  
Libro terzo - 2
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| Così, d'un
balzo, Andrea Sperelli si rituffò nel Piacere. |
| Per quindici
giorni lo occuparono Giulia Arici e Clara Green. Poi partì per Parigi e per Londra, in
compagnia del Musèllaro. Tornò a Roma verso la metà di decembre; trovò la vita
invernale già molto mossa; fu sùbito ripreso nel gran cerchio mondano. |
| Ma egli non
s'era mai trovato in una disposizion di spirito più inquieta, più incerta, più confusa;
non aveva mai provato dentro di sè uno scontento più molesto, un malessere più
importuno; né mai aveva provato contro di sé medesimo impeti d'ira e moti di disgusto
più crudeli. Talvolta, in qualche stanca ora di solitudine, egli si sentiva salire dalle
profonde viscere l'amarezza, come una nausea improvvisa; e rimaneva là ad assaporarla,
torpidamente, senza aver la forza di cacciarla fuori, con una specie di rassegnazione
cupa, come un malato che abbia perduta ogni fiducia di guarire e sia disposto a vivere del
suo proprio male, a raccogliersi nella sua sofferenza, a profondarsi nella sua miseria
mortale. Gli pareva che di nuovo l'antica lebbra gli si dilatasse per l'anima e di nuovo
il cuore gli si vuotasse per non riempirsi più mai, come un otre forato,
irreparabilmente. Il senso di questa vacuità, la certezza di questa irreparabilità gli
movevano talvolta una specie di collera disperata e poi un disprezzo folle di sé
medesimo, del suo volere, delle ultime sue speranze, degli ultimi suoi sogni. Egli era
giunto a un terribile momento, incalzato dalla vita inesorabile, dall'implacabile passione
della vita; era giunto al momento supremo della salvezza o della perdizione, al momento
decisivo in cui i grandi cuori rivelano tutta la loro forza e i piccoli cuori tutta la
loro viltà. Egli si lasciò sopraffare; non ebbe il coraggio di salvarsi con un atto
volontario; pur essendo in balia del dolore, ebbe paura d'un dolore più virile; pur
essendo travagliato dal disgusto, ebbe paura di rinunziare a ciò che lo disgustava; pur
avendo in sé vivo e spietato l'istinto del distacco dalle cose che più parevano
attrarlo, ebbe paura di allontanarsi da quelle cose. Egli si lasciò abbattere; abdicò
intieramente e per sempre alla sua volontà, alla sua energia, alla sua dignità
interiore; sacrificò per sempre quel che gli rimaneva di fede e d'idealità; si gittò
nella vita, come in una grande avventura senza scopo, alla ricer ca del godimento,
dell'occasione, dell'attimo felice, affidandosi al destino, alle vicende del caso,
all'accozzo fortuito delle cagioni. Ma, mentre egli credeva con questa specie di fatalismo
cinico mettere un argine alla sofferenza e conquistare se non la calma almeno l'ottusità
in lui di continuo la sensibilità al dolore diveniva più acuta, le facoltà di soffrire
si moltiplicavano, i bisogni e i disgusti aumentavano senza fine. Egli esperimentava ora
la profonda verità delle parole che aveva dette un giorno a Maria Ferres, in un momento
di confidenza e di malinconia sentimentali: - Altri sono più infelici; ma io non so se ci
sia stato al mondo uomo men felice di me. - Egli esperimentava ora la verità di
quelle parole dette in un momento assai dolce, quando gli illuminava l'anima l'illusione
di una seconda giovinezza, il presentimento d'una nuova vita. |
| Eppure, quel
giorno, parlando a quella creatura, egli era stato sincero come non mai; egli aveva
espresso il suo pensiero con ingenuità e candore, come non mai. Perché, in un soffio,
tutto s'era dileguato, tutto era svanito? Perché non aveva saputo egli nutrire quella
fiamma nel suo cuore? Perché non aveva saputo custodire quella memoria e tenere quella
fede? La sua legge era dunque la mutabilità; il suo spirito aveva l'inconsistenza d'un
fluido; tutto in lui si trasformava e si difformava, senza tregua; la forza morale gli
mancava intieramente; il suo essere morale si componeva di contraddizioni; l'unità, la
semplicità, la spontaneità gli sfuggivano; a traverso il tumulto, la voce del dovere non
gli giungeva più; la voce del volere veniva soverchiata da quella degli istinti; la
conscienza, come un astro senza luce propria, ad ogni tratto si eclissava. Tale era stato
sempre; tale sarebbe stato sempre. Perché, dunque, combattere contro sé medesimo? Cui
bono? |
| Ma appunto
codesta lotta era una necessità della sua vita; appunto codesta irrequietudine era una
condizione essenziale della sua esistenza; appunto codesta sofferenza era una condanna a
cui non avrebbe egli potuto sottrarsi giammai. |
| Qualunque
tentativo di analisi su sé medesimo si risolveva in una maggiore incertezza, in una
maggiore oscurità. Essendo egli interamente sfornito di forza sintetica, la sua analisi
diveniva un crudele giuoco distruttore. E da un'ora di riflessione su sé medesimo egli
usciva confuso, disfatto, disperato, perduto. |
| Quando, la
mattina del 30 dicembre, nella via dei Condotti, inaspettatamente, si rincontrò con Elena
Muti, egli ebbe una commozione inesprimibile, come d'innanzi al compiersi d'un fato
meraviglioso, come se il riapparir di quella donna in quel momento tristissimo della sua
vita avvenisse per virtù d'una predestinazione ed ella gli fosse inviata per soccorso
ultimo o per ultimo danno nel naufragio oscuro. Il primo moto dell'anima sua fu di
ricongiungersi a lei, di riprenderla, di riconquistarla, di ripossederla tutta quanta,
come un tempo, di rinnovare la passione antica con tutte le ebrezze e tutti gli splendori.
Il primo moto fu di giubilo e di speranza. Poi, senza indugio, risorsero la diffidenza e
il dubbio e la gelosia; senza indugio, l'occupò la certezza che nessun prodigio mai
avrebbe potuto risuscitare sol una minima parte della felicità morta, riprodurre sol un
baleno dell'ebrezza spenta, sol un'ombra dell'illusione sparita. |
| Ella era
venuta, ella era venuta! Era rientrata nel luogo dove ogni cosa per lei custodiva un
ricordo e aveva detto: - Io non sono più tua, non potrò essere tua più mai. - Aveva
gridato, contro di lui: - Soffriresti tu di spartire con altri il mio corpo? - Proprio,
aveva osato gridar quelle parole, contro di lui, in quel luogo, in conspetto di quelle
cose! |
| Un dolore
atroce, enorme, fatto di mille punture l'una dall'altra distinte e l'una più dell'altra
acute, lo tenne per qualche tempo e l'esasperò. La passione lo riavvolse con mille
fuochi, suscitandogli un inestinguibile ardore carnale per quella donna non più sua,
risvegliandogli nella memoria tutte le più minute particolarità dei godimenti lontani,
le imagini di tutte le carezze, di tutte le attitudini di lei nel piacere, di tutte le
folli mescolanze che non saziavano né appagavano mai la loro brama di continuo
rinascente. E pur sempre, in ogni sua imaginazione, persisteva quella strana difficoltà a
ricongiungere l'Elena d'una volta all'Elena d'ora. Mentre i ricordi del possesso lo
accendevano e lo torturavano, la certezza del possesso gli sfuggiva: l'Elena d'ora gli
pareva una donna nuova, non mai goduta, non mai stretta. Il desiderio gli diede tali
spasimi ch'egli credé morirne. L'impurità l'infettò come un tossico. |
| L'impurità,
che allora la fiamma alata dell'anima velava d'un velo sacro e circondava d'un
mistero quasi divino, appariva ora senza il velo, senza il mistero della fiamma, come una
lascivia interamente carnale, come una libidine bassa. Ed egli sentiva che quel suo ardore
non era l'Amore e che non aveva più nulla di comune con l'Amore. Non era l'Amore. Ella
gli aveva gridato: - Soffriresti tu di spartire con altri il mio corpo? - Ebbene, sì,
egli l'avrebbe sofferto! |
| Egli l'avrebbe
presa, senza ripugnanza, così come veniva, contaminata dall'abbraccio di un altro;
avrebbe messa la sua carezza su la carezza di un altro; avrebbe premuto il suo bacio sul
bacio di un altro. |
| Nulla più,
nulla più, dunque, in lui rimaneva intatto. Anche il ricordo della grande passione si
corrompeva miseramente, si bruttava, s'avviliva, in lui. L'ultimo barlume di speranza era
estinto. Infine, egli toccava il fondo, per non rialzarsi mai più. |
| Ma una orribile
smania l'invase, di atterrare l'idolo che rimanevagli pur sempre alzato ed enigmatico
d'innanzi. Con una cinica crudeltà egli si mise a scalzarlo, ad oscurarlo, a corroderlo.
L'analisi distruggitrice, ch'egli già aveva esperimentata su se medesimo, gli servì
contro di Elena. A tutte le interrogazioni del dubbio, che un tempo egli aveva voluto
sfuggire, ora cercò una risposta; di tutti i sospetti, che un tempo apparivano e si
dileguavano senza lasciar traccia, ora studiò l'origine, ritrovò la giustificazione,
ottenne la conferma. Egli credeva di trovare un sollievo in questa disgraziata opera
d'abbattimento; e aumentava la sua sofferenza, irritava il suo male, allargava le sue
macchie. |
| Quale era stata
la cagion vera della partenza di Elena, nel marzo del 1885? - Molte dicerie eran corse in
quel tempo e nel tempo del matrimonio di lei con Humphrey Heathfield. La verità era una
sola. Egli la seppe da Giulio Musèllaro, per caso, in mezzo a chiacchiere inconcludenti,
una sera, uscendo da un teatro; e non ne dubitò. Donna Elena Muti era partita per affari
di finanza, per combinare " un'operazione " che doveva trarla da gravissimi
imbarazzi pecuniarii causati dalla sua eccessiva prodigalità. Il matrimonio con Lord
Heathfield l'aveva salvata da una rovina. Questo Heathfield, marchese di Mount Edgcumbe e
conte di Bradford, possedeva ricchezze considerevoli ed era alleato con la più alta
nobiltà britanna. Donna Elena aveva saputo far le sue cose con molto accorgimento; aveva
saputo escir dal pericolo con un'abilità straordinaria. Certo, i suoi tre anni di
vedovanza non parevano essere stati un casto intermezzo preparatorio alle seconde nozze.
Non casto e neanche cauto. Ma, senza dubbio, D onna Elena era una gran donna... |
| - Ah, mio caro,
una gran donna! - ripeté Giulio Musèllaro. - tu lo sai bene. |
| Andrea tacque. |
| - Ma non ti
consiglio di riavvicinarti - soggiunse l'amico, gittando via la sigaretta che tra una
chiacchiera e l'altra gli si era spenta. - Riaccendere un amore è come riaccendere una
sigaretta. Il tabacco s'invelenisce; l'amore, anche. Andiamo a prendere da una tazza di
tè dalla Moceto? M'ha detto che si può andare lei dopo il teatro: non è mai tardi. |
| Erano sotto il
palazzetto Borghese. |
| - Va tu - disse
Andrea. - Io torno a casa, a dormire. La caccia d'oggi m'ha un po' stancato. Salutami
Donna Giulia. Comprends et prends. |
| Il Musèllaro
salì. Andrea seguitò giù per la Fontanella di Borghese e per i Condotti, verso la
Trinità. Era una notte di gennaio fredda e serena, una di quelle prodigiose notti iemali
che fanno di Roma una città d'argento chiusa in una sfera di diamante. La luna piena, a
mezzo del cielo, versava la triplice purezza della luce, del gelo e del silenzio. |
| Egli camminava,
sotto la luna, come un sonnambulo, non avendo conscienza che del suo dolore. L'ultimo
colpo era dato; l'idolo crollava; nulla più rimaneva su la gran rovina; tutto così
finiva, per sempre. - Ella, dunque, veramente non l'aveva mai amato. Senza esitare, aveva
troncato l'amore per provvedere a un dissesto. Senza esitare, aveva concluso un matrimonio
utile. Ora, d'innanzi a lui, prendeva un'attitudine di martire, si avvolgeva in un velo di
sposa inviolabile! - Un riso amaro gli saliva dal fondo; e poi una collera sorda gli si
mosse contro la donna e l'accecò. I ricordi della passione non valsero. Tutte le cose di
quel tempo gli apparvero come un solo inganno, enorme e crudele, come una sola menzogna; e
quest'uomo che dell'inganno e della menzogna s'era fatto nella vita un abito, quest'uomo
che aveva ingannato e mentito tante volte, si sentì, al pensiero dell'altrui frode,
offendere, sdegnare, disgustare come da una colpa imperdonabile, come da una mostruosità
inescusabile, ed anche ine splicabile. Egli non giungeva infatti a spiegarsi come Elena
avesse potuto commettere un tal delitto; e, pur non giungendovi, non le concedeva alcuna
giustificazione, non accoglieva il dubbio che una qualche altra segreta cagione l'avesse
spinta alla fuga subitanea. Egli non sapeva vedere che l'azione brutale, la bassezza, la
volgarità: la volgarità, sopra tutto, cruda, aperta, odiosa, non attenuata da nessuna
contingenza. Insomma, si trattava di questo: una passione, che pareva sincera ed era
giurata altissima, inestinguibile, veniva ad essere interrotta da un affar di denaro, da
una utilità materiale, da un negozio. |
| " Ingrato!
Ingrato! Che sai tu di quel ch'è accaduto, di quel ch'io ho sofferto? Che sai? " Le
parole di Elena gli tornarono nella memoria, precise; tutte le parole di lei, dal
principio alla fine del colloquio tenuto innanzi al caminetto, gli tornarono nella
memoria: le parole di tenerezza, le offerte di fraternità, tutte quelle frasi
sentimentali. Ed egli ripensò anche alla lacrima che le avea velato gli occhi, alle
mutazioni del volto, al tremito, alla voce soffocata dell'addio quando egli le aveva
posato su le ginocchia il fascio delle rose. - Perché mai aveva ella consentito a venir
nella casa? Perché aveva voluto recitar quella parte, provocar quella scena, ordire quel
nuovo dramma o quella nuova comedia? Perché? |
| Era giunto alla
sommità della scala, nella piazza deserta. La bellezza della notte gli diede,
d'improvviso, un'aspirazione vaga ma affannosa verso un Bene sconosciuto; l'imagine di
Donna Maria gli attraversò lo spirito; il cuore gli palpitò forte, come all'urto d'un
desiderio; gli balenò il pensiero di tener le mani di Donna Maria nelle sue, di piegare
sul cuor di lei la fronte e di sentirsi da lei consolare senza parole, pietosamente. Quel
bisogno di pietà, di rifugio, di compianto fu come l'ultimo tratto dell'anima che non si
rassegnava a perire. Egli chinò il capo e rientrò nella casa, senza più volgersi a
guardare la notte. |
| Terenzio
l'aspettava, nell'anticamera, e lo seguì fin nella stanza da letto, dove il fuoco era
acceso. Domandò: |
| - Il signor
conte va a letto sùbito? |
| - No, Terenzio.
Portami il tè - rispose il signore, sedendosi innanzi al camino e tendendo le palme verso
la fiamma. |
| Egli tremava,
d'un piccolo tremito nervoso. Aveva pronunziate quelle parole con una strana dolcezza;
aveva chiamato a nome il domestico; gli aveva dato del tu. |
| - Ha freddo il
signor conte? - domandò Terenzio, con una premura affettuosa, incoraggiato dalla
benevolenza del signore. |
| E si chinò su
gli alari a ravvivare il fuoco, aggiungendo altre legne. Egli era un vecchio servo di casa
Sperelli; aveva servito il padre di Andrea per molti anni; e la sua devozione pel giovine
giungeva sino all'idolatria. Nessuna creatura umana gli pareva più bella, più nobile,
più sacra. Egli apparteneva, in verità, a quella ideal razza che fornisce i servi fedeli
ai romanzi d'avventura o di sentimento. Ma, a differenza de' servi romanzeschi, parlava di
rado, non dava consigli, non d'altro s'occupava che d'obedire. |
| - Va bene così
- disse Andrea, cercando di vincere il tremito convulso, accostandosi al fuoco. |
| La presenza del
vecchio, in quella cattiva ora, lo commoveva singolarmente. Era una commozione simile in
parte alla debolezza che, in presenza d'una persona buona, prende gli uomini prima dei
suicidio. Non mai, come in quell'ora, il vecchio gli aveva suscitato il pensiero del
padre, la memoria del caro estinto, il rimpianto del grande amico perduto. Non mai, come
in quell'ora, egli aveva provato il bisogno d'un conforto familiare, della voce e della
mano paterna. Che avrebbe detto il padre se avesse veduto il figliuolo accasciato
nell'orribile miseria? Come l'avrebbe sollevato? Con quale forza? |
| Il suo pensiero
andava al morto, con un immenso rammarico. Ma non era in lui nemmen l'ombra del sospetto,
che la causa remota della sua miseria fosse nel primo insegnamento paterno. |
| Terenzio portò
il tè. Quindi si mise a preparare il letto, con lentezza, con una cura quasi feminile,
emulando Jenny, non dimenticando nulla, sembrando voler assicurare al signore, fino al
mattino, un riposo perfettissimo, un sonno imperturbabile. Andrea lo guardava, notandone
ogni atto, con una commozione crescente, in fondo a cui era anche non so qual vago senso
di pudore. Gli faceva male la bontà di quel vecchio intorno a quel letto per ove eran
passati tanti amori immondi; gli pareva quasi che quelle mani senili rimescolassero tutte
le impurità, inconsapevolmente. |
| - Va a dormire,
Terenzio - egli disse. - Non ho bisogno d'altro. |
| Rimase solo,
d'innanzi al fuoco, solo con l'anima sua, solo con la sua tristezza. Si levò, agitato dal
tormento interiore, e si mise a percorrere la stanza. L'incalzava la visione della testa
di Elena sul guanciale scoperto del letto. Ad ogni tratto, quando giunto d'innanzi alla
finestra si rivolgeva, credeva di vederla; e n'aveva un sussulto. I suoi nervi erano così
estenuati che secondavano ogni disordine della fantasia. L'allucinazione diveniva più
intensa. Egli si fermò, nascose la faccia tra le palme, per contenere l'eccitamento. Poi
tirò sul guanciale la coperta, e andò a risedersi. |
| Gli sorse nello
spirito un'altra imagine: Elena tra le braccia del marito: ancóra una volta, con una
esattezza implacabile. |
| Egli ora
conosceva meglio questo marito. Proprio in quella sera, al teatro, in un palco, egli era
stato a lui presentato da Elena e l'aveva osservato attentamente, minutamente, con acuta
ricerca, come per averne qualche rivelazione, come per strappargli un segreto. Udiva
ancóra la voce di lui, una voce d'un timbro singolare, un po' stridula, che dava ad ogni
principio di frase una intonazione interrogativa; e vedeva quegli occhi chiari chiari
sotto la gran fronte convessa, quegli occhi che prendevano talvolta i riflessi morti d'un
vetro o s'animavano d'un bagliore indefinibile, simile un poco allo sguardo d'un maniaco.
E vedeva anche quelle mani bianchicce, molli, sparse d'una peluria biondissima, che
avevano qualche cosa d'inverecondo in ogni loro moto, nel prendere il binocolo, nello
spiegare il fazzoletto, nel posarsi sul davanzale del palco, nello sfogliare il libretto
dell'opera, in ogni loro moto: mani improntate di vizio, mani sàdiche, poiché
tali forse dovevan esser quelle di certi p ersonaggi del Sade. |
| Egli vedeva
quelle mani toccare la nudità di Elena, contaminare il corpo bellissimo, tentare una
lascivia curiosa... Orrore! |
| Il supplizio
era insostenibile. Egli si levò, di nuovo; andò alla finestra, l'aprì, rabbrividì
all'aria fredda, si scosse. La Trinità de' Monti splendeva nell'azzurro, con lineamenti
netti, come intagliata in un marmo appena appena roseo. Roma, sotto, aveva un luccicor
cristallino, come una città scavata in un ghiacciaio. |
| Quella quiete
gelida e precisa gli ricondusse lo spirito alla realità, gli ridiede la conscienza vera
del suo stato. Egli richiuse, e tornò a sedersi. L'enigma di Elena lo attrasse ancóra;
le interrogazioni gli risorsero in tumulto, lo incalzarono. Ma ebbe la forza di ordinarle,
di coordinarle, di esaminarle a una a una, con una strana lucidità. Come più procedeva
nell'analisi, più acquistava di lucidità; e di quella sua crudele psicologia godeva come
d'una vendetta. Infine, gli pareva d'aver denudata un'anima, d'aver penetrato un mistero.
Gli pareva, infine, di possedere Elena assai più a dentro che non al tempo dell'ebrezza. |
| Chi era ella
mai? |
| Era uno spirito
senza equilibrio in un corpo voluttuario. A similitudine di tutte le creature avide di
piacere, ella aveva per fondamento del suo essere morale uno smisurato egoismo. La sua
facoltà precipua, il suo asse intellettuale, per dir così, era l'imaginazione:
una imaginazione romantica, nudrita di letture diverse, direttamente dipendente dalla
matrice, continuamente stimolata dall'isterismo. Possedendo una certa intelligenza,
essendo stata educata nel lusso d'una casa romana principesca, in quel lusso papale fatto
di arte e di storia, ella erasi velata d'una vaga incipriatura estetica, aveva acquistato
un gusto elegante; ed avendo anche compreso il carattere della sua bellezza, ella cercava,
con finissime simulazioni e con una mimica sapiente, di accrescerne la spiritualità,
irraggiando una capziosa luce d'ideale. |
| Ella portava
quindi, nella comedia umana, elementi pericolosissimi; ed era occasion di ruina e di
disordine più che s'ella facesse publica professione d'impudicizia. |
| Sotto l'ardore
della imaginazione, ogni suo capriccio prendeva un'apparenza patetica. Ella era la donna
delle passioni fulminee, degli incendii improvvisi. Ella copriva di fiamme eteree i
bisogni erotici della sua carne e sapeva transformare in alto sentimento un basso
appetito... |
| Così, in
questo modo, con questa ferocia, Andrea giudicava la donna un tempo adorata. Procedeva,
nel suo esame spietato, senza arrestarsi d'innanzi ad alcun ricordo più vivo. In fondo ad
ogni atto, a ogni manifestazione dell'amor d'Elena trovava l'artifizio, lo studio,
l'abilità, la mirabile disinvoltura nell'eseguire un tema di fantasia, nel recitare una
parte dramatica, nel combinare una scena straordinaria. Egli non lasciò intatto alcuno
de' più memorabili episodii: né il primo incontro al pranzo di casa Ateleta, né la
vendita del cardinale Immenraet, né il ballo del'Ambasciata di Francia, né la dedizione
improvvisa nella stanza rossa del palazzo Barberini, né il congedo su la via Nomentana
nel tramonto di marzo. Quel magico vino che prima lo aveva inebriato ora gli pareva una
mistura perfida. |
| Ben però, in
qualche punto, egli rimaneva perplesso, come se, penetrando nell'anima della donna, egli
penetrasse nell'anima sua propria e ritrovasse la sua propria falsità nella falsità di
lei; tanta era l'affinità delle due nature. E a poco a poco il disprezzo gli si mutò in
una indulgenza ironica, poiché egli comprendeva. Comprendeva tutto ciò che
ritrovava in sé medesimo. |
| Allora, con
fredda chiarezza, definì il suo intendimento. |
| Tutte le
particolarità del colloquio avvenuto nel giorno di San Silvestro, più d'una settimana
innanzi, tutte gli tornarono alla memoria; ed egli si piacque a riconstruir la scena, con
una specie di cinico sorriso interiore, senza più sdegno, senza concitazione alcuna,
sorridendo di Elena, sorridendo di sé medesimo. - Perché ella era venuta? Era venuta
perché quel convegno inaspettato, con un antico amante, in un luogo noto, dopo due anni,
le era parso strano, aveva tentato il suo spirito avido di commozioni raare, aveva
tentata la sua fantasia e la sua curiosità. Ella voleva ora vedere a quali nuove
situazioni e a quali nuove combinazioni di fatti l'avrebbe condotta questo giuoco
singolare. L'attirava forse la novità di un amor platonico con la persona medesima ch'era
già stata oggetto d'una passion sensuale. Come sempre, ella erasi messa con un certo
ardore all'imaginazione d'un tal sentimento; e poteva anche darsi ch'ella credesse d'esser
sincera e che da questa imaginata sincerità avesse tratto gli accenti di profonda
tenerezza e le attitudini dolenti e le lacrime. Accadeva in lei un fenomeno a lui ben
noto. Ella giungeva a creder verace e grave un moto dell'anima fittizio e fuggevole; ella
aveva, per dir così, l'allucinazione sentimentale come altri ha l'allucinazione fisica.
Perdeva la conscienza della sua menzogna; e non sapeva più se si trovasse nel vero o nel
falso, nella finzione o nella sincerità. |
| Ora, a questo
punto era lo stesso fenomeno morale che ripetevasi in lui di continuo. Egli dunque non
poteva con giustizia accusarla. Ma, naturalmente, la scoperta toglieva a lui ogni speranza
d'altro piacere che non fosse carnale. Omai la diffidenza gli impediva qualunque dolcezza
d'abbandono, qualunque ebreza dello spirito. Ingannare una donna sicura e fedele,
riscaldarsi a una grande fiamma suscitata con un baglior fallace, dominare un'anima con
l'artifizio, possederla tutta e farla vibrare come uno stromento, habere non haberi,
può essere un alto diletto. Ma ingannare sapendo d'essere ingannato è una sciocca e
sterile fatica, è un giuoco noioso e inutile. |
| Egli doveva
dunque ottener che Elena rinunziasse all'idea di fraternizzare e gli tornasse fra le
braccia come un tempo. Egli doveva riprendere il possesso materiale della bellissima
donna, trarre dalla bellezza di lei il maggior possibile godimento, e quindi esserne per
sempre liberato dalla sazietà. Ma in questa impresa conveniva usar prudenza e pazienza.
Già nel primo colloquio l'ardor violento aveva fatto cattiva prova. Appariva manifesto
ch'ella fondava il suo progetto di impeccabilità su la famosa frase: " Soffriresti
tu di spartire con altri il mio corpo? " La grande macchina platonica era mossa da
questo santo orrore delle mescolanze. Poteva anche darsi che, in fondo in fondo, questo
orrore fosse sincero. Quasi tutte le donne d'amorosa vita, se giungono a concluder nozze,
affettano ne' primi tempi del matrimonio una feroce purità e si pongono a far professione
di mogli caste con leale proposito. Poteva quindi anche darsi che Elena fosse presa dal
comune scrupolo. Nulla di peggio, allora, che assalirla di fronte e apertamente urtare la
sua novella virtù.Invece, conveniva secondarla nelle aspirazioni spirituali, accettarla
come " la sorella più cara, l'amica più dolce " , inebriarla d'ideale,
platonizzando con accortezza; e a poco a poco trarla dalla candida fraternità a
un'amicizia voluttuosa, e da un'amicizia voluttuosa alla total resa del corpo.
Probabilmente queste transizioni sarebbero state rapidissime. Tutto dipendeva dalla
circostanza.... |
| Così ragionava
Andrea Sperelli, d'innanzi al camino che aveva illuminata l'amante Elena ignuda, avvolta
nel drappo dello Zodiaco, ridente tra le rose sparse. E l'occupava una stanchezza immensa,
una stanchezza che non chiedeva il sonno, una stanchezza così vacua e sconsolata che
quasi pareva un bisogno di morire; mentre il fuoco spegnevasi in su gli alari e la bevanda
freddavasi nella tazza. |
| Ne' giorni che
seguirono, egli invano aspettò il biglietto promesso. " Vi scriverò un biglietto
per dirvi quando potrò vedervi. " Elena dunque intendeva dargli un nuovo convegno.
Ma dove? Ancóra nella casa Zuccari? Avrebbe ella commessa la seconda imprudenza?
L'incertezza gli dava torture indicibili. Egli passava tutte le sue ore a ricercare un
qualunque mezzo per incontrarla, per vederla. Più d'una volta andò all'Albergo del
Quirinale, con la speranza d'esser ricevuto, ma non la trovò mai. La rivide una sera col
marito, con Mumps, com'ella diceva, di nuovo al teatro. Parlando di cose leggere, della
musica, dei cantanti, delle dame, egli mise nel suo sguardo una tristezza supplichevole.
Ella si mostrò molto preoccupata del suo appartamento: - rientrava nel palazzo Barberini,
nel suo antico quartiere ma ampliato; ed era sempre con i tappezzieri a dare ordini, a
disporre. |
| - Rimarrete a
Roma lungo tempo? - le chiese Andrea. |
| - Sì - ella
rispose. - Roma sarà la nostra residenza invernale. |
| Poco dopo,
soggiunse: |
| - Voi,
veramente, potreste darci qualche consiglio per l'addobbo. Venite una di queste mattine al
palazzo. Io ci son sempre tra le dieci e mezzogiorno. |
| Egli profittò
d'un momento in cui Lord Heathfield parlava con Giulio Musèllaro, giunto allora nel
palco; e chiese guardandola negli occhi: |
| - Domani? |
| Ella rispose,
con semplicità, come se non avesse badato all'accento di quella interrogazione: |
| - Tanto meglio. |
| La mattina
dopo, egli andò, verso le undici, a piedi, lungo la via Sistina, per la piazza Barberini
e su per la salita. Era un cammino ben noto. Gli parve di ritrovare le impressioni d'una
volta; ebbe un'illusione momentanea: il cuore gli si sollevò. La fontana del Bernini
brillava singolarmente al sole, come se i delfini, la conchiglia e il Tritone fosser
divenuti d'una materia più diafana, non pietra e non ancor cristallo, per una metamorfosi
interrotta. L'operosità della nuova Roma empiva di romore tutta la piazza e le vie
prossime. Tra i carri e i giumenti guizzavano i piccoli ciociari offrendo le violette. |
| Quando egli
oltrepassò il cancello ed entrò nel giardino, sentendosi prendere da un tremito, pensò:
" Ma l'amo io dunque ancóra? Ancóra la sogno? " Gli pareva che
il tremito fosse quel d'una volta. Guardò il gran palazzo radiante e il suo spirito volò
ai tempi in cui quella dimora, in certe albe fredde e nebbiose, prendeva per lui un
aspetto d'incanto. Erano i primissimi tempi della felicità: egli usciva caldo di baci,
pieno della recente gioia; le campane della Trinità de' Monti, di Sant'Isidoro, de'
Cappuccini sonavano l'Angelus nel crepuscolo, confusamente, come se fossero assai
più lontane; all'angolo della via rosseggiavano i fuochi intorno le caldaie dell'asfalto;
un gruppo di capre stava lungo il muro biancastro, sotto una casa addormentata; i gridi
fiochi degli acquavitari si perdevano nella nebbia... |
| Egli sentì
risalir dal profondo quelle sensazioni obliate; per un momento, si sentì passar su
l'anima un'onda dell'antico amore; per un momento, provò ad imaginare che Elena fosse la
Elena d'una volta e che le cose tristi non fossero vere e che la felicità seguitasse.
Tutto l'ingannevole fermento cadde, appena egli varcò la soglia e vide venire incontro il
marchese di Mount Edgcumbe sorridente di quel suo sorriso fine e un po' ambiguo. |
| Allora
incominciò il supplizio. |
| Elena comparve,
gli tese la mano con molta cordialità, innanzi al marito, dicendo: |
| - Bravo Andrea!
Aiutateci, aiutateci... |
| Ella era molto
vivace, nelle parole, ne' gesti. Aveva un'aria molto giovenile. Portava una giacca di
panno azzurro cupo, guarnita d'astrakan nero su gli orli, sul collo diritto e su le
maniche; e un cordoncino di lana faceva nell'astrakan un ricamo elegante,
passandovi sopra intrecciato. Ella teneva una mano nella tasca, in atto grazioso; e con
l'altra indicava le opere di tappezzeria, i mobili, i quadri. Domandava consiglio. |
| - Dove
mettereste voi questi due cassoni? Vedete: li ha trovati Mumps a Lucca. Le pitture sono
del vostro Botticelli. Dove mettereste questi arazzi? |
| Andrea
riconobbe i quattro arazzi della Storia di Narcisso ch'erano alla vendita del
cardinale Immenraet. Guardò Elena, ma non incontrò gli occhi di lei. Una irritazione
sorda lo prese, contro di lei, contro il marito, contro quegli oggetti. Egli avrebbe
voluto andarsene; ma gli convenne mettere in servigio dei coniugi Heathfield il suo buon
gusto; gli convenne anche sofferire l'erudizione archeologica di Mumps, ch'era un
collezionista ardente e che volle mostrargli qualcuna delle sue raccolte. Egli riconobbe
in una vetrina l'elmo del Pollajuolo, e in un'altra la tazza di cristallo di ròcca
appartenuta a Niccolò Niccoli. La presenza di quella tazza in quel luogo lo turbò
stranamente, gli fece balenare allo spirito folli sospetti. Era dunque caduta in mano di
Lord Heathfield? Dopo la famosa contesa che non ebbe esito, nessuno più si occupò del
cimelio, nessuno tornò alla vendita, il giorno dopo; l'eccitazione efimera languì, si
spense, passò come tutto passa nella vita mondana; e il cristallo rimase al contrasto di
altri. La cosa era naturalissima; ma in quel momento ad Andrea parve straordinaria. |
| Ad arte, egli
si fermò d'innanzi alla vetrina e guardò molto la coppa preziosa dove la storia
d'Anchise e di Venere scintillava come intagliata in un puro diamante. |
| - Niccolò
Niccoli - disse Elena, pronunziando quel nome con accento indefinibile in cui il giovine
credé sentire un poco di malinconia |
| Il marito era
passato nella stanza attigua per aprire un armario |
| - Ricordatevi!
Ricordatevi! - mormorò Andrea, volgendosi. |
| - Mi ricordo. |
| - Quando dunque
vi vedrò? |
| - Chi sa! |
| - Mi
prometteste... |
| Ricomparve il
Mount Edgcumbe. Passarono nell'altra stanza, seguitarono il giro. Ovunque i tappezzieri
attendevano a stendere parati, ad alzar tende, a trasportar mobili. Andrea, ogni volta che
l'amica gli chiedeva un consiglio, doveva fare uno sforzo per rispondere, per vincere la
mala voglia, per dominare l'impazienza. In un momento che il marito parlava con uno di
quegli uomini, egli le disse, a bassa voce, mostrando chiaro il suo fastidio: |
| - Perché darmi
questa tortura? Io sperava di trovarvi sola. |
| A una porta, il
cappellino di Elena urtò una portiera mal messa e si piegò tutto da un lato. Ella,
ridendo, chiamò Mumps perché le sciogliesse il nodo del velo. E Andrea vide quelle mani
odiose sciogliere il nodo su la nuca della desiderata, sfiorare i piccoli riccioli neri,
quei riccioli vivi che un tempo sotto i baci rendevano un profumo misterioso, non
paragonabile ad alcuno de' profumi conosciuti, ma più di tutti soave, più di tutti
inebriante. |
| Senza indugio,
egli si congedò, affermando d'essere aspettato a colazione. |
| - Noi verremo a
star qui definitivamenre il primo di febbraio, martedì - gli disse Elena. - Allora
sarete, spero, un nostro assiduo. |
| Andrea
s'inchinò. |
| Avrebbe dato
qualunque cosa per non toccare la mano di Lord Heathfield. Se ne andò pieno di rancore,
di gelosia, di disgusto. |
| La sera
medesima, sul tardi, essendo capitato per caso al Circolo, dove non saliva da molto tempo,
egli vide seduto a un tavolo di giuoco Don Manuel Ferres y Capdevila, il ministro del
Guatemala. Lo salutò con premura; gli chiese notizie di Donna Maria, di Delfina. |
| - Sono ancóra
a Siena? Quando verranno? |
| Il ministro,
memore d'aver guadagnate alcune migliaia di lire giocando col giovine conte nell'ultima
notte di Schifanoja, rispose con grande cortesia alla premura. Egli aveva conosciuto
Andrea Sperelli giocatore ammirabile, d'alto stile, perfetto. |
| - Sono qui
tutt'e due, da qualche giorno. Arrivarono lunedì. Maria è molto dispiacente di non aver
trovata la marchesa d'Ateleta. Io credo che una vostra visita le sarà molto gradita.
Stiamo nella via Nazionale. Eccovi l'indirizzo esatto. |
| Gli diede un
suo biglietto. Quindi si rimise al giuoco. Andrea si sentì chiamare dal duca di Beffi
ch'era in un crocchio di altri gentiluomini. |
| - Perché non
sei venuto stamani a Centocelle? - gli domandò il duca. |
| - Avevo un
altro appuntamento - rispose Andrea, senza pensarci, per una scusa qualunque. |
| Il duca si mise
a ridacchiare in coro con gli altri amici. |
| - Al palazzo
Barberini? |
| - Potrebbe
darsi. |
| - Potrebbe
darsi? T'ha visto entrare Ludovico... |
| - E tu dov'eri?
- chiese Andrea al Barbarisi. |
| - Da mia zia
Saviano. |
| - Ah! |
| - Non so se tu
abbia fatto miglior caccia, - seguitò il duca di Beffi - ma noi abbiamo avuto un galoppo
veloce di quarantadue minuti e due volpi. Giovedì, alle Tre Fontane. |
| - Capisci? Non
alle Quattro... - ammonì, con la sua solita gravità comica, Gino Bommìnaco. |
| Gli amici
risero, al motto; e il riso si propagò anche allo Sperelli. Non gli dispiaceva quella
malignità. Anzi, ora appunto che mancava il fondamento, egli godeva che gli amici
credessero riannodata la sua relazione con Elena. Si volse a discorrere con Giulio
Musèllaro sopravvenuto. Da alcune parole giuntegli all'orecchio, s'accorse che nel
crocchio si parlava di Lord Heathfield. |
| - Io lo conobbi
a Londra sei o sett'anni fa - diceva il duca di Beffi. - Era Lord of the Bedchamber
del principe di Galles, mi pare... |
| Poi la voce
s'abbassò. Il duca doveva raccontare cose enormi. All'orecchio d'Andrea giunse, tra
frammenti di frasi erotiche, due o tre volte il titolo d'un giornale famoso nella stagione
degli scandali di Londra: Pall Mall Gazette. Egli avrebbe voluto ascoltare: una
terribile curiosità l'invadeva. Rivide nell'imaginazione le mani di Lord Heathfield,
quelle pallide mani, così espressive, così significative, così rivelatrici,
indimenticabili. Ma il Musèllaro seguitava a discorrere. Il Musèllaro gli disse: |
| - Usciamo. Ti
racconterò. |
| Giù per le
scale incontrarono il conte Albónico che saliva. Era vestito a lutto per la morte di
Donna Ippolita. Andrea si fermò: gli chiese qualche notizia del fatto doloroso. Egli
aveva saputo la sventura, nel novembre, a Parigi, da Giulio Montelatici, cugino di Donna
Ippolita. |
| - Ma fu un
tifo? |
| Il vedovo
biondiccio e scolorito colse l'occasione per versar la sua pena. Egli portava in giro il
suo dolore come un tempo aveva portato la bellezza della moglie. La balbuzie immiseriva le
sue parole afflitte: e pareva che gli occhi biancastri gli si dovessero sgonfiare, come
due bolle di siero, da un momento all'altro. |
| Giulio
Musèllaro, vedendo che l'elegia del vedovo andava un po' per le lunghe, sollecitò Andrea
dicendogli: |
| - Bada, ci
faremo aspettar troppo. |
| Andrea si
licenziò, rimettendo a un prossimo incontro il seguito della commemorazione funebre. Ed
uscì con l'amico. |
| Le parole
dell'Albónico gli avevano rinnovato quel sentimento singolare, misto d'un tormentoso
desiderio e poi d'una specie di compiacenza, che a Parigi l'aveva per alcuni giorni
occupato dopo la notizia della morte. In quei giorni l'imagine di Donna Ippolita, quasi
avvolta d'oblio, gli era apparsa, a traverso il tempo della malattia e della
convalescenza, a traverso tante altre vicende, a traverso l'amore di Donna Maria Ferres,
molto lontana ma avvolta di non so che idealità. Egli aveva da lei ottenuto il consenso;
e, pur non essendo giunto a possederla, ne aveva tratto una delle più grandi ebrezze
umane: l'ebrezza della vittoria sopra un rivale, d'una vittoria clamorosa, in conspetto
della donna desiderata. In quei giorni, il desiderio non potuto appagare gli era risorto;
e sotto l'impero dell'imaginazione, l'impossibilità di appagarlo gli aveva dato una
inquietudine indicibile, qualche ora di vero supplizio. Poi, tra il desiderio e il
rimpianto era nato un altro sentimento, quasi di compiacenza, direi quasi d'elevazione
lirica. Gli piaceva che la sua avventura terminasse così, per sempre. Quella donna non
posseduta, pel cui acquisto egli era stato sul punto di rimanere ucciso, quella donna
quasi sconosciuta gli si levava unica intatta su le cime dello spirito, nella divina
idealità della morte. Tibi, Hippolyta, semper! |
| - Dunque -
raccontava Giulio Musèllaro - ella è venuta oggi, verso le due. |
| Raccontava la
resa di Giulia Moceto, con un certo entusiasmo, con molte particolarità intorno la rara e
segreta bellezza della Pandora infeconda. |
| - Hai ragione.
E' una coppa d'avorio, uno scudo raggiante, speculum voluptatis... |
| In Andrea una
certa lieve puntura provata alcuni giorni a dietro, nella notte di luna, dopo il teatro,
quando l'amico era salito solo al palazzetto Borghese, facevasi ora di nuovo sentire;
mutavasi in un rincrescimento non bene definito ma in fondo a cui si movevano forse,
confuse con le memorie, la gelosia, l'invidia e quella suprema intolleranza egoistica e
tirannica ch'era nella sua natura e che lo spingeva talvolta a desiderare quasi la
distruzione d'una donna già preferita e goduta, affinché ella non fosse più goduta da
altri. Nessuno doveva bevere al bicchiere dove aveva egli bevuto una volta. Il ricordo del
suo passaggio doveva bastare a riempire una intera vita. Le amanti dovevano rimaner fedeli
in eterno alla sua infedeltà. Questo era il suo sogno orgoglioso. E poi gli spiaceva la
publicazione, la divulgazione d'un segreto di bellezza. Certo, s'egli avesse posseduto il
Discobolo di Mirone o il Doriforo di Policleto o la Venere cnidia, la sua prima cura
sarebbe stata di chiudere il capolavo ro in un luogo inaccessibile e di goderne da solo,
perché il godimento altrui non diminuisse il suo proprio. E allora perché egli medesimo
aveva concorso a publicare il segreto? Perché egli medesimo aveva stimolato la curiosità
dell'amico? Perché egli medesimo gli aveva fatto un augurio? La facilità stessa con cui
quella donna s'era data gli metteva ira e disgusto, e anche un poco lo umiliava. |
| - Ma dove
andiamo? - chiese Giulio Musèllaro, fermandosi nella piazza di Venezia. |
| In fondo ai
varii moti dell'animo e ai varii pensieri Andrea manteneva l'agitazione in lui suscitata
dall'incontro con Don Manuel Ferres, il pensiero di Donna Maria, un'imagine balenante. E
appunto, in mezzo a quei contrasti momentanei, una sorta di ansietà lo traeva verso la
casa di lei. |
| - Io torno a
casa - rispose. - Passiamo per la via Nazionale. Accompagnami. |
| Da allora egli
non ascoltò più le parole dell'amico. Il pensiero di Donna Maria lo dominò tutto.
Giunto d'innanzi al Teatro ebbe un momento d'esitazione, non sapendo se scegliere il
marciapiede di destra o quel di sinistra. Egli voleva scoprire la casa leggendo i numeri
delle porte. |
| - Ma che hai? -
gli chiese il Musèllaro. |
| - Nulla.
T'ascolto. |
| Guardò un
numero e calcolò che la casa doveva essere a manca, non molto lontana, forse in vicinanza
della Villa Aldobrandini. I grandi pini della villa apparvero leggeri nel cielo stellato,
poiché la notte era gelida ma serena; la Torre delle Milizie levava la sua mole quadrata,
cupa fra le stelle; le palme, che crescono su le mura di Servio, al chiaror de' fanali
dormivano immobili. |
| Pochi numeri
mancavano a raggiunger quello segnato sul biglietto di Don Manuel. Andrea trepidava come
se Donna Maria fosse per venirgli incontro. La casa era, infatti, vicina. Egli passò
rasente il portone chiuso; non poté tenersi dal guardare in su. |
| - Ma che
guardi? - gli chiese il Musèllaro. |
| - Nulla. Dammi
una sigaretta. Affrettiamo il passo, ché fa freddo. |
| Percorsero la
via Nazionale fino alle Quattro Fontane, in silenzio. La preoccupazione di Andrea era
manifesta. L'amico gli disse: |
| - Tu certo hai
qualche cosa che ti tormenta. |
| E Andrea si
sentiva il cuore così gonfio che fu sul punto di abbandonarsi alla confidenza. Ma si
trattenne. Egli era ancóra sotto l'impressione delle malignità udite al Circolo, del
racconto di Giulio, di tutta quella indiscreta leggerezza da lui stesso provocata, da lui
stesso professata. L'assenza completa di mistero nell'avventura, la compiacenza vanitosa
degli amanti nell'accogliere i motti e i sorrisi altrui, la cinica indifferenza con cui
gli amanti d'un tempo lodano le qualità della donna a coloro che già sono su la via di
goderle, e l'affettazione con cui quelli dànno a questi i consigli per giunger meglio
allo scopo, e la premura con cui questi dànno a quelli i più minuti ragguagli su un
primo convegno per sapere se la maniera tenuta ora dalla dama nel concedersi si
riconfronti con quella tenuta altre volte, e le cessioni, e le concessioni, e le
successioni, e insomma tutte le piccole e grandi viltà che accompagnano i dolci adulterii
mondani, gli parvero ridur l'amore una mescolanza insipida e immonda, una volgarità
ignobile, una prostituzion senza nome. Le memorie di Schifanoja gli attraversavano
l'anima, come profumi cordiali. La figura di Donna Maria gli splendeva dentro con tal
vivezza ch'egli n'era quasi attonito; e un'attitudine egli vedeva sopra le altre distinta,
sopra le altre luminosa: l'attitudine di lei quando nel bosco di Vicomìle aveva
pronunziata la parola ardente. Avrebbe egli riudita quella parola da quella bocca? Che
aveva fatto ella, che aveva pensato, come aveva vissuto nel tempo della lontananza?
L'agitazione interiore gli cresceva ad ogni passo. Come fantasmagorie mobili e fuggevoli
gli passavano nello spirito frammenti di visioni: un lembo di paesaggio, un lembo di mare,
una scala tra i rosai, l'interno d'una stanza, tutti i luoghi ov'era nato un sentimento,
ov'erasi effusa una dolcezza, ov'ella aveva sparso il fascino della sua persona. Ed egli
provava un tremore intimo e profondo a pensare che forse nel cuor di lei ancóra viveva la
passione, che forse ella aveva sofferto e pianto e forse anche sognato e sperato. Chi sa! |
| - Ebbene? -
disse Giulio Musèllaro. - Come vanno le cose con Lady Heathfield? |
| Scendevano giù
per la via delle Quattro Fontane, erano d'innanzi al palazzo Barberini. A traverso i
cancelli, tra i colossi di pietra, appariva il giardino oscuro animato da un mormorio
fioco di acque, dominato dall'edifizio biancheggiante ove il solo portico aveva ancóra un
lume. |
| - Che dici? -
domandò Andrea. |
| - Come vanno le
cose con Donna Elena? |
| Andrea guardò
il palazzo. Gli sembrò, in quel momento, di sentirsi nel cuore una grande indifferenza,
la morte vera del desiderio, la finale rinunzia; e trovò, per rispondere, una frase
qualunque. |
| - Seguo il
consiglio. Non riaccendo la sigaretta... |
| - Eppure, vedi,
questa volta forse varrebbe la pena. L'hai guardata bene? Mi pare più bella; mi pare, non
so, che abbia qualche cosa di nuovo, inesprimibile... Forse dico male a dir nuovo.
E' come divenuta più intensa, conservando tutto il suo carattere di bellezza; è insomma,
dirò così, più Elena dell'Elena di due o tre anni fa: " essenzia quinta
" . Sarà, forse, effetto della seconda primavera; perché credo ch'ella debba stare
lì lì per toccar la trentina. Non ti sembra? |
| Andrea si
sentì da queste parole pungere, di nuovo accendere. Nulla vale a ravvivare e ad
esasperare il desiderio d'un uomo quanto l'udire da altri lodar la donna da lui troppo a
lungo posseduta, o troppo a lungo vagheggiata invano. Ci sono amori in agonia che si
protraggono ancóra, per virtù dell'altrui invidia, dell'altrui ammirazione; poiché
l'amante disgustato o stanco teme di rinunziare al suo possesso o al suo assedio in favore
della felicità di chi potrebbe succedergli. |
| - Non ti
sembra? E poi, menelaizzare quell'Heathfield dovrebbe essere un gaudio straordinario. |
| - Credo anch'io
- disse Andrea, sforzandosi di prendere il tono frivolo dell'amico. Vedremo. |
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