a cui guardano con uno sguardo affascinante, mite come
quel d'una colomba, un po' obliquo come quel d'una serpe. " Sii semplice come la
colomba e prudente come la serpe " ha detto Gesù Cristo. |
| Sii prudente.
Prega, còricati e dormi. |
| 21 settembre.
- Ahimè, bisogna pur sempre ricominciar l'opera dura, risalire l'erta già salita,
riconquistare il suolo già conquistato ricombattere la battaglia già vinta! |
| 22 settembre.
- Egli mi ha donato un suo libro di poesia, La Favola d`Ermafrodito, il ventunesimo
dei venticinque soli esemplari, tirato su pergamena, con due prove del frontispizio avanti
lettera. |
| E' una
singolare opera, ove si chiude un senso misterioso e profondo, sebbene l'elemento musicale
prevalga trascinando lo spirito in una magia inaudita di suoni e avvolgendo i pensieri;
che splendono come una polvere d'oro e di diamante in un fiume limpido. |
| I cori dei
Centauri, delle Sirene e delle Sfingi dànno un turbamento indefinibile, svegliano
nell'orecchio e nell'anima una inquietudine e una curiosita non appagate, prodotte dal
continuo contrasto d'un sentimento duplice, d'una aspirazione duplice, della natura umana
e della natura bestiale. Ma con qual purezza, e come visibile, l'ideal forma
dell'Androgine si delinea tra gli agitati cori dei mostri! Nessuna musica mi ha inebriata
come questo poema e nessuna statua mi ha data della bellezza un'impressione più armonica.
Certi versi mi perseguitano senza tregua e mi perseguiteranno per lunghissimo tempo,
forse; tanto sono intensi. |
*
|
| Egli mi
conquista l'intelletto e l'anima, ogni giorno più, ogni ora più, senza tregua, contro la
mia volontà, contro la mia resistenza. Le sue parole, i suoi sguardi, i suoi gesti, i
suoi minimi moti entrano nel mio cuore. |
| 23 settembre.
- Quando parliamo insieme, talvolta io sento che la sua voce è come l'eco dell'anima mia. |
| Accade talvolta
che io mi senta spingere da un subitaneo fascino, da un'attrazione cieca, da una violenza
irragionevole, verso una frase, verso una parola che potrebbe rivelare la mia debolezza.
Mi salvo per prodigio; e viene allora un intervallo di silenzio, nel quale io sono agitata
da un terribile tremito interiore. Se riprendo a parlare, io dico una cosa frivola e
insignificante, con un tono leggero; ma mi pare che una fiamma mi corra sotto la pelle del
viso, quasi ch'io sia per arrossire. S'egli cogliesse quell'attimo per guardarmi
risolutamente negli occhi, sarei perduta. |
*
|
| Ho suonato
molta musica, di Sebastiano Bach e di Roberto Schumann. Egli stava seduto, come quella
sera, alla mia destra, un poco indietro, su la poltrona di cuoio. Di tratto in tratto,
alla fine d'ogni pezzo, egli si levava e, chino alle mie spalle, sfogliava il libro per
indicarmi un'altra Fuga, un altro Intermezzo, un altro Improvviso.
Quindi si metteva di nuovo a sedere; ed ascoltava, senza muoversi, profondamente assorto,
con gli occhi fissi sopra di me, facendomi sentire la sua presenza. |
| Intendeva egli
quanto di mio, del mio pensiero, della mia tristezza, del mio essere intimo, passava nella
musica altrui? |
*
|
| " Musica,
- chiave d'argento che apri la fontana delle lacrime, ove lo spirito beve finché la mente
si smarrisce; soavissima tomba di mille timori, ove la loro madre, l'Inquietudine, simile
a un fanciullo che dorma, giace sopita ne' fiori... " SHELLEY. |
| La notte è
minacciosa. Un vento caldo e umido soffia nel giardino; e il fremito cupo si prolunga
nell'oscurità, poi cade, poi ricomincia più forte. Le vette dei cipressi oscillano sotto
un cielo quasi nero, dove le stelle appaiono semispente. Una striscia di nuvole attraversa
lo spazio, dall'uno all'altro orizzonte, frastagliata, contorta, più nera del cielo,
simile alla capigliatura tragica di una Medusa. Il mare nell'oscurità è invisibile; ma
singhiozza, come un immenso e inconsolabile dolore, solo. |
| Che è mai
questo sbigottimento? Mi sembra che la notte mi ammonisca d'una sciagura prossima e che
all'ammonizione risponda in fondo a me un rimorso indefinito. Il Preludio di
Sebastiano Bach ancóra m'incalza; si mesce nell'anima mia con il fremito del vento e con
il singhiozzo del mare. |
| Non piangeva,
dianzi, qualche cosa di me in quelle note? |
| Qualcuno
piangeva, gemeva, oppresso dall'angoscia; qualcuno piangeva, gemeva, chiamava Dio,
domandava il perdono, implorava l'aiuto, pregava con una preghiera che saliva al cielo
come una fiamma. Chiamava ed era ascoltato, pregava ed era esaudito; riceveva la luce
dall'alto, gittava gridi d'allegrezza, stringeva alfine la Verità e la Pace, si riposava
nella clemenza del Signore. |
*
|
| Sempre, mia
figlia mi conforta; e mi guarisce da ogni febbre; come un balsamo sublime. |
| Ella dorme,
nell'ombra rischiarata dalla lampada che è mite come una luna. La sua faccia, bianca
della fresca bianchezza d'una rosa bianca, quasi si sprofonda nell'abbondanza de' capelli
oscuri. Pare che il fino tessuto delle sue palpebre appena appena riesca a nascondere
nell'interno gli occhi luminosi. Io mi piego su lei, la riguardo; e tutte le voci della
notte si estinguono, per me; il silenzio per me non è misurato che dalla respirazione
ritmica della sua vita. |
| Ella sente la
vicinanza della madre. Leva un braccio e lo lascia ricadere; sorride dalla bocca che si
schiude come un fiore perlifero e per un istante tra i cigli appare uno splendore simile
all'umido splendore argenteo della polpa d'un asfodelo. Come più la contemplo, diventa
alla mia vista una creatura immateriale, un essere formato dell'elemento as dreams are
made on. |
| Perché, a dare
un'idea della sua bellezza e della sua spiritualità, sorgono spontanee nella memoria
imagini e parole di Guglielmo Shakespeare, di questo possente selvaggio atroce poeta che
ha così melliflue labbra? |
| Ella crescerà,
nutrita e avvolta dalla fiamma del mio amore, mio grande unico amore... |
| Oh Desdemona,
Ofelia, Cordelia, Giulietta! Oh Titania! Oh Miranda! |
| 24 settembre.
- Io non so prendere una risoluzione, non so fare un proposito. Io mi abbandono un poco a
questo nuovissimo sentimento, chiudendo gli occhi sul pericolo lontano, chiudendo gli
orecchi alle ammonizioni savie della conscienza, con il trepidante ardire di chi, per
cogliere le violette, s'avventura su l'orlo d'un abisso in fondo a cui rugge un fiume
vorace. |
| Egli non saprà
nulla dalla mia bocca; io non saprò nulla dalla sua. Le Anime saliranno insieme, un breve
tratto, su per le colline dell'Ideale, beveranno qualche sorso alle fonti perenni; quindi
ciascuna riprenderà la sua via, con maggior confidenza, con minor sete. |
*
|
| Che
tranquillità nell'aria, dopo il mezzogiorno! Il mare ha il color bianco azzurrognolo
latteo d'un opale, d'un vetro di Murano: ed è qua e là come un cristallo appannato da un
alito. |
*
|
| Leggo Percy
Shelley, un poeta ch'egli ama, il divino Ariele che si nutre di luce e parla nella lingua
degli Spiriti. E' notte. Questa allegoria mi si leva d'innanzi visibile. |
| " Una
porta di cupo diamante si spalanca sul gran cammino della vita da noi tutti esercitato,
una caverna immensa e corrosa. Intorno imperversa una perpetua guerra di ombre, simili
alle nuvole inquiete che s'affollano nella fenditura d'una qualche montagna scoscesa,
perdendosi in alto fra i turbini del cielo superiore. E molti passano con passo incurante,
d'innanzi a quel portico, non sapendo che un'ombra segue i vestigi d'ogni passeggero
insino al luogo ove i morti aspettano in pace il lor compagno novello. Altri però, mossi
da un pensier più curioso, si fermano a riguardare. Sono costoro in esilissimo numero; ed
ivi ben poco apprendono, se non che ombre li seguono ovunque eglino vadano. " |
| Dietro di me,
così da presso che quasi mi tocca, è l'Ombra. Io la sento, che mi guarda; allo stesso
modo che ieri sonando, sentivo lo sguardo di lui, senza vederlo. |
| 25 settembre.
- Mio Dio, mio Dio! |
| Quando egli mi
ha chiamata, con quella voce, con quel tremito, io ho creduto che il cuore mi si fosse
disciolto nel petto e ch'io fossi per venir meno. - Voi non saprete mai - egli ha detto -
non saprete mai fino a qual punto la mia anima è vostra. |
| Eravamo nel
viale delle fontane. Io ascoltavo le acque. Non ho visto più nulla; non ho udito più
nulla; m'è parso che tutte le cose si allontanassero e che il suolo si affondasse e che
si dileguasse con loro la mia vita. Ho fatto uno sforzo sovrumano; e m'è venuto alle
labbra il nome di Delfina, e m'è venuto un impeto folle di correre a lei, di fuggire, di
salvarmi. Ho gridato tre volte quel nome. Negli intervalli, il mio cuore non palpitava, i
miei polsi non battevano, dalla mia bocca non usciva il respiro... |
| 26 settembre.-
E vero? Non è un inganno del mio spirito fuorviato? Ma perché l'ora di ieri mi par così
lontana, così irreale? |
| Egli parlò, di
nuovo, a lungo, standomi vicino, mentre io camminava sotto gli alberi, trasognata. Sotto
quali alberi? Era come s'io camminassi nelle vie segrete dell'anima mia, tra fiori nati
dall'anima mia, ascoltando le parole d'uno Spirito invisibile che un tempo si fosse
nutrito dell'anima mia. |
| Odo ancóra le
parole soavi e tremende. |
| Egli diceva: -
Io rinunzierei a tutte le promesse della vita per vivere in una piccola parte del vostro
cuore... |
| Diceva: - ...
fuor del mondo, interamente perduto nel vostro essere, per sempre, fino alla morte... |
| Diceva: - La
pietà che mi venisse da voi mi sarebbe più cara della passione di qualunque altra... |
| - La sola
presenza vostra visibile bastava a darmi l'ebrezza; e io la sentiva fluire nelle mie vene,
come un sangue, e invadere il mio spirito, come un sentimento sovrumano... |
| 27 settembre.
- Quando, sul limite del bosco, egli colse questo fiore e me l'offerse, non lo chiamai Vita
della mia vita? |
| Quando
ripassammo pel viale delle fontane, d'innanzi a quella fontana, dove egli prima aveva
parlato, non lo chiamai Vita della mia vita? |
| Quando tolse la
ghirlanda dall'Erma e la rese a mia figlia, non mi fece intendere che la Donna inalzata
ne' versi era già decaduta e che io sola, io sola ero la sua speranza? Ed io non lo
chiamai Vita della mia vita? |
| 28 settembre.
- Com'è stato lungo a venire, il raccoglimento! In tante ore, dopo quell'ora, ho lottato,
ho penato per rientrar nella mia vera conscienza, per veder le cose nella vera luce, per
giudicare l'accaduto con fermo e calmo giudizio, per risolvere, per decidere, per
riconoscere il dovere. Io sfuggivo a me stessa; la mente si smarriva; la volontà si
ripiegava; ogni sforzo era vano. Quasi per istinto, evitavo di rimaner sola con lui, mi
tenevo sempre vicina a Francesca e a mia figlia, o rimanevo qui nella stanza, come in un
rifugio. Quando i miei occhi s'incontravano con i suoi, mi pareva di legger ne' suoi una
profonda e supplichevole tristezza. Non sa egli quanto, quanto, quanto io l'ami? |
| Non lo sa; non
lo saprà mai. Così voglio. Debbo così. Coraggio ! |
| Mio Signore,
aiutatemi voi. |
| 29 settembre.
- Perché ha parlato? Perché ha voluto rompere l'incanto del silenzio ove l'anima mia si
cullava senza quasi rimorso e senza quasi paura? Perché ha voluto strappare i veli vaghi
dell'incertezza e mettermi in conspetto del suo amore svelato? Ormai non posso più
indugiare, non posso più illudermi, né concedermi una mollezza, né abbandonarmi a un
languore. Il pericolo è la, certo, aperto, manifesto; e m'attira con la vertigine, come
un abisso. Un attimo di languore, di mollezza, e io sono perduta. |
*
|
| Io mi domando:
- E' un dolor sincero il mio, è un sincero rammarico, per quella rivelazione inattesa?
Perché penso sempre a quelle parole? E perché, quando le ripeto in me stessa, un'onda
ineffabile di voluttà mi attraversa? E perché un brivido mi corre per tutte le midolle,
se imagino che potrei udire altre parole, altre parole ancóra? |
*
|
| Un verso di
Guglielmo Shakespeare, nel As you like it: |
| "
Who ever lov'd, that lov'd not at first sight? " |
| Notte. -
I moti del mio spirito prendono forma d'interrogazioni, di enigmi. Io interrogo di
continuo me stessa e non rispondo mai. Non ho avuto il coraggio di guardar proprio in
fondo, di conoscere con esattezza il mio stato, di prendere una risoluzione veramente
forte e leale. Io sono pusillanime, io sono vile; ho paura del dolore, voglio soffrire il
meno possibile; voglio ancóra ondeggiare, temporeggiare, palliare, salvarmi con
sotterfugi, nascondermi, invece d'affrontare a viso aperto la battaglia decisiva. |
| Il fatto è
questo: che io temo di rimaner sola con lui, d'aver con lui un colloquio grave, e
che la mia vita qui è ridotta una continuazione di piccole astuzie, di piccoli ripieghi,
di piccoli pretesti per evitare la sua compagnia. L'artificio è indegno di me. O voglio
assolutamente rinunziare a questo amore; ed egli udrà la mia parola triste ma ferma. O
voglio accettarlo, nella sua purità; ed egli avrà il mio consenso spirituale. |
| Ora, io mi
domando: - Che voglio? Quale scelgo delle due vie? Rinunziare? Accettare? |
| Mio Dio, mio
Dio, rispondete voi per me, illuminatemi voi! |
| Rinunziare è
omai come strappar con le mie unghie una parte viva del mio cuore. L'angoscia sarà
suprema, lo spasimo passerà i limiti d'ogni sofferenza; ma l'eroismo, per la grazia di
Dio, verrà coronato dalla rassegnazione, verrà premiato dalla divina dolcezza che segue
ogni forte elevazion morale, ogni trionfo dell'anima su la paura di soffrire. |
| Rinunzierò.
Mia figlia manterrà il possesso di tutto tutto il mio essere, di tutta tutta la mia vita.
Questo è il dovere. |
| "
Ara con pianti, anima dolorosa, |
| per
mietere con canti d'allegrezza! " |
| 30 settembre.
- Scrivendo queste pagine, mi sento un poco più calma: riacquisto, almeno
momentaneamente, un poco di equilibrio e considero con maggior lucidità il mio infortunio
e mi par che il cuore si alleggerisca come dopo una confessione. |
| Oh, s'io
potessi confessarmi! S'io potessi chiedere consiglio e aiuto al mio vecchio amico, al mio
vecchio consolatore! |
| In queste
turbolenze, mi sostiene più d'ogni altra cosa il pensiero ch'io rivedrò fra pochi giorni
Don Luigi e che gli parlerò e che gli mostrerò tutte le mie piaghe, e gli scoprirò
tutte le mie paure e gli chiederò un balsamo per tutti i miei mali, come un tempo; come
quando la sua parola mite e profonda chiamava lacrime di tenerezza su' miei occhi che
ancóra non conoscevano il sale amaro d'altre lacrime o l'arsione, ben più terribile,
dell'aridità. |
| Mi comprendera
egli ancóra? Comprenderà le oscure angosce della donna allo stesso modo che comprendeva
le malinconie della fanciulla indefinite e fugaci? Rivedrò inchinarsi verso di me, in
atto di misericordia e di compatimento, la sua bella fronte incoronata di capelli bianchi,
illuminata di santità, pura come l'ostia nel ciborio, benedetta dalla mano del Signore? |
*
|
| Ho sonato, su
l'organo della cappella, musica di Sebastiano Bach e del Cherubini, dopo la messa. Ho
sonato il Preludio dell'altra sera. |
| Qualcuno
piangeva, gemeva, oppresso dall'angoscia; qualcuno piangeva, gemeva, chiamava Dio,
domandava il perdono, implorava l'aiuto, pregava con una preghiera che saliva al cielo
come una fiamma. Chiamava ed era ascoltato, pregava ed era esaudito; riceveva la luce
dall'alto, gittava gridi d'allegrezza, stringeva alfine la Verità e la Pace, si riposava
nella clemenza del Signore. |
| Quest'organo
non è grande, la cappella non è grande; eppure la mia anima s'è dilatata come in una
basilica, s'è inalzata come in una cupola immensa, ha toccato il culmine dell'aguglia
ideale ove splende il segno dei segni, nell'azzurro paradisiaco, nell'etere sublime. |
| Io penso ai
massimi organi delle cattedrali massime, a quelli di Amburgo, di Strasburgo, di Siviglia,
della badia di Weingarten, della badia di Subiaco, dei Benedettini in Catania, di
Montecassino, di San Dionigi. Qual voce, qual coro di voci, qual moltitudine di grida e di
preghiere, qual canto e qual pianto di popoli eguaglia la terribilità e la soavità di
questo prodigioso istrumento cristiano che può riunire in se tutte le intonazioni da
orecchio umano percettibili e le impercettibili ancóra? |
| Io sogno: - un
Duomo solitario, immerso nell'ombra, misterioso, nudo, simile alla profondità d'un
cratere spento che riceva dall'alto una luce siderale; e un'Anima ebra d'amore, ardente
come quella di san Paolo, dolce come quella di san Giovanni, molteplice come mille anime
in una, bisognosa d'esalar la sua ebrietà in una voce sopraumana; e un organo vasto come
una foresta di legno e di metallo, che, come quel di San Sulpizio, abbia cinque tastiere,
venti pedali, cento otto registri, più di settemila canne, tutti i suoni. |
| Notte. -
Invano! Invano! Nessuna cosa mi calma; nessuna cosa mi dà un'ora, un minuto, un attimo di
oblio; nessuna cosa mai mi guarirà; nessun sogno della mia mente cancellerà il sogno del
mio cuore. Invano! |
| La mia angoscia
è mortale. Io sento che il mio male è incurabile; il cuore mi duole come se proprio me
l'avessero stretto, me l'avessero premuto, me l'avessero guasto per sempre; il dolore
morale è così intenso che si cangia in dolore fisico, in uno spasimo atroce,
insostenibile. Io sono esaltata, lo so; io sono in preda a una specie di follia; e non
posso vincermi, non posso contenermi, non posso riprendere la mia ragione; non posso, non
posso. |
| Questo è
dunque l'amore? |
| Egli e partito
stamani, a cavallo, con un servo, senza ch'io l'abbia veduto. La mia mattina è passata
quasi tutta nella cappella. Per l'ora della colazione egli non è ritornato. La sua
assenza mi faceva soffrire così ch'io era stupita dell'acutezza di quel soffrire. Son
venuta qui nella stanza; per diminuir la pena, ho scritta una pagina del Giornale, una
pagina religiosa, riscaldandomi al ricordo della mia fede matutina; poi ho letto qualche
brano dell'Epipsychidion di Percy Shelley; poi son discesa nel parco a cercar di
mia figlia. In tutti questi atti, il pensiero vivo di lui mi teneva, mi occupava, mi
tormentava senza tregua. |
| Quando ho
riudita la sua voce, io era sulla prima terrazza. Egli parlava con Francesca, sul
vestibolo. Francesca s'è affacciata, chiamandomi dall'alto: - Vieni su. |
| Risalendo la
scala, sentivo che le ginocchia mi si piegavano. Salutandomi, egli mi ha tesa la mano; e
deve aver notato il tremito della mia perché ho visto qualche cosa passargli nello
sguardo, rapidamente. Ci siamo seduti su le lunghe sedie di paglia, nel vestibolo, rivolti
al mare. Egli ha detto d'essere molto stanco; e s'è messo a fumare, raccontando la sua
cavalcata. Era giunto sino a Vicomìle, dove aveva fatto una sosta. |
| - Vicomìle -
ha detto - possiede tre meraviglie: una pineta, una torre, e un ostensorio del
Quattrocento. Figuratevi una pineta tra il mare e il colle, tutta piena di stagni che
moltiplicano il bosco all'infinito; un campanile di stil lombardo barbaro, che risale
certo al XI secolo, uno stelo di pietra carico di sirene, di paoni, di serpenti, di
Chimere, d'ippogrifi, di mille mostri e di mille fiori; e un ostensorio d'argento dorato,
smaltato, intagliato e cesellato, di foggia gotico-bizantina con un presentimento della
Rinascenza, opera del Gallucci, artefice quasi ignoto, ch'è un gran precursore di
Benvenuto... |
| Egli si
rivolgeva a me, parlando. E' strano come io ricordo esattamente tutte le sue parole.
Potrei scrivere per intera la sua conversazione, con le particolarità più insignificanti
e minute; se ci fosse un mezzo, potrei riprodurre ogni modulazione della sua voce. |
| Egli ci ha
mostrato due o tre piccoli disegni a matita, sul suo taccuino. Poi ha seguitato a parlare
delle meraviglie di Vicomìle, con quel calore ch'egli ha quando parla di cose belle, con
quell'entusiasmo d'arte, ch'è una delle sue più alte seduzioni. |
| - Ho promesso
al Canonico che sarei tornato domenica. Andremo; è vero, Francesca? Bisogna che Donna
Maria conosca Vicomìle. |
| Oh, il mio nome
su la sua bocca! Se ci fosse un modo, potrei riprodurre esattamente l'attitudine,
l'apertura delle sue labbra nel profferire ciascuna sillaba delle due parole: - Donna
Maria. - Ma non mai potrei esprimere la mia sensazione; non potrei mai mai ridire tutto
ciò che di sconosciuto, d'inopinato, d'insospettato si va risvegliando nel mio essere
alla presenza di quell'uomo. |
| Siamo rimasti
là seduti, fino all'ora del pranzo. Francesca pareva, contro il suo solito, un poco
malinconica. A un certo punto, il silenzio è caduto su noi, gravemente. Ma tra lui e me
è incominciato un di que' colloqui di silenzio, ove l'anima esala l'Ineffabile e
intende il murmure dei pensieri. Egli mi diceva cose che mi facevano languir di dolcezza
sopra il cuscino: cose che la sua bocca non potrà mai ripetermi e il mio orecchio non
potrà mai udire. |
| D'innanzi, i
cipressi immobili, leggeri alla vista quasi fossero immersi in un etere sublimante, accesi
dal sole, parevano portare una fiamma alla sommità, come i torchi votivi. Il mare aveva
il color verde d'una foglia d'aloe, e qua e là il color mavì d'una turchina liquefatta:
una indescrivibile delicatezza di pallori, una diffusion di luce angelicata, ove ogni vela
dava imagine d'un angelo che nuotasse. E la concordia dei profumi illanguiditi
dall'Autunno era come lo spirito e il sentimento di quello spettacolo pomeridiano. |
| Oh morte serena
di settembre! |
| Anche questo
mese è finito, è perduto, è caduto nell'abisso. Addio. |
| Una tristezza
immensa mi opprime. Quanta parte di me porta seco questa parte di tempo! Ho vissuto più
in quindici giorni che in quindici anni; e mi sembra che nessuna delle mie lunghe
settimane di dolore eguagli in acutezza di spasimo questa breve settimana di passione. Il
cuore mi duole; la testa mi si perde; una cosa oscura e bruciante è in fondo a me, una
cosa ch'è apparsa d'improvviso come un'infezione di morbo e che incomincia a contaminarmi
il sangue e l'anima, contro ogni volontà, contro ogni rimedio: il Desiderio. |
| Io n'ho
vergogna e raccapriccio, come d'un disonore, come d'un sacrilegio, come d'una violazione;
io n'ho una paura disperata e folle, come d'un nemico fraudolento che a penetrar nella
cittadella conosca vie da me stessa non conosciute. |
| E intanto io
veglio, nella notte; e, scrivendo questa pagina nell'orgasmo in cui gli amanti scrivono le
loro lettere d'amore, non odo il respiro di mia figlia che dorme. Ella dorme in pace; ella
non sa quanto l'anima della madre sia lontana... |
| 1 ottobre.
- I miei occhi vedono in lui quel che prima non vedevano. Quando egli parla, io guardo la
sua bocca; e l'attitudine e il colore delle labbra mi occupano più che il suono e il
significato delle parole. |
| 2 ottobre.
- Oggi è sabato: oggi è l'ottavo giorno dal giorno indimenticabile: - 25 SETTEMBRE I886.
|
*
|
| Per un caso
singolare, sebbene io ora non eviti di trovarmi sola con lui, sebbene anzi io desideri che
venga il momento terribile ed eroico; per un caso singolare, il momento non è venuto. |
| Francesca è
rimasta sempre con me, oggi. Stamani abbiamo fatto una cavalcata per la via di Rovigliano.
E abbiamo passato il pomeriggio quasi tutto al pianoforte. Ella ha voluto ch'io le sonassi
alcune danze del XVI secolo, poi la Sonata in fa diesis minore e la celebre Toccata
di Muzio Clementi, poi due o tre Capricci di Domenico Scarlatti; e ha voluto ch'io
le cantassi alcune parti dei Frauenliebe di Roberto Schumann. Che contrasti! |
| Francesca non
è più gaia, come una volta, com'era anche ai primi giorni della mia dimora qui. Spesso,
ella è pensosa; quando ride, quando scherza, la sua gaiezza mi sembra artificiale. Le ho
chiesto: - Hai qualche pensiero che ti tormenta? - Ella mi ha risposto, mostrando di
meravigliarsi: - Perché? Io ho soggiunto: - Ti vedo un po' triste. - Ed ella: - Triste?
Oh no; t'inganni. - Ed ha riso, ma d'un riso involontariamente amaro. |
| Questa cosa mi
affligge e mi dà una inquietudine vaga. |
*
|
| Andremo dunque
domani a Vicomìle, dopo mezzogiorno. Egli mi ha domandato: - Avreste forza di venire a
cavallo? A cavallo potremmo traversare tutta la pineta... |
| Poi anche mi ha
detto: - Rileggete, tra le liriche dello Shelley a Jane, la Recollection. |
| Dunque andremo
a cavallo; verrà a cavallo anche Francesca. Gli altri, compresa Delfina, verranno in mail-coach. |
| In che
disposizion di spirito strana mi trovo io stasera! Ho come un'ira sorda e acre in fondo al
cuore, e non so perché; ho come una insofferenza di me e della mia vita e di tutto.
L'eccitazion nervosa è così forte che mi prende di tratto in tratto un pazzo impeto di
gridare, di ficcarmi le unghie nella carne, di rompermi le dita contro la parete, di
provocare un qualunque spasimo materiale per sottrarmi a questo insopportabile malessere
interiore, a questo insopportabile affanno. Mi par d'avere un nodo di fuoco a sommo del
petto, la gola chiusa da un singhiozzo che non vuole uscire, la testa vacua, ora fredda
ora ardente; e di tratto in tratto mi sento attraversare da una specie d'ansierà
subitanea, da uno sbigottimento irragionevole che non riesco a respingere mai né a
reprimere. E, a volte, a traverso il mio cervello guizzano imagini e pensieri involontarii
che sorgono chi sa da quali profondità dell'essere: imagini e pensieri indegni. E languo
e vengo meno, come una che sia immersa in un amore allacciante; e pur tuttavia non è un
piacere, non è un piacere! |
| 3 ottobre.
Com'è debole e misera l'anima nostra, senza difesa contro i risvegli e gli assalti di
quanto men nobile e men puro dorme nella oscurità della nostra vita inconsciente,
nell'abisso inesplorato ove i ciechi sogni nascono dalle cieche sensazioni! |
| Un sogno può
avvelenare un'anima; un sol pensiero involontario può corrompere una volontà. |
*
|
| Andiamo a
Vicomìle. Delfina è in letizia. La giornata è religiosa. Oggi è la festa di Maria
Vergine del Rosario. Coraggio, anima mia! |
| 4 ottobre.
- Nessun coraggio. |
| La giornata di
ieri fu per me così piena di piccoli episodii e di grandi commozioni, così lieta e così
triste, così stranamente agitata che io mi smarrisco nel ricordarla. E già tutti tutti
gli altri ricordi impallidiscono e si dileguano innanzi ad un solo. |
| Dopo aver
visitata la torre ed avere ammirato l'ostensorio, ci accingemmo a ripartir da Vicomìle
verso le cinque e mezzo. Francesca era stanca; e le piacque, piuttosto che rimontare a
cavallo, tornar col mail-coach. Noi seguimmo per un tratto, cavalcando ora indietro
ora ai lati. Di sul legno, Delfina e Muriella agitavano verso noi lunghe canne fiorite e
ridevano minacciandoci con i bei pennacchi violacei. |
| Era una sera
tranquillissima, senza vento. Il sole stava per cadere dietro il colle di Rovigliano, in
un cielo tutto rosato come un cielo dell'Estremo Oriente. Rose rose rose piovevano da per
tutto, lente, spesse, molli, a simiglianza d'una nevata in un'aurora. Quando il sole
scomparve, le rose si moltiplicarono, si diffusero fin quasi all'orizzonte opposto,
perdendosi, sciogliendosi in un azzurro chiarissimo, in un azzurro argentino,
indefinibile, simile a quello che s'incurva su le cime delle montagne coperte di ghiacci. |
| Era egli che di
tratto in tratto mi diceva: - Guardate la torre di Vicomìle. Guardate la cupola di San
Consalvo... |
| Quando la
pineta fu in vista, egli mi chiese: - Attraversiamo? |
| La strada
maestra costeggiava il bosco, descrivendo una larga curva e avvicinandosi al mare, fin
quasi sul lido, nella sommità dell'arco. Il bosco appariva già tutto cupo, d'un verde
tenebroso, come se l'ombra si fosse accumulata su le chiome degli alberi lasciando ancor
limpida l'aria superiore; ma, per entro, gli stagni risplendevano d'una luce intensa e
profonda, come frammenti d'un cielo assai più puro di quello che si diffondeva sul nostro
capo. |
| Senza aspettare
la mia risposta, egli disse a Francesca: |
| - Noi
attraversiamo la pineta. Ci ritroveremo su la strada, al ponte del Convito, dall'altra
parte. |
| E trattenne il
cavallo. |
| Perché
acconsentii? Perché entrai con lui? Io aveva negli occhi una specie di abbagliamento; mi
pareva d'essere sotto l'influenza d'una fascinazione confusa; mi pareva che quel
paesaggio, quella luce, quel fatto, tutta quella combinazione di circostanze non fossero
per me nuovi ma già un tempo esistiti, quasi direi in una mia esistenza anteriore, ed ora
riesistenti... L'impressione è inesprimibile. Mi pareva dunque che quell'ora, che quei
momenti, essendo stati già da me vissuti, non si svolgessero, fuori di me, indipendenti
da me, ma mi appartenessero, ma avessero con la mia persona un legame naturale e
indissolubile così ch'io non potessi sottrarmi a riviverli in quel dato modo ma dovessi
anzi necessariamente riviverli. Io aveva chiarissimo il sentimento di questa
necessità. L'inerzia della mia volontà era assoluta. Era come quando un fatto della vita
ritorna in un sogno con qualche cosa di più della verità, e di diverso dalla verità.
Non riesco nemmeno a rendere una minima parte di quel f enomeno straordinario. |
| E una segreta
rispondenza, un'affinità misteriosa era tra l'anima mia e il paesaggio. L'imagine del
bosco nelle acque degli stagni pareva infatti l'imagine sognata della scena reale.
Come nella poesia di Percy Shelley ciascuno stagno pareva essere un breve cielo che
s'ingolfasse in un mondo sotterraneo; un firmamento di luce rosea, disteso su la terra
oscura, più infinito dell'infinita notte e più puro del giorno; dove gli alberi si
sviluppavano allo stesso modo che nell'aria superiore ma di forme e di tinte più perfetti
che qualunque altro di quelli in quel luogo ondeggianti. E vedute soavi, quali non mai si
videro nel nostro mondo di sopra, v'eran dipinte dall'amor dell'acque per la bella
foresta; e tutta la lor profondità era penetrata d'un chiarore elisio, d'un'atmosfera
senza mutamento, d'un vespro più dolce che quel di sopra. |
| Da che
lontananza del tempo era venuta a noi quell'ora? |
| Andavamo al
passo, nel silenzio. I rari gridi delle gazze, l'andatura e il respiro dei cavalli non
turbavano la tranquillità che pareva di minuto in minuto farsi più grande e più magica. |
| Perché volle
egli rompere la magia da noi stessi generata? |
| Egli parlò;
egli mi versò sul cuore un'onda di parole ardenti, folli, quasi insensate, che in quel
silenzio degli alberi mi sbigottivano poiché prendevano qualche cosa di non umano,
qualche cosa d'indefinibilmente strano e affascinante. Non fu umile e sommesso come nel
parco; non mi disse le sue speranze timide e scorate, le sue aspirazioni quasi mistiche,
le sue tristezze incurabili; non pregò, non implorò. Egli aveva la voce della passione,
audace e forte; una voce ch'io non gli conosceva. |
| - Voi mi amate,
voi mi amate; voi non potete non amarmi! Ditemi che mi amate! |
| Il suo cavallo
camminava rasente al mio. Ed io mi sentivo da lui sfiorare; e credevo anche di sentire su
la guancia il suo alito, l'ardore delle sue parole; e credevo di venir meno per il grande
orgasmo e di cadergli fra le braccia. |
| - Ditemi che mi
amate! - egli ripeteva, ostinatamente, senza pietà. - Ditemi che mi amate! |
| Nella terribile
esasperazione datami dalla sua voce incalzante, io credo che dissi, non so se con un grido
o con un singulto, fuori di me: |
| - Vi amo, vi
amo, vi amo! |
| E spinsi il
cavallo di carriera per la via appena tracciata nella densità de' tronchi, non sapendo
che facessi. |
| Egli mi seguiva
gridandomi: |
| - Maria, Maria,
fermatevi! Vi farete male... |
| Non mi fermai;
non so come il mio cavallo evitò i tronchi; non so come non caddi. Io non so ridire
l'impressione che mi dava nella corsa la foresta cupa interrotta dalle larghe macchie
lucenti degli stagni. Quando infine uscii su la strada, alla parte opposta, presso il
ponte del Convito, mi sembrò escire da un'allucinazione. |
| Egli mi disse,
con un po' di violenza: |
| - Volevate
uccidervi? |
| Udimmo il
romore della carrozza avvicinarsi; e movemmo incontro. Egli voleva ancóra parlarmi. |
| - Tacete, vi
prego; per pietà! - implorai, poiché sentivo che non avrei potuto regger più oltre. |
| Egli tacque.
Poi, con una sicurezza che mi stupì, disse a Francesca: |
| - Peccato che
tu non sia venuta! Era un incanto... |
| E seguitò a
parlare, francamente, semplicemente, come se nulla fosse accaduto; anzi con una certa
gaiezza. E io gli ero grata della dissimulazione che pareva mi salvasse, poiché certo, se
avessi dovuto io parlare, mi sarei tradita; e il silenzio d'ambedue sarebbe stato forse
per Francesca sospetto. |
| Incominciò,
dopo qualche tempo, la salita verso Schifanoja. Nella sera, che immensa malinconia! Il
primo quarto della luna brillava in un ciel delicato, un po' verde, ove i miei occhi,
forse i miei occhi soltanto, vedevano ancóra una lieve apparenza di roseo, del roseo che
illuminava gli stagni, là giù, nella foresta. |
| 5 ottobre.
- Egli ora sa che io l'amo; lo sa dalla mia bocca. Io non ho più scampo che nella fuga.
Ecco, dove son giunta. |
| Quando mi
guarda, ha in fondo agli occhi un luccicore singolare che prima non aveva. Oggi, in un
minuto in cui Francesca non era presente, mi ha presa la mano facendo l'atto di
baciarmela. Io son riuscita a ritrarla; ed ho visto le sue labbra agitate da un piccolo
tremito; ho sorpreso su le sue labbra, in un attimo, quasi direi la figura del bacio non
iscoccato, un'attitudine che m'è rimasta nella memoria e non mi va più via, non mi va
più via! |
| 6 ottobre.
- Il 25 di settembre, sul sedile di marmo, nel bosco degli àlbatri, egli mi disse: - Io
so che voi non mi amate e che non potete amarmi. - E il 3 di ottobre: - Voi mi
amate, voi mi amate, voi non potete non amarmi. |
*
|
| In presenza di
Francesca, m'ha chiesto se gli permettevo di fare uno studio delle mie mani. Ho
consentito. Incomincerà oggi. |
| E io sono
trepidante e ansiosa, come se dovessi prestar le mie mani a una tortura sconosciuta. |
| Notte. -
E' incominciata la lenta, soave, indefinibile tortura. |
| Disegnava a
matita nera e a matita sanguigna. La mia mano destra posava sopra un pezzo di velluto. Sul
tavolo era un vaso coreano, giallastro e maculato come la pelle d'un pitone; e nel vaso
era un mazzo d'orchidee, di quei fiori grotteschi e multiformi che son la ricercata
curiosità di Francesca. Talune, verdi, di quel verde, dirò così, animale che hanno
certe locuste, pendevano in forma di piccole urne etrusche, con il coperchio un po'
sollevato. Altre portavano in cima a uno stelo d'argento un fiore a cinque petali con in
mezzo un calicetto, giallo di dentro e bianco di fuori. Altre portavano una piccola
ampolla violacea e ai lati dell'ampolla due lunghi filamenti; e facevano pensare a un
qualche minuscolo re delle favole, assai gozzuto, con la barba divisa in due trecce alla
foggia orientale. Altre infine portavano una quantità di fiori gialli, simili ad
angelette in veste lunga librate a volo con le braccia alte e con l'aureola dietro il
capo. |
| Io le guardava,
quando mi pareva di non poter più sostenere il supplizio; e le loro forme rare mi
occupavano un istante, mi suscitavano un ricordo fuggevole de' paesi originali, mi
mettevano nello spirito non so che momentaneo smarrimento. Egli disegnava, senza parlare;
i suoi occhi andavano di continuo dalle carte alle mie mani; poi, due o tre volte, si sono
rivolti al vaso. A un certo punto, levandosi egli ha detto: |
| - Perdonatemi. |
| E ha preso il
vaso e l'ha portato lontano, sopra un altro tavolo; non so perché. |
| Allora s'è
messo a disegnare con maggior franchezza, come liberato da un fastidio. |
| Io non so dire
quel che i suoi occhi mi facevano provare. Mi pareva di non offrire alla sua indagine una
mano nuda, sì bene una parte nuda dell'anima; e ch'egli me la penetrasse con lo sguardo
sino al fondo, scoprendone tutti i più riposti segreti. Non mai io aveva avuto della mia
mano un tal sentimento; non mai m'era parsa così viva, così espressiva, così
intimamente legata al mio cuore, così dipendente dalla mia interna esistenza, così
rivelatrice. Me l'agitava una vibrazione impercettibile ma continua, sotto l'influenza
dello sguardo; e la vibrazione si propagava insino all'intimo del mio essere. Talvolta il
fremito diveniva più forte e visibile; e, s'egli guardava con troppa intensità, mi
prendeva un moto istintivo di ritrarla; e talvolta il moto era di pudore. |
| Talvolta egli
rimaneva lungamente fiso, senza disegnare; ed io avevo l'impressione che egli bevesse per
le pupille qualche cosa di me o che mi accarezzasse con una carezza più molle del velluto
sul quale si posava la mia mano. Di tratto in tratto, mentre stava chino sul foglio ad
infondere forse nella linea quel ch'egli aveva da me bevuto, un sorriso lievissimo gli
passava su la bocca, ma così lieve che appena io poteva coglierlo. E quel sorriso, non so
perché, mi dava a sommo del petto un tremolio di piacere. Ancóra, due o tre volte, ho
veduto riapparire su la sua bocca la figura del bacio. |
| Di tratto in
tratto, la curiosità mi vinceva; e io domandavo: - Ebbene? |
| Francesca stava
seduta al pianoforte, con le spalle rivolte a noi; e toccava i tasti cercando di
ricordarsi la Gavotta di Luigi Rameau, la Gavotta delle dame gialle, quella
che ho tanto sonata e che rimarrà come la memoria musicale della mia villeggiatura a
Schifanoja. Smorzava le note col pedale; e s'interrompeva spesso. E le interruzioni
dell'aria a me familiare e delle cadenze, che l'orecchio compiva precorrendo, erano per me
un'altra inquietudine. D'improvviso, ella ha battuto forte un tasto, ripetutamente, come
sotto l'urto di un'impazienza nervosa; e s'è levata, ed e andata a chinarsi sul disegno. |
| L'ho guardata.
Ho compreso. |
| Mancava ancóra
quest'amarezza. Dio mi riserbava all'ultimo la prova più crudele. Sia fatta la sua
volontà. |
| 7 ottobre.
- Io non ho che un solo pensiero, un solo desiderio, un solo proposito: partire, partire,
partire. |
| Sono
all'estremo delle forze. Io languo, io muoio del mio amore; e l'inaspettata rivelazione
moltiplica le mie mortali tristezze. Che pensa ella di me? Che crede? Ella dunque lo ama?
E da quando? Ed egli lo sa? O non ne ha pure un sospetto?... |
| Mio Dio, mio
Dio! La ragione mi si smarrisce, le forze mi abbandonano; il senso della realità mi
sfugge. A intervalli il mio dolore ha una pausa, simile alle pause degli uragani quando le
furie degli elementi si equilibrano in una terribile immobilità per irrompere poi con
più violenza. Io rimango in una specie di stupefazione, con la testa pesante, con le
membra stanche e rotte come se qualcuno mi avesse battuta; e mentre il dolore si raccoglie
per darmi un nuovo assalto, io non riesco a raccogliere la mia volontà. |
| Che pensa ella
di me? Che pensa? Che crede? |
| Esser
disconosciuta da lei, dalla mia amica migliore, da quella che m'è più cara, da quella a
cui il mio cuore fu sempre aperto! E' la suprema amarezza; è la prova più crudele
riserbata da Dio a chi ha fatto del sacrificio la legge della sua vita. |
| Bisogna che io
le parli, prima di partire. Bisogna ch'ella sappia tutto da me, ch'io sappia tutto da lei.
Questo è il dovere. |
| Notte. -
Ella, verso le cinque, m'ha proposto una passeggiata in carrozza per la via di Rovigliano.
Siamo andate sole, in una carrozza scoperta. Io pensava, tremando: - Ora le parlerò. - Ma
il tremito interno mi toglieva ogni coraggio. Aspettava ella forse che io parlassi? Non
so. |
| Siamo rimaste a
lungo taciturne, ascoltando il trotto eguale de' due cavalli, guardando gli alberi e le
siepi che limitavano la via. Di tratto in tratto, con una frase breve o con un cenno, ella
mi faceva notare una particolarità del paese autunnale. |
| Tutto l'umano
incanto dell'Autunno si diffondeva in quell'ora. I raggi obliqui del vespro accendevano
per la collina la sorda e armoniosa ricchezza dei fogliami prossimi a morire. Pel soffio
costante del greco nella nuova luna, un'agonia precoce prende gli alberi delle terre
litoranee. L'oro, l'ambra, il croco, il giallo di solfo, l'ocra, l'arancio, il bistro, il
rame, il verderame, l'amaranto, il paonazzo, la porpora, le tinte più disfatte, le
gradazioni più violente e più delicate si mescolavano in un accordo profondo che nessuna
melodia di primavera passerà mai di dolcezza. |
| Indicandomi un
gruppo di robinie, ella ha detto: - Guarda se non sembrano fiorite! |
| Già secche,
biancheggiavano d'un bianco un po' roseo, come grandi mandorli di marzo, contro il cielo
turchino che già pendeva nel cinerino. |
| Dopo un
intervallo di silenzio, ho detto io, per cominciare: - Manuel verrà, certo, sabato.
Aspetto per domani il suo telegramma. E domenica partiremo, col treno della mattina. Tu
sei stata tanto buona con me, in questi giorni; io ti son tanto grata... |
| La voce mi
tremava, un poco; una immensa tenerezza mi gonfiava il cuore. Ella m'ha presa la mano e
l'ha tenuta nella sua, senza parlarmi, senza guardarmi. E siamo rimaste a lungo taciturne,
tenendoci per mano. |
| Ella m'ha
chiesto: - Quanto tempo ti tratterrai da tua madre? |
| Io le ho
risposto: - Sino alla fin dell'anno, spero; e forse più. |
| - Tanto tempo? |
| Di nuovo,
abbiamo taciuto. Sentivo già che non avrei avuto il coraggio di affrontare la
spiegazione; ed anche sentivo ch'era men necessaria, ora. Mi pareva ch'ella ora mi si
riavvicinasse, m'intendesse, mi riconoscesse, diventasse la mia sorella buona. La mia
tristezza attraeva la sua tristezza, come la luna attrae le acque del mare. |
| - Ascolta -
ella ha detto; poiché veniva un canto di donne del paese, un canto largo, spiegato,
religioso, come un canto gregoriano. |
| Più oltre
abbiam visto le cantatrici. Escivano da un campo di girasoli secchi, camminando in fila,
come una teoria sacra. E i girasoli in cima ai lunghi steli sulfurei senza foglie
portavano i larghi dischi non coronati di petali né carichi di semi, ma somiglianti nella
lor nudità ad emblemi liturgici, a pallidi ostensorii d'oro. |
| La mia
commozione è cresciuta. Il canto dietro di noi si dileguava nella sera. Abbiamo
attraversato Rovigliano dove già i lumi si accendevano; poi siam di nuovo uscite nella
strada maestra. Dietro di noi si dileguava il suono delle campane. Un vento umido correva
nelle cime degli alberi che mettevano su la strada bianca un'ombra azzurrognola e
nell'aria un'ombra direi quasi liquida come in un'acqua. |
| - Non hai
freddo? - ella m'ha chiesto; e ha ordinato al lacché di spiegare un plaid e al
cocchiere di voltare i cavalli pel ritorno. |
| Nel campanile
di Rovigliano una campana rintoccava ancóra, con larghi rintocchi, come per una
solennità religiosa; e pareva propagare nel vento con l'onda del suono un'onda di gelo.
Per un sentimento concorde, noi ci siamo strette l'una contro l'altra, tirandoci la
coperta su i ginocchi, comunicandoci il brivido a vicenda. E la carrozza entrava nel
borgo, al passo. |
| - Che sarà
quella campana? - ella ha mormorato, con una voce che non pareva più la sua. |
| Ho risposto: -
Se non m'inganno, esce il Viatico... |
| Più oltre,
infatti, abbiamo visto il prete entrare in una porta mentre un chierico teneva sollevato
l'ombrello e due altri tenevano le lanterne accese, diritti contro gli stipiti, su la
soglia. In quella casa una sola finestra era illuminata, la finestra del cristiano che
agonizzava aspettando l'Olio Santo. Ombre tenui apparivano sul chiarore; si disegnava
lievissimamente su quel rettangolo di luce gialla tutto il dramma silenzioso che si muove
intorno a chi sta per entrare nella morte. |
| Uno de' due
servi ha chiesto a bassa voce, chinandosi un poco dall'alto: - Chi muore? - L'interrogato
ha risposto un nome di donna, nel suo dialetto. |
| E io avrei
voluto attenuare il romor delle ruote su i ciottoli, avrei voluto rendere tacito il nostro
passaggio in quel luogo ov'era per passare il soffio d'uno spirito. Francesca, certo,
aveva lo stesso sentimento. |
| La carrozza ha
raggiunta la strada di Schifanoja, riprendendo il trotto. La luna, cerchiata di aloni,
splendeva come un opale in un latte diafano. Una catena di nuvole sorgeva dal mare e si
svolgeva a poco a poco in forma di globi, come un fumo volubile. Il mare mosso copriva col
suo rombo tutti gli altri romori. Non mai, penso, una più grave tristezza strinse due
anime. |
| Io ho sentito
su le mie gote fredde un tepore, e mi son rivolta a Francesca per vedere s'ella si fosse
accorta che piangevo. Ho incontrati i suoi occhi pieni di pianto. E siam rimaste mute,
l'una accanto all'altra, con la bocca serrata, stringendoci le mani, sapendo di piangere
per lui; e le lacrime scendevano a goccia a goccia, silenziosamente. |
| In vicinanza di
Schifanoja, io ho asciugate le mie; ella, le sue. Ciascuna nascondeva la propria
debolezza. |
| Egli era, con
Delfina, con Muriella e con Ferdinando, ad attenderci nell'atrio. Perché ho provato in
fondo al cuore, verso di lui, un senso vago di diffidenza, come se un istinto mi
avvertisse d'un oscuro danno? Quali dolori mi riserba l'avvenire? Potrò io sottrarmi alla
passione che m'attira abbacinandomi? |
| Pure, quanto
bene mi hanno fatto quelle poche lacrime! Mi sento meno oppressa, meno riarsa, più
fidente. E provo una tenerezza indicibile nel ripetere da me sola l'Ultima Passeggiata,
mentre Delfina dorme felice di tutti i folli baci che le ho dati nella faccia e mentre
sorridono su' vetri le malinconie della luna che dianzi mi ha vista piangere. |
| 8 ottobre.
- Questa notte ho dormito? Ho vegliato? Io non so dirlo. |
| Oscuramente, a
traverso il mio cervello, come ombre spesse, guizzavano terribili pensieri, imagini di
dolore insostenibili; e il mio cuore aveva urti e sussulti improvvisi, e io mi ritrovava
con gli occhi aperti nelle tenebre, senza sapere se uscivo da un sogno o se fino allora
ero stata desta a pensare e a imaginare. E questa specie di dubbio dormiveglia, assai più
torturante dell'insonnio, durava, durava, durava. |
| Nondimeno,
quando ho udita la voce matutina di mia figlia chiamarmi, non ho risposto; ho finto di
dormire profondamente, per non levarmi, per rimanere ancóra là, per temporeggiare, per
allontanare ancóra un poco da me l'inesorabile certezza delle realità necessarie. Le
torture del pensiero e dell'imaginazione mi parevano pur sempre men crudeli delle torture
imprevedibili che in questi due ultimi giorni mi prepara la vita. |
| Dopo poco,
Delfina è venuta in punta di piedi, trattenendo il respiro, a guardarmi; e ha detto a
Dorothy, con una voce mossa da un gentile tremito: - Come dorme! Non la svegliamo. |
| Notte. -
Mi pare di non aver più una goccia di sangue nelle vene. Mentre salivo le scale mi pareva
che, ad ogni sforzo per superare un gradino, il sangue e la vita mi fuggissero da tutte le
vene aperte. Sono debole come una morente... |
| Coraggio,
coraggio! ancóra poche ore rimangono; Manuel giungerà domattina; partiremo domenica;
lunedì saremo da mia madre. |
| Ho reso,
dianzi, a lui due o tre libri che mi aveva prestati. |
| Nel libro di
Percy Shelley, alla fine d'una strofa, ho inciso con l'unghia due versi e ho messo un
segnale visibile alla pagina. I versi dicono: |
| "
And forget me, for I can never |
| Be
thine! " |
| " E
dimenticami, perché io non posso mai esser tua! " |
| 9 ottobre,
notte. - Tutto il giorno, tutto il giorno egli ha cercato un momento per parlarmi. La
sua sofferenza era manifesta. E tutto il giorno io ho cercato di sfuggirgli, perché egli
non mi gittasse nell'anima altri semi di dolore, di desiderio, di rimpianto, di rimorso.
Ho vinto; sono stata forte ed eroica. Vi ringrazio, mio Dio! |
| Questa è
l'ultima notte. Domattina partiremo. Tutto sarà finito. |
| Tutto sarà
finito? Una voce mi parla, nel profondo; e io non comprendo, ma so che mi parla di
sciagure lontane, ignote eppure inevitabili, misteriose eppure inesecrabili come la morte.
L'avvenire è lugubre, come un campo pieno di fosse già scavate e pronte per ricevere
cadaveri; e sul campo qua e là ardono pallidi fanali ch'io appena scorgo; e non so se
ardano per attrarmi nel pericolo o per mostrarmi una via di salvezza. |
| Ho riletto il
Giornale, attentamente, lentamente, dal 15 di settembre, dal giorno ch'io giunsi. Quanta
differenza da quella prima notte a quest'ultima! |
| Io scriveva:
" Mi sveglierò in una casa amica, nella cordiale ospitalità di Francesca, in questa
Schifanoja che ha rose così belle e cipressi così grandi; e mi sveglierò avendo innanzi
a me qualche settimana di pace, venti giorni d'esistenza spirituale, forse più... "
Ahimè, dov'è andata la pace? E le rose, così belle, perché sono state anche così
perfide? Troppo, forse, ho aperto il cuore ai profumi, incominciando da quella notte, su
la loggia, mentre Delfina dormiva. Ora la luna d'ottobre allaga il cielo; e io vedo a
traverso i vetri le punte dei cipressi, nere e immutabili, che in quella notte toccavano
le stelle. |
| Una sola frase
di quel preludio io posso ripetere in questa fine trista. " Tanti capelli nel mio
capo, tante spighe di dolore nel mio destino. " Le spighe si moltiplicano,
s'inalzano, ondeggiano come un mare; e non è anche estratto dalle miniere il ferro per
foggiar la falce. |
| Io parto. Che
accadrà di lui, quando io sarò lontana? Che accadrà di Francesca? |
| Il mutamento di
Francesca è pur sempre incomprensibile, inesplicabile; è un enigma che mi tortura e mi
confonde. Ella lo ama! E da quando? Ed egli lo sa? |
| Anima mia,
confessa la nuova miseria. Un'altra infezione ti avvelena. Tu sei gelosa. |
| Ma io son
preparata ad ogni più atroce sofferenza; io so il martirio che mi aspetta; io so che i
supplizi di questi giorni non son nulla al confronto dei supplizi prossimi, della
terribile croce a cui i miei pensieri legheranno l'anima mia per divorarla. Io son
preparata. Chiedo soltanto una tregua, o Signore, una breve tregua per le ore che
rimangono. Avrò bisogno di tutta la mia forza, domani. |
| Come
stranamente, nelle diverse vicende della vita, talvolta le circostanze esterne si
rassomigliano, si riscontrano! Stasera, nella sala del vestibolo, mi pareva d'esser
tornata alla sera del 16 settembre, quando cantai e sonai; quando egli incominciò ad
occuparmi. Anche stasera io sedeva al pianoforte; e la stessa luce cupa illuminava la sala
e nella stanza attigua Manuel e il marchese giocavano; ed ho sonato la Gavotta delle
dame gialle, quella che piace tanto a Francesca, quella che il 16 settembre udii
ripetere mentre vegliavo nelle prime vaghe inquietudini notturne. |
| Certe dame
biondette, non più giovini ma appena escite di giovinezza, vestite d'una smorta seta
color d'un crisantemo giallo, la danzano con cavalieri adolescenti, vestiti di roseo, un
po' svogliati; i quali portano nel cuore l'imagine d'altre donne più belle, la fiamma
d'un nuovo desio. E la danzano in una sala troppo vasta, che ha tutte le pareti coperte di
specchi; la danzano sopra un pavimento intarsiato d'amaranto e di cedro, sotto un gran
lampadario di cristallo dove le candele stanno per consumarsi e non si consumano mai. E le
dame hanno nelle bocche un poco appassite un sorriso tenue ma inestinguibile; e i
cavalieri hanno negli occhi un tedio infinito. E un oriuolo a pendolo segna sempre un'ora;
e gli specchi ripetono ripetono ripetono sempre le stesse attitudini; e la Gavotta
continua, continua, continua, sempre dolce, sempre piana, sempre eguale, eternamente, come
una pena. |
| Quella
malinconia m'attira. |
| Non so perché,
la mia anima tende a quella forma di supplizio; è sedotta dalla perpetuità d'un dolore
unico, dalla uniformità, dalla monotonia. Accetterebbe volentieri per tutta la vita una
gravezza enorme, ma definita e immutabile, invece della mutabilità, delle imprevedibili
vicende, delle imprevedibili alternative. Pur essendo abituata alla sofferenza, ha paura
dell'incerto, teme le sorprese, teme gli urti improvvisi. Senza esitare un istante, in
questa notte accetterebbe qualunque più grave condanna di dolore a patto d'essere
assicurata contro gli ignoti agguati dell'avvenire. |
| Mio Dio, mio
Dio, da che mi viene una paura così cieca? Assicuratemi voi! Metto la mia anima nelle
vostre mani. |
| E ora basta
questo tristo vaneggiare che pur troppo addensa l'angoscia invece di alleviarla. Ma io so
già che non potrò chiudere gli occhi sebbene mi dolgano. |
| Egli, certo,
non dorme. Quando io sono venuta su, egli, invitato, stava per prendere il posto del
marchese al tavolo del giuoco, di fronte a mio marito. Giocano ancóra? Forse egli pensa e
soffre, giocando. Quali saranno i suoi pensieri? Quale sarà la sua sofferenza? |
| Non ho sonno,
non ho sonno. Vado su la loggia. Voglio sapere se giocano ancóra; o s'egli è tornato
nelle sue stanze. Le sue finestre sono all'angolo, nel secondo piano. |
*
|
| La notte è
lucida e umida. La sala del giuoco è illuminata; e io son rimasta là, su la loggia,
lungamente, a guardare in giù verso il chiarore che si rifletteva contro un cipresso
mescendosi al chiarore della luna. Tremo tutta. Io non so ridire l'impressione quasi
tragica che mi fanno quelle finestre illuminate, dietro le quali i due uomini giocano,
l'uno di fronte all'altro, nel gran silenzio della notte appena interrotto dai singhiozzi
spenti dal mare. E giocheranno forse fino all'alba, s'egli vorrà compiacere la terribile
passione di mio marito. Saremo in tre a vegliare fino all'alba, senza requie, per la
passione. |
| Ma che pensa
egli? Qual è la sua tortura? Io non so che darei, in questo momento, per poterlo vedere,
per poter restare fino all'alba a guardarlo, anche a traverso i vetri, nell'umidità della
notte, tremando come tremo. I pensieri più folli mi balenano dentro e mi abbagliano,
rapidi, confusi; ho come un principio di cattiva ebrezza; provo come una instigazione
sorda a far qualche cosa d'audace e d'irreparabile; sento come il fascino della
perdizione. Mi toglierei, sento, dal cuore questo peso enorme, mi toglierei dalla gola
questo nodo che mi soffoca, se ora, nella notte, nel silenzio, con tutte le forze
dell'anima io mi mettessi a gridare che l'amo, che l'amo, che l'amo." |
|