  
Libro terzo - 3
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| - Maria,
lasciate a questo minuto la sua dolcezza, lasciate ch'io esprima tutto il mio pensiero! |
| Ella si levò.
Disse piano, senza sdegno, senza severità, con commozione palese nella voce: |
| - Perdonatemi.
Io non posso ascoltarvi. Mi fate molto male. |
| - Tacerò.
Rimanete, Maria; vi prego. |
| Di nuovo, ella
sedette. Era come al tempo di Schifanoja. Nulla superava la grazia della finissima testa
che pareva esser travagliata dalla profonda massa de' capelli, come da un divino castigo.
Un'ombra morbida, tenera, simile alla fusione di due tinte diafane, d'un violetto e d'un
azzurro ideali, le circondava gli occhi che volgevan l'iride lionata degli angeli bruni. |
| - Io non voleva
- soggiunse Andrea, umilmente - non voleva che ricordarvi le mie parole d'un tempo, quelle
che ascoltaste una mattina nel parco, sul sedile di marmo, sotto gli àlbatri, in un'ora
indimenticabile per me e quasi sacra nella memoria... |
| - Io le
ricordo. |
| - Ebbene,
Maria, da quel tempo la mia miseria è divenuta più trista, più oscura, più crudele. Io
non saprò mai dirvi tutte le mie sofferenze, tutte le mie abiezioni; non saprò mai dirvi
quante volte la mia anima vi ha chiamata, credendo di morire; non saprò mai dirvi il
brivido di felicità, la sollevazione di tutto il mio essere verso la speranza, se per un
momento io osava pensare che il ricordo di me forse ancóra viveva nel vostro cuore. |
| Egli parlava
con l'accento medesimo di quella mattina lontana; pareva ripreso da quella medesima
ebrezza sentimentale. Tutte le malinconie gli risalivano alle labbra. Ed ella ascoltava, a
capo chino, immobile, quasi nell'attitudine di quella volta; e la sua bocca, l'espression
della sua bocca, invano serrata con violenza, come quella volta, tradiva una sorta di
dolorosa voluttà. |
| - Vi ricordate
di Vicomìle? Vi ricordate del bosco, in quella sera d'ottobre, quando traversammo soli? |
| Donna Maria
accennò lievemente col capo, come in atto d'assenso. |
| - E della
parola che mi diceste? - soggiunse il giovine, più sommesso, ma con nella voce
un'espressione intensa di passion contenuta, piegandosi verso di lei molto, come per
giungere a guardarla negli occhi ch'ella teneva ancóra chini. |
| Ella li alzò,
que' buoni pietosi dolenti occhi, su lui. |
| - Di tutto io
mi ricordo, - rispose - di tutto, di tutto. Perché dovrei nascondervi l'anima mia? Voi
siete uno spirito nobile e grande; ed io ho fede nella vostra generosità. Perché dovrei
condurmi verso di voi come una donna volgare? Quella sera, non vi dissi che vi amavo? Io
intendo nella vostra domanda un'altra domanda. Voi mi chiedete se ancóra io vi ami. |
| Ella esitò, un
attimo. Le labbra le tremarono. |
| - Vi amo. |
| - Maria! |
| - Ma voi dovete
rinunziar per sempre al mio amore, voi dovete allontanarvi da me; dovete essere nobile e
grande, e generoso, risparmiandomi una lotta che mi fa paura. Io ho molto sofferto,
Andrea, e saputo soffrire; ma il pensiero di dover combattere contro di voi, di dovermi
difendere contro di voi, mi dà un terrore folle. Voi non sapete a costo di quali
sacrifizi ero giunta ad ottenere la calma del cuore; non sapete a quali alti e carissimi
ideali ho rinunziato... Poveri ideali! Sono diventata un'altra donna, perché era
necessario che io diventassi un'altra; sono diventata una donna comune, perché così
chiedeva il dovere. |
| Ella aveva
nella voce una malinconia grave e soave. |
| -
Incontrandovi, sentii d'un tratto risorgere in me i vecchi sogni, sentii rivivere l'anima
antica; e ne' primi giorni mi abbandonai alla dolcezza, chiudendo gli occhi sul pericolo
lontano. Pensavo: " Egli non saprà nulla dalla mia bocca; io non saprò nulla dalla
sua. " Ero quasi senza rimorso, senza quasi paura. Ma voi parlaste; voi mi diceste
parole che io non aveva udite mai; voi mi strappaste una confessione... il pericolo
m'apparve, certo, aperto, manifesto. E ancóra m'abbandonai a un sogno. Le vostre angosce
mi stringevano, mi facevano una pena profonda. Pensavo: " L'impuro l'ha macchiato;
s'io bastassi a purificarlo! Sarei felice d'esser l'olocausto della sua rinnovazione.
" La vostra tristezza attirava la mia tristezza. Mi pareva che forse io non avrei
saputo consolarvi ma che forse avreste provato un sollievo sentendo un'anima rispondere
eternamente amen alle volontà del vostro dolore. |
| Ella proferì
queste ultime parole con tale elevazion spirituale in tutta la figura, che Andrea fu
invaso da un'onda di gaudio quasi mistico; e il suo unico desiderio, in quel momento, era
di prenderle ambo le mani e d'esalare l'ineffabile ebrezza su quelle care delicate
immacolate mani. |
| - Non è
possibile! Non è possibile! - ella seguitò, scotendo la testa in atto di rammarico. -
Noi dobbiamo rinunziar per sempre a qualunque speranza. La vita è implacabile. Senza
volere, voi distruggereste un'intera esistenza e forse non una sola... |
| - Maria, Maria,
non dite queste cose! - interruppe il giovine, piegandosi ancóra verso di lei,
prendendole una mano, senza impeto, ma con una specie di trepidazione supplichevole come
se prima di compier l'atto egli aspettasse un segno di consenso. - Io farò quel che
vorrete; io sarò umile e obediente; la mia unica aspirazione è d'obedirvi; il mio unico
desiderio è di morire nel vostro nome. Rinunziare a voi è rinunziare alla salvezza,
ricader per sempre nella rovina, non rialzarsi mai più. Io vi amo come nessuna parola
umana potrà mai esprimere. Ho bisogno di voi. Voi soltanto siete vera; voi siete
la Verità che il mio spirito cerca. Il resto è vano; il resto è nulla. Rinunziare a voi
è come entrar nella morte. Ma se il sacrifizio di me vale a conservarvi la pace, io vi
debbo il sacrifizio. Non temete, Maria. Io non vi farò alcun male. |
| Egli teneva la
mano di lei nella sua, ma senza premerla. La sua parola non aveva ardore ma era sommessa,
scorata, accorante, piena d'una immensa prostrazione. E la pietà illudeva Maria così
ch'ella non ritrasse la mano e s'abbandonò per qualche minuto alla pura voluttà di quel
contatto leggero. Era in lei una voluttà tanto sottile che quasi pareva non aver
ripercussione organica; era come se un fluido essenziale le si partisse dall'intimo cuore
e pel braccio le affluisse alle dita e le si dilatasse oltre le dita con un'onda
indefinitamente armoniosa. Quando Andrea tacque, certe parole proferite nel parco, nella
mattina indimenticabile, le tornarono alla memoria rianimate dal suon recente della voce
di lui, mosse dalla nuova commozione: " La sola presenza vostra visibile bastava a
darmi l'ebrezza. Io la sentiva fluire nelle mie vene, come un sangue, e invadere il mio
spirito, come un sentimento sovrumano... " |
| Successe un
intervallo di silenzio. Si udiva di tratto in tratto il vento scuotere i vetri delle
finestre. Giungeva col vento un clamore lontano, misto al rombo delle vetture. Entrava una
luce fredda e limpida come un'acqua sorgiva; negli angoli si raccoglieva l'ombra, e fra le
tende composte di tessuti dell'Estremo Oriente; luccicavano qua e là su i mobili le
incrostazioni di giada, di avorio, di madreperla; un gran Buddha dorato appariva in fondo,
sotto una musa paradisiaca. Quelle forme esotiche davano alla stanza un po' del
loro mistero. |
| - Ora, che
pensate? - chiese Andrea. - Non pensate alla mia fine? |
| Ella pareva
assorta in un pensier dubitoso. Era, in vista, irresoluta come se ascoltasse due voci
interiori. |
| - Io non so
dirvi - ella rispose, passandosi la mano su la fronte con un gesto lieve - non so dirvi
che strano presentimento mi opprima, da lungo tempo. Non so; ma io temo. |
| Ella soggiunse,
dopo una pausa: |
| - Pensare che
voi soffrite, che voi siete malato, povero amico, e che io non potrò alleviarvi la pena,
che io vi mancherò nella vostra ora d'angoscia, che io non saprò se voi mi chiamerete...
Mio Dio! |
| Ella aveva
nella voce un tremito e una fievolezza quasi di pianto, come se le si fosse chiusa la
gola. Andrea teneva il capo chino, tacendo. |
| - Pensare che
la mia anima sempre vi seguirà, sempre, e che non potrà mai mai confondersi con la
vostra, non potrà mai da voi essere compresa... Povero amore! |
| Ella aveva la
voce piena di lacrime, la bocca atteggiata di dolore. |
| - Non mi
abbandonate! Non mi abbandonate! - proruppe il giovine, prendendole ambo le mani, quasi
inginocchiandosi, in preda a una grande esaltazione. - Io non vi chiederò nulla; non
voglio da voi che la pietà. La pietà che mi venisse da voi mi sarebbe più cara della
passione di qualunque altra: voi lo sapete. Le vostre sole mani mi potranno guarire; mi
potranno ricondurre alla vita, sollevare dalla bassezza, ridonare la fede, liberare da
tutte le cattive cose che m'infettano e mi empiono d'orrore. Care, care mani... |
| Egli si chinò
a baciarle, vi tenne premuta la bocca. Socchiuse gli occhi, in atto di somma dolcezza,
mentre diceva piano, con un accento indefinibile: |
| - Vi sento
tremare. |
| Ella si levò,
tremante, smarrita, più pallida di quando, nella mattina memorabile, camminava sotto i
fiori. Il vento scoteva i vetri; giungeva un clamore come d'una moltitudine ammutinata.
Quelle grida nel vento, che venivano dal Quirinale, le aumentarono l'agitazione. |
| - Addio. Vi
prego, Andrea; non rimanete più qui, mi vedrete un'altra volta, quando vorrete. Ma ora,
addio. Vi prego! |
| - Dove vi
vedrò? |
| - Al concerto,
domani. Addio. |
| Ella era tutta
sconvolta, come se avesse commessa una colpa. Lo accompagnò fino alla porta della stanza.
Rimasta sola, esitò, non sapendo che fare, ancor tenuta dallo sbigottimento. Si sentiva
ardere le guance e le tempie, intorno agli occhi, d'un ardore intenso, mentre pel resto
del corpo rabbrividiva; su le mani l'impressione della bocca amata persisteva come un
suggello, ed era un'impressione deliziosa, ed ella avrebbe voluto che fosse indelebile
come un suggello divino. |
| Guardò in
giro. Nella stanza la luce diminuiva, le forme si perdevano nella mezz'ombra, il gran
Buddha raccoglieva nella sua doratura un chiaror singolare. Or sì or no giungevano le
grida. Ella andò verso una finestra, l'aprì, si sporse. Un vento gelido soffiava su la
strada, ove già verso la piazza di Termini cominciavano ad accendersi i fanali. Incontro,
gli alberi della Villa Aldobrandini svettavano, appena tinti d'un riflesso rossastro. Su
la Torre delle Milizie pendeva una enorme nuvola paonazza, solitaria nel cielo. |
| La sera le
parve lugubre. Ella si ritrasse; andò a sedersi nel luogo medesimo del colloquio recente.
- Perché Delfina non tornava ancóra? - Avrebbe voluto evitare ogni riflessione, ogni
meditazione; eppure non so che debolezza la tratteneva in quel luogo ove, pochi minuti
innanzi, Andrea aveva respirato, aveva parlato, aveva esalato il suo amore e il suo
dolore. Gli sforzi, i propositi, le contrizioni, le preghiere, le penitenze di quattro
mesi si disperdevano, si disfacevano, diventavano inutili, in un attimo. Ella ricadeva,
sentendosi forse più stanca, più vinta, senza volontà e senza potere contro i fenomeni
morali che la sorprendevano, contro le sensazioni che la sconvolgevano; e, mentre
s'abbandonava all'angoscia e al languore d'una conscienza in cui ogni coraggio veniva
meno, le pareva che qualche cosa di lui fluttuasse nell'ombra della stanza e le
avvolgesse tutta la persona, d'una carezza infinitamente soave. |
| E, il giorno
dopo, ella salì al Palazzo dei Sabini, con il cuor palpitante sotto un mazzo di violette. |
| Andrea già era
ad attenderla su la porta della sala. Stringendole la mano, le disse: |
| - Grazie. |
| La condusse a
una sedia, le si mise accanto. Le disse: |
| - Credevo di
morire aspettandovi. Temevo che non veniste. Come vi son grato! |
| Le disse: |
| Iersera, tardi,
io passai dalla vostra Casa. Vidi un lume a una finestra, alla terza finestra verso il
Quirinale. Non so che avrei dato per conoscere se voi eravate là... |
| Anche, le
chiese: |
| - Da chi avete
avute quelle violette? |
| - Da Delfina -
ella rispose. |
| - Vi ha
raccontato Delfina il nostro incontro di stamani su la piazza di Spagna? |
| - Sì; tutto. |
| Il concerto
incominciò con un Quartetto del Mendelssohn. La sala era già quasi interamente occupata.
L'uditorio componevasi, in massima parte, di dame straniere; ed era un uditorio biondo,
pieno di modestia negli abiti, pieno di raccoglimento nelle attitudini, silenzioso e
religioso come in un luogo pio. L'onda della musica passava su teste immobili, coperte di
cappelli scuri, dilatandosi in una luce aurea, in una luce che fluiva dall'alto, temperata
dalle tendine gialle, schiarita dalle pareti bianche e nude. E la vecchia sala dei
Filarmonici, disadorna, dove appena rimaneva su l'egual candore qualche traccia d'un
fregio e dove le misere portiere azzurre stavan per cadere, offriva imagine d'un luogo che
fosse rimasto chiuso per un secolo e fosse stato riaperto proprio in quel giorno. Ma quel
color di vecchiezza, quell'aria di povertà, quella nudità delle pareti aggiungevano non
so che strano sapore allo squisito diletto dell'udizione; e il diletto pareva più
segreto, più alto, più puro là dentro, per ragion d'un contrasto. Era il 2 di febbraio,
un mercoledì: in Montecitorio, il Parlamento disputava per il fatto di Dogali; le vie e
le piazze prossime rigurgitavano di popolo e di soldati. |
| I ricordi
musicali di Schifanoja sorsero nello spirito de' due amanti; un riflesso di quell'autunno
illuminò i loro pensieri. Al suono del Minuetto mendelssohniano si svolgeva la
visione della villa maritima, della sala profumata dai giardini sottoposti, dove negli
intercolunnii del vestibolo si levavano le cime dei cipressi, si scorgevano le vele di
fiamma su un lembo di mare sereno. |
| Di tratto in
tratto Andrea, chinandosi un poco verso la senese, le chiedeva piano: |
| - Che pensate? |
| Ella rispondeva
con un sorriso così tenue ch'egli appena giungeva a coglierlo. |
| - Vi ricordate
del 23 settembre? - ella disse. |
| Andrea non
aveva ben distinto nella memoria quel ricordo, ma assentì col capo. |
| L'Andante
calmo e solenne, dominato da un'alta melodia patetica, dopo estesi sviluppi aveva uno
scoppio di dolore. Il Finale insisteva in una certa monotonia ritmica, piena di
stanchezza. |
| Ella disse: |
| - Ora viene il
vostro Bach. |
| E ambedue,
quando la musica ricominciò, provarono un bisogno istintivo di riavvicinarsi. I loro
gomiti si sfioravano. Alla fine d'ogni tempo, Andrea si chinava verso di lei per legger
nel programma ch'ella teneva spiegato fra le mani; e, nell'atto, le premeva il braccio,
sentiva l'odore delle viole, le comunicava un brivido di delizia. L'Adagio aveva
una elevazion di canto così possente, saliva con tal volo alle sommità dell'estasi, con
tal piena sicurezza allargavasi nell'Infinito, che parve la voce d'una creatura sopraumana
la quale effondesse nel ritmo il giubilo d'una sua conquista immortale. Tutti gli spiriti
erano trascinati dall'onda irresistibile. Quando la musica cessò, lo stesso fremito degli
strumenti durò qualche minuto nell'uditorio. Un susurro corse da un capo all'altro della
sala. L'applauso irruppe, dopo l'indugio, più vivo. |
| I due si
guardarono, con gli occhi alterati, come se si distaccassero dopo un amplesso
d'insostenibile piacere. La musica continuava; la luce della sala diveniva più discreta;
un tepor dilettoso addolciva l'aria; intiepidite, le violette di Donna Maria esalavano un
profumo più forte. Andrea aveva quasi l'illusione d'essere solo con lei, poiché non
vedeva d'innanzi a sé persone ch'egli conoscesse. |
| Ma s'ingannava.
In un intervallo, volgendosi, vide Elena Muti diritta in fondo alla sala, accompagnata
dalla principessa di Ferentino. Sùbito, il suo sguardo incontrò quel di lei. Da lontano,
egli salutò. Gli parve di scorgere su le labbra di Elena un sorriso singolare. |
| - Chi salutate?
- chiese Donna Maria, anche volgendosi. - Chi sono quelle signore? |
| - Lady
Heathfield e la principessa di Ferentino. |
| Ella credé
sentire nella voce di lui un turbamento. |
| - Qual è la
Ferentino? |
| - La bionda. |
| - L'altra è
molto bella. |
| Andrea tacque. |
| - Ma è una
inglese? - ella soggiunse. |
| - No; è una
romana; è la vedova del duca di Scerni, passata a Lord Heathfield in seconde nozze. |
| - E' molto
bella. |
| Andrea
domandò, con premura. |
| - Ora, che
soneranno? |
| - Il Quartetto
del Brahms, in do minore. |
| - Lo conoscete? |
| - No. |
| - Il secondo tempo
è meraviglioso. |
| Per celare la
sua inquietudine, egli parlava. |
| - Quando vi
vedrò, ancóra? |
| - Non so. |
| - Domani? |
| Ella titubò.
Pareva che le fosse discesa pel volto una lieve ombra. Rispose: |
| - Domani, se ci
sarà sole, verrò con Delfina su la piazza di Spagna, verso mezzogiorno. |
| - E se il sole
mancasse? |
| - Sabato sera,
andrò dalla contessa Starnina... |
| La musica
ricominciava. Il primo tempo esprimeva un lottar cupo e virile, pieno di vigore. La
Romanza esprimeva un ricordarsi desioso ma assai triste, e quindi un sollevarsi
lento, incerto, debole, verso un'alba assai lontana. Una chiara frase melodica si svolgeva
con profonde modulazioni. Era un sentimento assai diverso da quel che animava l'Adagio
del Bach: era più umano, più terreno, più elegiaco. Passava in quella musica un soffio
di Ludovico Beethoven. |
| Andrea fu
invaso da una così terribile ansia che temé di tradirsi. Tutta la dolcezza di prima gli
si convertì in amarezza. Egli non aveva la conscienza esatta di questo suo nuovo
sofferire; non sapeva raccogliersi né dominarsi; ondeggiava perduto fra la duplice
attrazion feminile e il fascino della musica, da nessuna delle tre forze penetrato;
provava, dentro, un'impressione indefinibile, come d'un vuoto in cui risonassero di
continuo grandi urti cone un'eco dolorosa; e il suo pensiero si spezzava in mille
frammenti, si sconnetteva, si disfaceva; e le due imagini feminili si sovrapponevano, si
confondevano, si distruggevano a vicenda, senza ch'egli potesse giungere a separarle,
senza ch'egli potesse giungere a definire il suo sentimento verso l'una, il suo sentimento
verso l'altra. E a fior di questa torbida sofferenza interiore si moveva l'inquietudine
prodotta dalla immediata realità, dalle preoccupazioni, dirò così, pratiche. Non gli
sfuggiva un leggero cambiamento nell'attitudine di Donna Maria verso di lui; e credeva
sentire lo sguardo di Elena assiduo e fisso; e non giungeva a trovare un modo di
contenersi, non sapeva se dovesse accompagnar Donna Maria nell'uscir dalla sala o se
dovesse avvicinarsi a Elena, né sapeva se quel caso gli avrebbe giovato o nociuto presso
l'una e l'altra. |
| - Io vado -
disse Donna Maria levandosi, dopo la Romanza. |
| - Non aspettate
la fine? |
| - No; debbo
essere a casa per le cinque. |
| - Ricordatevi,
domattina... |
| Ella gli tese
la mano. Forse pel calore dell'aria chiusa, una lieve Fiamma le avvivava la pallidezza. Un
mantello di velluto, d'un color cupo di piombo, orlato d'una larga zona di chinchilla,
le copriva tutta la persona: e tra la pelliccia cinerea le violette morivano
squisitamente. Nell'uscire, ella camminava con sovrana eleganza, mentre qualcuna delle
signore sedute volgevasi a guardarla. E per la prima volta Andrea vide in lei, nella donna
spirituale, nella pura madonna senese, la dama di mondo. |
| Il Quartetto
entrava nel terzo tempo. Poiché la luce diurna diminuiva, furono alzate le tendine
gialle, come in una chiesa. Altre signore abbandonarono la sala. Sorgeva qua e là qualche
bisbiglio. Cominciavano nell'uditorio la stanchezza e la disattenzione, che son proprie
della fine d'ogni concerto. Per uno di que' singolari fenomeni d'elasticità e di
volubilità repentini, Andrea provò un senso di sollievo, quasi gaio. Egli perse ogni
preoccupazion sentimentale e passionale, d'un tratto; e l'avventura di piacere apparve
sola alla sua vanità, alla sua viziosità, lucidamente. Egli pensò che Donna Maria,
concedendogli quei convegni innocui, già aveva messo il piede su la dolce china in fondo
a cui è il peccato inevitabile anche per le anime più vigili; pensò che forse un po' di
gelosia avrebbe potuto spingere Elena a ricadergli nelle braccia, e che quindi forse l'una
avventura avrebbe aiutata l'altra; pensò che forse appunto un vago timore, un
presentimento geloso avevano affrettato l'assenso di Donna Maria al prossimo convegno.
Egli era dunque su la via di una duplice conquista; e sorrise notando che in ambedue le
imprese la difficoltà si presentava sotto un medesimo aspetto. Egli doveva convertire in
amanti due sorelle, cioè due che volevano presso di lui far profession di sorelle. Altre
simiglianze fra i due casi egli notò, sorridendo. - Quella voce! Com'erano strani nella
voce di Donna Maria gli accenti d'Elena! - Gli balenò un pensiero folle. - Quella voce
poteva esser per lui l'elemento d'un'opera d'imaginazione: in virtù d'una tale affinità
egli poteva fondere le due bellezze per possederne una terza imaginaria, più complessa,
più perfetta, più vera perché ideale... |
| Il terzo tempo,
eseguito con impeccabile stile, finiva tra gli applausi. Andrea si levò; si avvicinò a
Elena. |
| - Oh, Ugenta,
dove siete stato fino ad ora? - gli disse la principessa di Ferentino. - Au pays du
Tendre? |
| - E
quell'incognita? - gli disse Elena, con un'aria leggera, odorando un mazzo di viole tirato
fuori dal manicotto di martora. |
| - E' una grande
amica di mia cugina: Donna Maria Ferres y Capdevila, moglie del nuovo ministro di
Guatemala - rispose Andrea, senza turbarsi. - Una bella creatura, assai fine. Era da
Francesca, a Schifanoja, in settembre. |
| - E Francesca?
- interruppe Elena. - Non sapete quando tornerà? |
| - Ho notizie
sue, da San Remo, recenti. Ferdinando migliora. Ma temo ch'ella dovrà trattenersi là
qualche altro mese, forse più. |
| - Che peccato! |
| Il Quartetto
entrava nell'ultimo tempo, molto breve. Elena e la Ferentino avevano occupato due
sedie, in fondo, lungo la parete, sotto il pallido specchio dove si rifletteva la sala
malinconica. Elena ascoltava, con la testa china, facendo scorrere tra le sue mani le
estremità d'un lucido boa di martora. |
| -
Accompagnateci - ella disse, quando il concerto fu finito, allo Sperelli. |
| Montando in
carrozza, dopo la Ferentino, ella disse: |
| - Montate anche
voi. Lasciamo Eva al palazzo Fiano. Vi poso poi dove volete. |
| - Grazie. |
| Lo Sperelli
accettò. Uscendo nel Corso, la carrozza fu costretta a procedere con lentezza perché
tutta la via era ingombra di gente in tumulto. Dalla piazza di Montecitorio, dalla piazza
Colonna venivano clamori e si propagavano come uno strepito di flutti, aumentavano,
cadevano, risorgevano, misti agli squilli delle trombe militari. La sedizione ingrossava,
nella sera cinerea e fredda; l'orrore della strage lontana faceva urlare la plebe; uomini
in corsa, agitando gran fasci di fogli, fendevano la calca; emergeva distinto su i clamori
il nome d'Africa. |
| - Per
quattrocento bruti, morti brutalmente! mormorò Andrea, ritirandosi dopo aver osservato
allo sportello. |
| - Ma che dite?
- esclamò la Ferentino. |
| Su l'angolo del
palazzo Chigi il tumulto sembrava una zuffa. La carrozza fu costretta a fermarsi. Elena si
chinò per guardare; e il suo volto fuor dell'ombra illuminandosi al riflesso del fanale e
alla luce del crepuscolo apparve d'una bianchezza quasi funeraria, d'una bianchezza gelida
e un po' livida, che risvegliò in Andrea il ricordo vago d'una testa veduta - non sapeva
più quando, non sapeva più dove - in una galleria, in una cappella. |
| - Eccoci -
disse la principessa, poiché la carrozza era giunta finalmente al palazzo Fiano. - Addio
dunque. Ci ritroveremo stasera dall'Angelieri. Addio, Ugenta. Venite domani a colazione da
me? Troverete anche Elena, e la Viti e mio cugino. |
| - L'ora? |
| - Mezz'ora dopo
mezzogiorno. |
| - Va bene.
Grazie. |
| La principessa
discese. Il servo aspettava un ordine. |
| - Dove volete
ch'io vi porti? - domandò Elena allo Sperelli che le si era già seduto accanto, nel
posto dell'amica. |
| - Far, far
away... |
| - Su via, dite:
a casa vostra? |
| E senza
aspettare altra risposta, ella ordinò: |
| - Trinità de'
Monti, palazzo Zuccari. |
| Il servo
richiuse lo sportello. La carrozza si mosse al trotto, voltò per la via Frattina,
lasciando dietro di sé la folla, le grida, i romori. |
| - Oh, Elena,
dopo tanto... - proruppe Andrea, chinandosi a guardare la desiderata che s'era raccolta
nell'ombra, in fondo, come schiva d'un contatto. |
| Il chiaror
d'una vetrina, al passaggio, traversò l'ombra; ed egli vide che Elena sorrideva, bianca,
d'un sorriso attirante. |
| Sempre così
sorridendo, ella si tolse dal collo con un gesto agile il lungo boa di martora e lo gittò
intorno al collo di lui, in guisa d'un laccio. Pareva facesse per gioco. Ma con quel
morbido laccio, profumato del profumo medesimo che Andrea aveva sentito nella volpe
azzurra, ella attirò il giovine; gli offerse le labbra, senza parlare. |
| Ambedue le
bocche si ricordarono delle antiche mescolanze, di quelle congiunzioni terribili e soavi
che duravano fino all'ambascia e davano al cuore la sensazione illusoria come d'un frutto
molle e roscido che vi si sciogliesse. Per prolungare il sorso, contenevano il respiro. La
carrozza dalla via dei Due Macelli sali per la via del Tritone, voltò nella via Sistina,
si fermò al palazzo Zuccari. |
| Rapidamente,
Elena respinse il giovine. Gli disse, con la voce un po' velata: |
| - Discendi.
Addio. |
| - Quando
verrai? |
| - Chi sa! |
| Il servo aprì
lo sportello. Andrea discese. La carrozza voltò di nuovo, per riprendere la via Sistina.
Andrea, tutto ancor vibrante, con gli occhi ancor fluttuanti in una nebbia torbida,
guardava se apparisse dietro il vetro il volto di Elena; ma non vide nulla. La carrozza si
allontanò. |
| Risalendo le
scale, egli pensava: - Alfine, ella si converte! Gli rimaneva nel capo quasi un vapore
d'ebrezza, gli rimaneva nella bocca il gusto del bacio, gli rimaneva nella pupilla il
balen del sorriso con cui Elena gli aveva gittato al collo quella specie di serpe
rilucente e aulente. - E Donna Maria? - Egli, certo, doveva alla senese l'inaspettata
voluttà. Senz'alcun dubbio, in fondo all'atto strano e fantastico di Elena era un
principio di gelosia. Temendo forse ch'egli le sfuggisse, ella aveva voluto legarlo,
adescarlo, accendergli di nuovo la sete. - Mi ama? Non mi ama? - E che importava a lui
saperlo? Che gli giovava? Omai l'incanto era rotto. Nessun prodigio mai avrebbe potuto
risuscitare sol una minima parte della felicità morta. Conveniva a lui occuparsi della
carne che era ancóra divina. |
| Si compiacque a
lungo nel considerar l'avventura. Si compiacque, in ispecie, della maniera elegante e
singolare con cui Elena aveva dato sapore al capriccio. E l'imagine del boa suscitò
l'imagine della treccia di Donna Maria, suscitò in confuso tutti gli amorosi sogni da lui
sognati intorno a quella vasta capellatura vergine che un tempo faceva languir d'amore le
educande nel monastero fiorentino. Di nuovo, egli mescolò i due desiderii; vagheggiò la
duplicità del godimento; travide la terza Amante ideale. |
| Entrava in una
disposizion di spirito riflessiva. Vestendosi per il pranzo, ripensava: - Ieri, una grande
scena di passione, quasi con lacrime; oggi una piccola scena muta di sensualità. E a me
pareva ieri d'essere sincero nel sentimento, come io era dianzi sincero nella sensazione.
Inoltre, oggi stesso, un'ora prima del bacio d'Elena, io avevo avuto un alto momento
lirico accanto a Donna Maria. Di tutto questo non riman traccia. Domani, certo,
ricomincerò. Io sono camaleontico, chimerico, incoerente, inconsistente. Qualunque mio
sforzo verso l'unità riuscirà sempre vano. Bisogna omai ch'io mi rassegni. La mia legge
è in una parola: NUNC. Sia fatta la volontà della legge. |
| Rise di sé
medesimo. E da quell'ora ebbe principio la nuova fase della sua miseria morale. |
| Senza alcun
riguardo, senza alcun ritegno, senza alcun rimorso, egli si diede tutto a porre in opera
le sue imaginazioni malsane. Per trarre Maria Ferres a cedergli, usò i più sottili
artifizii, i più delicati intrichi, illudendola appunto nelle cose dell'anima, nella
spiritualità, nell'idealità, nell'intima vita del cuore. Per proseguire con egual
prestezza nell'acquisto della nuova amante e nel riacquisto dell'antica, per profittar
d'ogni circostanza nell'una e nell'altra impresa, egli andò incontro a una quantità di
contrattempi, d'impacci, di bizzarri casi; e ricorse, per uscirne, a una quantità di
menzogne, di trovati, di ripieghi meschini, di sotterfugi degradanti, di bassi raggiri. La
bontà, la fede, il candore di Donna Maria non lo soggiogavano. Egli aveva messo a
fondamento della sua seduzione il versetto d'un salmo: " Asperges me hyssopo et
mundabor: lavabis me, et super nivem dealbabor. " La povera creatura credeva di
salvare un'anima, di redimere un'intelligenza, di purificare co n la sua purità un uomo
macchiato; credeva ancor profondamente alle parole indimenticabili udite nel parco, in
quella Epifania dell'Amore, al conspetto del mare, sotto gli alberi floridi. E questa fede
appunto la ristorava e la sollevava in mezzo alle lotte cristiane che di continuo si
combattevano nella sua conscienza, la liberava dal sospetto, la inebriava d'una specie di
misticismo voluttuoso in cui ella effondeva tesori di tenerezza, tutta l'onda raccolta de'
suoi languori, il fior più dolce della sua vita. |
| Per la prima
volta, forse, Andrea Sperelli si trovava innanzi a una vera passione; per la prima
volta si trovava innanzi a uno di quei grandi sentimenti feminili, rarissimi, che
illuminano d'un bello e terribile baleno il ciel grigio e mutevole degli amori umani. Egli
non se ne curò. Divenne lo spietato carnefice di sé stesso e della povera creatura. |
| Ogni giorno un
inganno, una viltà. |
| Il giovedì, il
3 febbraio, su la piazza di Spagna, secondo la parola corsa al concerto, egli la incontrò
davanti alla mostra d'un orafo antiquario, con Delfina. Appena udì il saluto di lui, ella
si volse; e una fiamma le tinse il pallore. Guardarono insieme i gioielli del Settecento,
le fibbie e i diademi di stras, gli spilli e gli orologi di smalto, le tabacchiere
d'oro, d'avorio, di tartaruga, tutte quelle minuterie d'un secolo morto, che in quella
chiara luce mattinale formavano una ricchezza armoniosa. D'intorno, i fiorai andavano
offerendo in canestri le giunchiglie gialle e bianche, le violette doppie, lunghi rami di
mandorlo. Un fiato di primavera passava nell'aria. La colonna della Concezione saliva
agile al sole, come uno stelo, con la Rosa mystica in sommo; la Barcaccia era
carica di diamanti; la scala della Trinità slargava in letizia i suoi bracci verso la
chiesa di Carlo VIII erta con le due torri in un azzurro annobilito da' nuvoli, in un
cielo antico del Piranesi. |
| - Che
meraviglia!- esclamò Donna Maria. - Avete ragione d'esser tanto innamorato di Roma. |
| - Oh, voi non
la conoscete ancóra! - le disse Andrea. - Io vorrei essere il vostro duca... |
| Ella sorrise. |
| - ... compiere
presso di voi, in questa primavera, un vergiliato sentimentale. |
| Ella sorrideva,
con in tutta la persona un'apparenza men triste, men grave. Il suo abbigliamento di
mattina aveva un'eleganza sobria ma rivelava la finissima ricerca d'un gusto educato alle
cose dell'arte, alle delicatezze del colore. La sua giacca incrociata in forma di scialle,
era d'un panno grigio pendente un poco nel verde; e una striscia di lontra ne ornava gli
orli e su la lontra correva un ricamo fatto d'un cordoncino di seta. E la giacca si apriva
su una sottoveste anche di lontra. E come il taglio era d'eletto stile così l'accordo de'
due toni, di quell'indescrivibile grigio e di quel fulvo opulento, era una delizia degli
occhi. |
| Ella domandò: |
| - Dove foste
ier sera? |
| - Uscii dal
concerto pochi minuti dopo di voi. Tornai a casa; restai là, perché mi parve che il
vostro spirito fosse presente. Pensai molto. Non sentiste il mio pensiero? |
| - No, non lo
sentii. La mia sera fu cupa, non so perché. Mi parve d'essere tanto sola! |
| Passò la
contessa di Lùcoli in un dog-cart guidando un roano. Passò, a piedi, Giulia
Moceto accompagnata da Giulio Musèllaro. Passò Donna Isotta Cellesi. |
| Andrea
salutava. Donna Maria gli chiedeva i nomi delle signore: quello della Moceto non le fu
nuovo. Si rammentò del giorno in cui venne pronunziato da Francesca, innanzi
all'arcangelo Michele del Perugino, quando Andrea sfogliava i suoi disegni nella stanza di
Schifanoja; e seguì con lo sguardo l'antica amante dell'amato. Un'inquietudine la
strinse. Tutto ciò che legava Andrea alla vita anteriore le dava ombra. Ella avrebbe
voluto che quella vita, a lei ignota, non fosse mai stata; avrebbe voluto interamente
cancellarla dalla memoria di chi vi s'era immerso con tanta avidità e n'era emerso con
tanta stanchezza, con tanta perdita, con tanti mali. " Vivere unicamente in voi e per
voi, senza domani, senza ieri, senza alcun altro legame, senza alcuna altra preferenza,
fuor del mondo... " Erano le parole di lui. Oh sogno! |
| E stringeva
Andrea una diversa inquietudine. S'avvicinava l'ora della colazione offerta dalla
principessa di Ferentino. |
| - Per dove
siete diretta? - domandò. |
| - Io e Delfina
abbiamo preso tè e sandwiches dal Nazzarri, con l'intenzione di godere il sole.
Saliremo al Pincio e visiteremo forse la Villa Medici. Se volete farci compagnia... |
| Egli ondeggiò,
dentro, penosamente. - Il Pincio, Villa Medici, in un pomeriggio di febbraio, con lei! -
Ma non poteva mancare all'invito; e lo tormentava anche la curiosità d'incontrare Elena
dopo la scena della sera, poiché, sebbene egli fosse andato in casa Angelieri, ella non
vi era apparsa. Disse, con un'aria desolata: |
| - Che sfortuna!
Devo trovarmi a una colazione, fra un quarto d'ora. Accettai l'invito, la settimana
scorsa. Ma se avessi saputo, avrei potuto liberarmi da qualunque impegno. Che sfortuna! |
| - Andate; non
perdete tempo. Vi fareste aspettare.... |
| Egli guardò
l'oriolo. |
| - Posso ancóra
accompagnarvi per un tratto. |
| - Mamma, -
pregò Delfina - andiamo su per la scala. Andai su, ieri, con Miss Dorothy. Se tu vedessi! |
| Come erano in
vicinanza del Babuino, voltarono per attraversare la piazza. Un fanciullo li seguiva
pertinace nell'offrire un gran ramo di mandorlo che Andrea comprò e donò a Delfina.
Dagli alberghi uscivano signore bionde con in mano il libro rosso del Baedeker; le pesanti
vetture a due cavalli s'incrociavano, con un luccichio metallico nei guarnimenti di
vecchia foggia; i fiorai sollevavano verso le straniere i canestri colmi, vociferando, a
gara. |
| - Promettetemi
- disse Andrea a Donna Maria, ponendo il piede sul primo gradino - promettetemi che non
entrerete nella Villa Medici senza di me. Oggi, rinunziate; vi prego. |
| Ella pareva
occupata da un pensiero triste. Disse: |
| - Rinunzierò. |
| - Grazie. |
| La scala
d'innanzi a loro levavasi in trionfo, emanando dalla pietra riscaldata un tepore
mitissimo; e la pietra aveva un colore d'antica argenteria, simile a quel delle fontane di
Schifanoja. E Delfina precedeva correndo, col ramo fiorito, mentre nel vento della corsa
qualche fragile foglia rosea s'involava come una farfalla. |
| Un acuto
rammarico punse il cuore del giovine. Gli apparvero tutte le dolcezze d'una passeggiata
sentimentale pei sentieri medìcei, sotto i bossoli muti, in quella prima ora del
pomeriggio. |
| - Da chi
andate? - gli domandò Donna Maria, dopo un intervallo di silenzio. |
| - Dalla vecchia
principessa Alberoni - rispose Andrea. - Tavola cattolica. |
| Mentì anche
una volta, poiché un istinto l'avvertiva che forse il nome della Ferentino avrebbe
suscitato in Donna Maria qualche sospetto. |
| - Dunque, addio
- ella soggiunse, porgendogli la mano. |
| - No; vengo fin
su la piazza. Ho il mio legno che m'attende là. Guardate: quella è la mia casa. |
| E le indicò il
palazzo Zuccari, il buen retiro, inondato dal sole, che dava imagine d'una strana
serra diventata opaca e bruna pel tempo. |
| - Ora che la
conoscete, non verrete qualche volta... in ispirito? |
| - In ispirito,
sempre. |
| - Prima di
sabato sera non vi rivedrò? |
| -
Difficilmente. |
| Si salutarono.
Ella, con Delfina, si mise pel viale arborato. Egli montò nel suo legno e s'allontanò
per la via Gregoriana. |
| Giunse dalla
Ferentino con qualche minuto di ritardo. Si scusò. Elena era là col marito. |
| La colazione fu
servita in un'allegra sala tappezzata d'arazzi della fabbrica barberina rappresentanti
Bambocciate su lo stile di Pietro Loar. Fra quel bel Seicento grottesco incominciò a
scintillare e a scoppiettare un fuoco di maldicenza meraviglioso. Tutt'e tre le dame
avevano lo spirito gaio e pronto. Barbarella Viti rideva del suo forte riso maschile,
arrovesciando un po' indietro la bella testa efebica; e i suoi occhi neri s'incontravano e
si mescevano troppe volte con i verdi occhi della principessa. Elena motteggiava con una
straordinaria vivacità; e sembrava ad Andrea così discosta, così estranea, così
incurante ch'egli quasi dubitò - Ma iersera fu un sogno? - Ludovico Barbarisi e il
principe di Ferentino secondavano le dame. Il marchese di Mount Edgcumbe si prendeva cura
d'annoiare il suo giovine amico chiedendogli notizie intorno le prossime vendite e
parlandogli d'una rarissima edizione del romanzo d'Apulejo Metamorphoseon da lui
acquistata pochi giorni innanzi, per mille cinquecento venti lire: - ROMA, 1469, in folio.
- Di tratto in tratto egli s'interrompeva per seguire un gesto di Barbarella; e passava
ne' suoi occhi lo sguardo del maniaco e nelle sue mani odiose un tremito singolare. |
| L'irritazione,
il fastidio, l'insofferenza in Andrea arrivarono a tal punto ch'egli non riusciva più a
dissimularli. |
| - Ugenta, siete
di malumore? - gli chiese la Ferentino. |
| - Un poco. E'
malato Miching Mallecho. |
| E allora il
Barbarisi lo annoiò con molte domande su la malattia del cavallo. E poi il Mount Edgcumbe
ricominciò col Metamorphoseon. E la Ferentino, ridendo: |
| - Sai,
Ludovico, ieri, al concerto del Quintetto, lo sorprendemmo in flirtation con una
Incognita. |
| - Già - fece
Elena. |
| - Una
Incognita?- esclamò Ludovico. |
| - Sì; ma forse
tu ci potrai dare informazioni. E' la moglie del nuovo ministro di Guatemala. |
| - Ah, ho
capito. |
| - Dunque? |
| - Io, per ora,
non conosco che il ministro. Lo vedo giocare al Circolo tutte le notti. |
| - Dite, Ugenta:
è già stata ricevuta dalla Regina? |
| - Non so,
principessa - rispose Andrea, con un po' d'impazienza nella voce. |
| Quel cicaleccio
gli diveniva insopportabile; e la gaiezza di Elena gli dava una orribile tortura, e la
vicinanza del marito lo disgustava come non mai. Più che contro questi, egli aveva ira
contro sé medesimo. In fondo alla sua irritazione, movevasi un senso di rimpianto verso
la felicità dianzi ricusata. Il suo cuore, deluso e offeso dall'attitudine crudele di
Elena, si rivolgeva all'altra con un acuto pentimento; ed egli la vedeva pensosa, in un
viale solitario, bella e nobile come non mai. |
| La principessa
si levò, tutti si levarono, per passare nel salone attiguo. Barbarella corse ad aprire il
pianoforte che spariva sotto una vasta sciablacca di velluto rosso trapunta d'un oro
opaco; e si mise a cantarellare la Tarentelle di Giorgio Bizet dedicata a Cristina
Nilsson. Elena ed Eva si chinavano su di lei per leggere la pagina della musica. Ludovico
stava in piedi, dietro a loro, fumando una sigaretta. Il principe era scomparso. |
| Ma Lord
Heathfield non lasciava Andrea. L'aveva tratto nel vano d'una finestra e gli parlava di
certe coppette amatorie urbaniesi da lui acquistate nella vendita del cavalier
Dàvila; e quella voce stridula, con quella stucchevole intonazione interrogativa, e que'
gesti che indicavano le dimensioni delle coppette, e quello sguardo ora morto ora
tagliente sotto la enorme fronte convessa, e tutte insomma quelle sembianze esose erano
per Andrea un supplizio così fiero ch'egli stringeva i denti convulso come un uomo sotto
i ferri d'un chirurgo. |
| Un solo
desiderio l'occupava omai: quel d'andarsene. Egli pensava di correre al Pincio, sperava di
ritrovare la Donna Maria, di condurla nella Villa Medici. Potevan esser le due. Egli
vedeva dalla finestra il cornicione della casa incontro splendido di sole nel cielo
azzurro. Volgendosi, vedeva al pianoforte il gruppo delle dame nel bagliore vermiglio che
un fascio di raggi suscitava dalla sciablacca. Al bagliore mescevasi il fumo leggero della
sigaretta; e le ciarle e le risa si mescevano a qualche accordo che le dita di Barbarella
cercavano a caso su i tasti. Ludovico parlò piano nell'orecchio di sua cugina; e la
cugina comunicò forse la cosa alle amiche, poiché di nuovo fu uno scroscio chiaro e
brillante come d'una collana disfilata su una guantiera d'argento. E Barbarella riprese l'Allegretto
del Bizet, sotto voce. |
| - Tra la
la... Le papillon s'est envolé... Tra la la... |
| Andrea
aspettava di cogliere il momento opportuno per interrompere il discorso del Mount Edgcumbe
e per quindi prender congedo. Ma il collezionista metteva fuori un seguito di periodi
legati l'uno con l'altro, senza intervalli, senza pause. Una pausa avrebbe salvato il
martire, e non veniva ancóra; e l'ansieta cresceva ad ogni attimo. |
| - Oui! Le
papillon s'est envolé... Oui!... Ah! ah! ah! ah! ah!... |
| Andrea guardò
l'oriolo. |
| - Sono già le
due! Perdonatemi, marchese. Bisogna ch'io vada. |
| E accostandosi
al gruppo: |
| - Perdonatemi,
principessa. Alle due ho un consulto in scuderia coi veterinarii. |
| Salutò in gran
fretta. Elena gli diede a stringere la punta delle dita. Barbarella gli diede un fondant,
dicendogli: |
| - Portatelo al
povero Miching da parte mia. |
| Ludovico voleva
accompagnarlo. |
| - No; resta. |
| S'inchinò e
uscì. Fece le scale in un baleno. Saltò nel suo legno, gridando al cocchiere: |
| - Di corsa, al
Pincio! |
| Egli era invaso
da un desiderio folle di ritrovare Maria Ferres, di ricuperare la felicità a cui dianzi
aveva rinunziato. Il trotto fitto de' suoi cavalli non gli sembrava a bastanza veloce.
Guardava ansioso, per veder finalmente apparire la Trinità de' Monti, lo stradone
arborato, i cancelli. |
| La carrozza
oltrepassò i cancelli. Egli ordinò al cocchiere di moderare il trotto e di girare per
tutti i viali. Il cuore gli dava un balzo ogni volta che di lungi, tra gli alberi,
appariva una figura di donna; ma invano. Su la spianata egli discese; prese i piccoli
viali chiusi alle vetture, esplorando ogni angolo: invano. Le persone dai sedili lo
seguivano con gli occhi, per curiosità, poiché la sua inquietudine era manifesta. |
| Essendo la
Villa Borghese aperta, il Pincio riposava tranquillo sotto quel sorriso languido di
febbraio. Rare carrozze e rari pedoni interrompevano la pace del monte. Gli alberi ancor
nudi, biancastri, taluni un po' violetti, ergevano le braccia in un cielo delicato, sparso
di ragnateli finissimi che il vento strappava e distruggeva col suo soffio. I pini, i
cipressi, le altre piante sempre verdi assumevano un po' del comun pallore, sfumavano, si
scolorivano, si fondevano nel comune accordo. La varietà de' tronchi, il frastaglio de'
rami rendevano più solenne l'uniformita delle erme. |
| Non fluttuava
forse ancóra in quell'aria qualche cosa della tristezza di Donna Maria? Appoggiato al
cancello della Villa Medici, Andrea rimase per alcuni minuti come oppresso da un peso
enorme. |
| E la vicenda
continuò, ne' giorni vegnenti, con le medesime torture, con torture peggiori, con più
crudeli menzogne. Per un fenomeno non raro nell'abiezion morale degli uomini d'intelletto,
egli aveva ora una terribile lucidità di conscienza, una lucidità continua, senza più
oscurazioni, senza più eclissi. Egli sapeva quel che faceva, e giudicava poi quel che
aveva fatto. E in lui il disprezzo di sé stesso era pari all'ignavia della volontà. |
| Ma le sue
ineguaglianze appunto e le sue incertezze e i suoi strani silenzii e le sue strane
effusioni e tutte insomma le singolarità di espressione, che portava un tale stato
d'animo, accrescevano, incitavano la passionata misericordia di Donna Maria. Ella lo
vedeva soffrire e ne provava dolore e tenerezza; e pensava: - A poco a poco, io lo
guarirò. - E a poco a poco, senza accorgersene, ella andava perdendo la forza e piegando
verso il desiderio dell'infermo. |
| Ella piegava
dolcemente. |
| Nel salone
della contessa Starnina, ebbe un indefinibile brivido quando sentì su le sue spalle e su
le sue braccia scoperte lo sguardo di Andrea. Per la prima volta Andrea la vedeva in abito
da sera. Egli di lei conosceva soltanto il volto e le mani: ora, le spalle gli parvero di
squisita forma ed anche le braccia, sebbene forse un po' magre. |
| Era ella
vestita d'un broccato color d'avorio, misto di zibellino. Una sottile striscia di
zibellino correva intorno la scollatura, dando alla carne una indescrivibile finezza; e la
linea delle spalle dall'appiccatura del collo agli omeri cadeva giù alquanto, aveva
quella cadente grazia che è un segno d'aristocrazia fisica divenuto omai rarissimo. Su i
capelli copiosi, disposti in quella foggia che predilesse pe' suoi busti il Verrocchio,
non splendeva né una gemma né un fiore. |
| In due o tre
momenti opportuni, Andrea le mormorò parole d'ammirazione e di passione. |
| - E' la prima
volta che noi ci vediamo " nel mondo " - le disse. - Mi date un guanto, per
memoria? |
| - No. |
| - Perché,
Maria? |
| - No, no;
tacete. |
| - Oh le vostre
mani! Vi ricordate quando, a Schifanoja, le disegnai? Mi pare che mi appartengano di
diritto; mi pare che voi dobbiate concedermene il possesso, e che, di tutto il vostro
corpo, sieno le cose più intimamente animate dall'anima vostra, le più spiritualizzate,
quasi direi le più pure... Mani di bontà, mani di perdono... Come sarei felice di
possedere almeno un guanto: una larva, una parvenza della loro forma, una spoglia
profumata dal loro profumo!... Mi date un guanto, prima d'andarvene? |
| Ella non
rispose più. Il colloquio fu interrotto. Dopo qualche tempo, pregata, ella sedé al
pianoforte; si tolse i guanti, li posò sul leggìo. Le sue dita, fuor di quelle sottili
guaine, apparvero bianchissime, lunghette, inanellate. Brillava di vivi fuochi su
l'anulare sinistro un grande opale. |
| Sonò le due Sonate-Fantasie
del Beethoven (op. 27). L'una, dedicata a Giulietta Guicciardi, esprimeva una rinunzia
senza speranza, narrava il risveglio dopo un sogno troppo a lungo sognato. L'altra fin
dalle prime battute dell'Andante, in un ritmo soave e piano, accennava a un riposo
dopo la tempesta; quindi, passando per le irrequietudini del secondo tempo,
allargavasi in un Adagio di luminosa serenità e finiva con un Allegro
vivace in cui era una sollevazion di coraggio e quasi un ardore. |
| Andrea sentì
che, in mezzo a quell'uditorio intento, ella sonava sol per lui. Di tratto in tratto, i
suoi occhi dalle dita della sonatrice andavano ai lunghi guanti che pendevano di sul
leggìo conservando l'impronta di quelle dita, conservando una inesprimibile grazia nella
piccola apertura del polso ove dianzi appariva appena appena un po' della cute feminile. |
| Donna Maria si
levò, circondata d'elogi. Non riprese i guanti; s'allontanò. Invase allora Andrea la
tentazion d'involarli. - Li aveva ella forse lasciati là per lui? i Ma egli ne voleva uno
solo. Come diceva finamente un fino amatore, un par di guanti è tutt'altro che un guanto
solo. |
| Condotta di
nuovo al pianoforte dall'insistenza della contessa Starnina, Donna Maria tolse dal leggìo
i guanti e li posò all'estremità della tastiera, nell'ombra dell'angolo. Quindi sonò la
Gavotta di Luigi Rameau, la Gavotta delle dame gialle, l'indimenticabile
danza antica del Tedio e dell'Amore. " Certe dame biondette, non più giovini...
" |
| Andrea la
guardava fiso, con un po' di trepidazione. Quando ella si levò, prese un guanto solo.
Lasciò l'altro nell'ombra, su la tastiera, per lui. |
| Tre giorni
dopo, essendo Roma attonita sotto la neve, Andrea trovò a casa questo biglietto: " Martedì,
ore 2 pom. - Stasera, dalle undici a mezzanotte, mi aspetterete in una carrozza, d'innanzi
al palazzo Barberini, fuori del cancello. Se a mezzanotte non sarò ancóra apparsa,
potrete andarvene. - A stranger. " Il biglietto aveva un tono romanzesco e
misterioso. In verità la marchesa di Mount Edgcumbe faceva troppo abuso di carrozza
nell'esercizio dell'amore. Era forse per un ricordo del 25 marzo 1885? Voleva forse ella
riprender l'avventura nel momento medesimo con cui l'aveva interrotta? E perché quello stranger?
Andrea ne sorrise. Egli tornava allora allora da una visita a Donna Maria, da un'assai
dolce visita; e il suo spirito inchinava più verso la senese che verso l'altra. Gli
indugiavan nell'orecchio le vaghe e gentili parole che la senese aveva dette guardando
insieme con lui a traverso i vetri cader la neve mite come il fior del pesco o il fior del
melo in su gli alberi della Villa Aldobrandini già illusi da un presentimento di stagion
novella. Ma, prima d'uscir pel pranzo, diede ordini molto accurati a Stephen. |
| Alle undici
egli era d'innanzi al palazzo; e l'ansia e l'impazienza lo divoravano. La bizzarria del
caso, lo spettacolo della notte nivale, il mistero, l'incertezza gli accendevano
l'imaginazione, lo sollevavano dalla realità. |
| Splendeva su
Roma, in quella memorabile notte di febbraio, un plenilunio favoloso, di non mai veduto
lume. L'aria pareva impregnata come d'un latte immateriale; tutte le cose parevano
esistere d'una esistenza di sogno, parevano imagini impalpabili come quelle d'una meteora,
parevan esser visibili di lungi per un irradiamento chimerico delle loro forme. La neve
copriva tutte le verghe dei cancelli, nascondeva il ferro, componeva un'opera di ricamo
più leggera e più gracile d'una filigrana, che i colossi ammantati di bianco sostenevano
come le querci sostengono le tele dei ragni. Il giardino fioriva a similitudine d'una
selva immobile di gigli enormi e difformi, congelato; era un orto posseduto da una
incantazione lunatica, un esanime paradiso di Selene. Muta, solenne, profonda, la casa dei
Barberini occupava l'aria: tutti i rilievi grandeggiavano candidissimi gittando un'ombra
cerulea, diafana come una luce; e quei candori e quelle ombre sovrapponevano alla vera
architettura dell'edifizio il fantasm a d'una prodigiosa architettura ariostèa. |
| Chino a
riguardare, l'aspettante sentiva sotto il fascino di quel miracolo che i fantasmi
vagheggianti dell'amore si risollevavano e le sommità liriche del sentimento
riscintillavano come le lance ghiacce dei cancelli alla luna. Ma egli non sapeva quale
delle due donne avrebbe preferita in quello scenario fantastico: se Elena Heathfield
vestita di porpora o Maria Ferres vestita d'ermellino. E, come il suo spirito piacevasi
d'indugiare nell'incertezza della preferenza, accadeva che nell'ansia dell'attesa si
mescessero e confondessero stranamente due ansie, la reale per Elena, l'imaginaria per
Maria. |
| Un orologio
suonò da presso, nel silenzio, con un suono chiaro e vibrante; e pareva come se qualche
cosa di vitreo nell'aria s'incrinasse a ognun de' tocchi. L'orologio della Trinità de'
Monti rispose all'appello; rispose l'orologio del Quirinale; altri orologi di lungi
risposero, fiochi. Erano le undici e un quarto. |
| Andrea guardò,
aguzzando la vista, verso il portico. - Avrebbe ella osato attraversare a piedi il
giardino? - Pensò la figura di Elena tra il gran candore. Quella della senese risorse
spontanea, oscurò l'altra, vinse il candore, candida super nivem. La notte di luna
e di neve era dunque sotto il dominio di Maria Ferres, come sotto una invincibile
influenza astrale. Dalla sovrana purità delle cose nasceva l'imagine dell'amante pura,
simbolicamente. La forza del Simbolo soggiogava lo spirito del poeta. |
| Allora, sempre
guardando se l'altra venisse, egli si abbandonò al sogno che gli suggerivano le apparenze
delle cose. |
| Era un sogno
poetico, quasi mistico. Egli aspettava Maria. Maria aveva eletta quella notte di
soprannaturale bianchezza per immolar la sua propria bianchezza al desiderio di lui. Tutte
le cose bianche intorno, consapevoli della grande immolazione, aspettavano per dire ave
ed amen al passaggio della sorella. Il silenzio viveva. |
| " Ecco,
ella viene: incedit per lilia et super nivem. E' avvolta nell'ermellino; porta i
capelli constretti e nascosti in una fascia; il suo passo è più leggero della sua ombra;
la luna e la neve sono men pallide di lei. Ave. |
| "
Un'ombra, cerulea come una luce che si tinga in uno zaffiro, l'accompagna. I gigli enormi
e difformi non s'inchinano, poiché il gelo li ha irrigiditi, poiché il gelo li ha fatti
simili agli asfodilli che illuminavano i sentieri dell'Ade. Ben però, come quelli de'
paradisi cristiani, hanno una voce; dicono: - Amen. |
| " Così
sia. L'adorata va ad immolarsi. Così sia. Ella è già presso l'aspettante; fredda e
muta, ma con occhi ardenti ed eloquenti. Ed egli prima le mani, le care mani che chiudono
le piaghe e schiudono i sogni, bacia. Così sia. |
| " Di qua,
di là, si dileguano le Chiese alte su colonne a cui la neve illustra di volute e d'acanti
magici il fastigio. Si dileguano i Fòri profondi, sepolti sotto la neve, immersi in un
chiarore azzurro, onde sorgono gli avanzi dei portici e degli archi verso la luna più
inconsistenti delle lor medesime ombre. Si dileguano le fontane, scolpite in rocce di
cristallo, che versano non acqua ma luce. |
| " Ed egli
poi le labbra, le care labbra che non sanno le false parole, bacia. Così sia. Fuor della
fascia discinta si effondono i capelli come un gran flutto oscuro, ove tutte sembran
raccolte le tenebre notturne fugate dalla neve e dalla luna. Comis suis obumbrabit tibi
et sub comis peccabit. Amen. " |
| E l'altra non
veniva! Nel silenzio e nella poesia cadevano di nuovo le ore degli uomini scoccate dalle
torri e dai campanili di Roma. Qualche vettura, senza alcuno strepito, discendeva per le
Quattro Fontane verso la piazza o saliva a Santa Maria Maggiore faticosamente; e i fanali
erano gialli come topazii nella chiarità. Pareva che, salendo la notte al colmo, la
chiarità crescesse e diventasse più limpida. Le filigrane dei cancelli riscintillavano
come se i ricami d'argento vi s'ingemmassero. Nel palazzo, grandi cerchi di luce
abbagliante splendevano su le vetrate, a simiglianza di scudi adamantini. |
| Andrea pensò:
- Se ella non venisse? |
| Quella strana
onda di lirismo passàtagli su lo spirito, nel nome di Maria, aveva coperta l'ansietà
dell'attesa, aveva placata l'impazienza, aveva ingannato il desiderio. Per un attimo, il
pensiero ch'ella non venisse gli sorrise. Poi di nuovo, più forte, lo punse il tormento
dell'incertezza e lo turbò l'imagine della voluttà ch'egli avrebbe forse goduta là
dentro, in quella specie di piccola alcova tiepida dove le rose esalavano un profumo tanto
molle. E, come nel giorno di San Silvestro, il suo sofferire era acuito da una vanità;
poiché, sopra tutto, egli si rammaricava che uno squisito apparato d'amore andasse
perduto senza effetto alcuno. |
| Là dentro, il
freddo era temperato del calore continuo che esalavano i tubi di metallo pieni d'acqua
bollente. Un fascio di rose bianche, nivee, lunari, posava su la tavoletta d'innanzi al
sedile. Una pelle d'orso bianco teneva calde le ginocchia. La ricerca d'una specie di Symphonie
en blanc majeur era manifesta in molte altre particolarità. Come il re Francesco I
sul vetro della finestra, il conte d'Ugenta aveva inciso di sua mano sul vetro dello
sportello un galante motto che, nell'appannatura fatta dall'alito, pareva brillare su una
lastra di opale: |
| Pro
amore curriculum |
| Pro
amore cubiculum. |
| E per la terza
volta le ore sonarono. Mancavano a mezzanotte quindici minuti. L'aspettazione durava da
troppo tempo: Andrea si stancava e s'irritava. Nell'appartamento abitato da Elena, nelle
finestre dell'ala sinistra non vedevasi altro lume che quello esterno della luna. -
Sarebbe dunque venuta? E in che modo? Di nascosto? O con qual pretesto? Lord Heathfield
era, certo, a Roma. Come avrebbe ella giustificata la sua assenza notturna? - Di nuovo,
insorsero nell'animo dell'antico amante le acri curiosità intorno le relazioni che
correvano tra Elena e il marito, intorno i loro legami coniugali, intorno il loro modo di
vivere in comune, nella medesima casa. Di nuovo, la gelosia lo morse e la bramosia lo
accese. Egli si ricordava delle allegre parole dette da Giulio Musèllaro, una sera, a
proposito del marito; e si proponeva di prendere Elena ad ogni costo, per il diletto e per
il dispetto. - Oh, s'ella fosse venuta! |
| Una carrozza
sopraggiunse ed entrò nel giardino. Egli si chinò a guardare; riconobbe i cavalli
d'Elena; intravide nell'interno una figura di dama. La carrozza disparve sotto il portico.
Egli restò dubitoso. - Tornava dunque di fuori? Sola? - Acuì lo sguardo verso il
portico, intensamente. La carrozza usciva, per il giardino, nella strada, imboccando la
via Rasella: era vuota. |
| Mancavano due o
tre minuti all'ora estrema; ed ella non veniva! L'ora sonò. Una terribile angoscia
strinse il deluso. Ella non veniva! |
| Non
comprendendo egli le cause della impuntualità di lei, le si rivolse contro; ebbe un moto
di collera subitaneo; e gli balenò anche il pensiero ch'ella avesse voluto infliggergli
una umiliazione, un castigo, o ch'ella avesse voluto togliersi un capriccio, esasperare un
desiderio. Ordinò al cocchiere, pel portavoce: |
| - Piazza del
Quirinale. |
| Egli si
lasciava attrarre da Maria Ferres; si abbandonava di nuovo al vago sentimento di tenerezza
che, dopo la visita pomeridiana, gli aveva lasciato nell'anima un profumo e gli aveva
suggerito pensieri e imagini di poesia. La delusione recente, ch'era per lui una prova del
disamore e della malvagità di Elena, lo spingeva forte verso l'amore e la bontà della
senese. Il rammarico per la bellissima notte perduta gli aumentava, ma sotto il riflesso
del sogno dianzi sognato. Ed era, in verità, una delle notti più belle che sien
trascorse nel cielo di Roma; era uno di quegli spettacoli che opprimono d'una immensa
tristezza lo spirito umano perché soverchiano ogni potenza ammirativa e sfuggono alla
piena comprension dell'intelletto. |
| La piazza del
Quirinale appariva tutta candida, ampliata dal candore, solitaria, raggiante come
un'acropoli olimpica su l'Urbe silenziosa. Gli edifizii, intorno, grandeggiavano nel cielo
aperto: l'alta porta papale del Bernini, nel palazzo del Re, sormontata dalla loggia,
illudeva la vista distaccandosi dalle mura, avanzandosi, isolandosi nella sua magnificenza
difforme, dando imagine d'un mausoleo scolpito in una pietra siderea; i ricchi architravi
del Fuga, nel palazzo della Consulta, sporgevano di su gli stipiti e di su le colonne
transfigurati dalle strane adunazioni della neve. Divini, a mezzo dell'egual campo bianco,
i colossi parevano sovrastare a tutte le cose. Le attitudini dei Dioscuri e dei cavalli
s'allargavano nella luce; le groppe ampie brillavano come ornate di gualdrappe gemmanti;
brillavano gli omeri e l'un braccio levato di ciascun semidio. E, sopra, di tra i cavalli,
slanciavasi l'obelisco; e, sotto, aprivasi la tazza della fontana; e lo zampillo e
l'aguglia salivano alla luna co me uno stelo di diamante e uno stelo di granito. |
| Una solennità
augusta scendeva dal monumento. Roma, d'innanzi, si profondava in un silenzio quasi di
morte, immobile, vacua, simile a una città addormentata da un potere fatale. Tutte le
case, le chiese, le torri, tutte le selve confuse e miste dell'architettura pagana e
cristiana biancheggiavano come una sola unica selva informe, tra i colli del Gianicolo e
il Monte Mario perduti in un vapore argentino, lontanissimi, d'una immaterialità
inesprimibile, simili forse ad orizzonti d'un paesaggio selenico, che suscitavano nello
spirito la visione d'un qualche astro semispento abitato dai Mani. La Cupola di S. Pietro,
luminosa d'un singolare azzurro metallico nell'azzurro dell'aria, giganteggiava prossima
alla vista così che quasi pareva tangibile. E i due giovini Eroi cignìgeni, bellissimi
in quell'immenso candore come in un'apoteosi della loro origine, parevano gli immortali
Genii di Roma vigilanti sul sonno della città sacra. |
| La carrozza
rimase ferma d'innanzi alla reggia, lungo tempo. Di nuovo, il poeta seguiva il suo sogno
inarrivabile. E Maria Ferres era vicina; forse anche vegliava, sognando; forse anche
sentiva gravare sul cuore tutta la grandezza della notte e ne moriva d'angoscia;
inutilmente. |
| La carrozza
passò, piano, d'innanzi alla porta di Maria Ferres, ch'era chiusa, mentre in alto i vetri
delle finestre rispecchiavano il plenilunio guardando gli orti pènsili aldobrandini ove
gli alberi sorgevano, aerei prodigi. E il poeta gittò il fascio delle rose bianche su la
neve, come un omaggio, d'innanzi alla porta di Maria Ferres. |
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