Libro quarto - 2
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| La mattina del
20 maggio, Andrea Sperelli risaliva il Corso inondato dal sole, quando si sentì chiamare,
innanzi al portone del Circolo. |
| Stava sul
marciapiede un crocchio di gentiluomini amici, godendo il passaggio delle signore e
malignando. C'era Giulio Musèllaro, con Ludovico Barbarisi, con il duca di Grimiti, con
Galeazzo Secìnaro; c'era Gino Bommìnaco; c'era qualche altro. |
| - Non sai il
fatto di stanotte? - gli domandò il Barbarisi. |
| - No. Quale
fatto? |
| - Don Manuel
Ferres, il ministro del Guatemala... |
| - Ebbene? |
| - E' stato
sorpreso, in pieno giuoco, mentre barava. |
| Lo Sperelli si
dominò, quantunque alcuno de' gentiluomini lo guardasse con una certa curiosità
maliziosa. |
| - E come? |
| - Galeazzo era
presente, anzi giocava allo stesso tavolo. |
| Il principe
Secìnaro si mise a raccontare le particolarità. |
| Andrea Sperelli
non affettò l'indifferenza. Ascoltava anzi con un'aria attenta e grave. Disse, infine: |
| - Mi dispiace
molto. |
| Rimase pochi
altri minuti nel crocchio; salutò quindi gli amici, per andarsene. |
| - Che via fai?
- gli domandò il Secìnaro. |
| - Torno a casa. |
| - Ti accompagno
per un tratto. |
| S'incamminarono
in giù, verso la via de' Condotti. Il Corso era un lietissimo fiume di sole, dalla piazza
di Venezia alla piazza del Popolo. Le signore, in chiari abbigliamenti primaverili,
passavano lungo le vetrine scintillanti. Passò la principessa di Ferentino con Barbarella
Viti, sotto una cupola di merletto. Passò Bianca Dolcebuono. Passò la giovine sposa di
Leonetto Lanza. |
| - Lo conoscevi
tu, quel Ferres? - domandò Galeazzo allo Sperelli ch'era taciturno. |
| - Sì; lo
conobbi l'anno scorso, di settembre, a Schifanoja, da mia cugina Ateleta. La moglie è una
grande amica di Francesca. Perciò il fatto mi dispiace molto. Bisognerebbe cercare di
dargli la minor possibile publicità. Tu mi renderesti un servigio, aiutandomi... |
| Galeazzo si
profferse con premura cordiale. |
| - Credo - egli
disse - che lo scandalo in parte sarebbe evitato se il ministro presentasse le dimissioni
al suo Governo, ma senza indugio, come gli è stato ingiunto dal presidente del Circolo.
Il ministro invece si rifiuta. Stanotte aveva un'attitudine di persona offesa; alzava la
voce. E le prove erano là! Bisognerebbe persuaderlo... |
| Seguitarono a
parlare del fatto, camminando. Lo Sperelli era grato al Secìnaro, della premura cordiale.
Il Secìnaro era predisposto, da quella intimità, alle confidenze amichevoli. |
| Su l'angolo
della via de' Condotti, scorsero la signora di Mount Edgcumbe che seguiva il marciapiede
sinistro, lungo le vetrine giapponesi, con quella sua andatura molle e ritmica e
affascinante. |
| - Donna Elena -
disse Galeazzo. |
| Ambedue la
guardarono; ambedue sentirono il fascino di quell'incesso. Ma lo sguardo di Andrea
penetrò le vesti, vide le forme note, il dorso divino. |
| Quando la
raggiunsero, la salutarono insieme; e passarono oltre. Ora essi non potevano guardarla ed
erano guardati. E fu per Andrea un supplizio nuovissimo quel camminare a fianco d'un
rivale, sotto gli occhi della donna agognata, pensando che i terribili occhi si
dilettavano forse d'un confronto. Egli medesimo si paragonò, mentalmente, al Secìnaro. |
| Costui aveva il
tipo bovino d'un Lucio Vero biondo e cerulo; e gli rosseggiava tra la copia magnifica
dell'oro una bocca di nessuna significazione spirituale, ma bella. Era alto, quadrato,
vigoroso, d'una eleganza non fine ma disinvolta. |
| - Ebbene? - gli
domandò Andrea, spinto all'audacia da una invincibile smania. - E' a buon punto
l'avventura? |
| Egli sapeva di
poter parlare in quel modo a quell'uomo. |
| Galeazzo gli si
volse con un'aria tra attonita e indagatrice; poiché non s'aspettava da lui una simile
domanda e tanto meno in un tono così frivolo, così perfettamente calmo. Andrea
sorrideva. |
| - Ah, da quanto
tempo dura il mio assedio! - rispose il principe barbato. - Da tempo immemorabile, a varie
riprese, e sempre senza fortuna. Arrivavo sempre troppo tardi: qualcuno m'aveva già
preceduto nell'espugnazione. Ma non mi son mai perduto d'animo. Ero convinto che, o prima
o poi, sarebbe venuto il mio turno. Attendre pour atteindre. Infatti... |
| - Dunque? |
| - Lady
Heathfield m'è più benigna della duchessa di Scerni. Avrò, io spero, l'ambitissimo
onore d'essere inscritto dopo te, nella lista... |
| Egli ruppe in
un riso un po' grosso, mostrando la dentatura candida. |
| - Credo che le
mie gesta indiane, divulgate da Giulio Musèllaro, abbiano aggiunto alla mia barba qualche
filo eroico d'irresistibile virtù. |
| - Oh, ma la tua
barba in questi giorni deve fremere di ricordi... |
| - Di quali
ricordi? |
| - Di ricordi
bacchici. |
| - Non capisco. |
| - Come! Tu
dimentichi la famosa Fiera di maggio dell'ottantaquattro? |
| - Oh, guarda!
Mi ci fai pensare. Cadrebbe in questi giorni il terzo anniversario... Tu però non c'eri.
E chi t'ha raccontato?... |
| - Vuoi saper
troppo, mio caro. |
| - Dimmelo; ti
prego. |
| - Pensa
piuttosto a valerti dell'anniversario con abilità; e dammi presto notizie. |
| - Quando ci
vedremo? |
| - Quando ti
piace. |
| - Pranza con me
stasera, al Circolo, verso le otto. Così potremo poi occuparci insieme dell'altra
faccenda. |
| - Va bene.
Addio, Barbadoro. Corri! |
| Si separarono
nella piazza di Spagna, a piè della scala; e, come Elena attraversava la piazza
dirigendosi verso la via de' Due Macelli per salire alle Quattro Fontane, il Secìnaro la
raggiunse e l'accompagnò. |
| Andrea, dopo lo
sforzo della dissimulazione, si sentiva pesare il cuore su per la scala, orribilmente.
Credeva di non poterlo trascinare alla sommità. Ma egli era sicuro omai che, in seguito,
il Secìnaro gli avrebbe tutto confidato; e quasi gli pareva d'aver ottenuto un vantaggio!
Per una specie di ubriachezza, per una specie di follia datagli dall'eccesso della
sofferenza, egli andava ciecamente incontro a torture nuove e sempre più crudeli e sempre
più insensate, aggravando e complicando in mille modi le condizioni del suo spirito,
passando di pervertimento in pervertimento, di aberrazione in aberrazione, di atrocità in
atrocità, senza potersi più arrestare, senza avere un attimo di sosta nella caduta
vertiginosa. Egli era divorato come da una febbre inestinguibile che facesse schiudere col
suo calore negli oscuri abissi dell'essere tutti i germi delle abiezioni umane. Ogni
pensiero, ogni sentimento portava la macchia. Egli era tutto una piaga. |
| Eppure,
l'inganno medesimo lo legava forte alla donna ingannata. Il suo spirito erasi così
stranamente adattato alla mostruosa comedia, che quasi non concepiva più altro modo di
piacere, altro modo di dolore. Quella incarnazione di una donna in un'altra non era più
un atto di passione esasperata ma era un'abitudine di vizio e quindi un bisogno imperioso,
una necessità. E l'istrumento inconsapevole di quel vizio era divenuto quindi per lui
necessario come il vizio medesimo. Per un fenomeno di depravazion sensuale, egli era quasi
giunto a credere che il real possesso di Elena non gli avrebbe dato il godimento acuto e
raro datogli da quel possesso imaginario. Egli era quasi giunto a non poter più separare,
nell'idea di voluttà, le due donne. E come pensava diminuita la voluttà nel possesso
reale dell'una, così anche sentiva tutti i suoi nervi ottusi quando, per una stanchezza
dell'imaginazione, egli trovavasi innanzi alla forma reale immediata dell'altra. |
| Perciò egli
non resse al pensiero che Maria dalla ruina di Don Manuel Ferres gli fosse tolta. |
| Quando verso
sera Maria venne, egli sùbito s'accorse che la povera creatura ignorava ancóra la sua
disgrazia. Ma, il giorno dopo, ella venne ansante, sconvolta, pallida come una morta; e
gli singhiozzò tra le braccia, nascondendo il viso: |
| - Tu sai? |
| La notizia
s'era sparsa. Lo scandalo era inevitabile; la ruina era irrimediabile. Seguirono giorni di
supplizio disperati; in cui Maria, rimasta sola dopo la partenza precipitosa del baro,
abbandonata dalle poche amiche, assaltata dai creditori innumerevoli di suo marito,
perduta in mezzo alle formalità legali dei sequestri, in mezzo agli uscieri e agli usurai
e ad altra gente vile, diede prova di una eroica fierezza, ma senza riuscire a salvarsi
dal crollo finale che schiacciò ogni speranza. |
| Ed ella non
volle dall'amante alcun aiuto, ella non parlò mai del suo martirio all'amante che le
rimproverava la brevità delle visite d'amore; non si lamentò mai; seppe ancóra trovare
per lui un sorriso men triste; seppe ancóra obedire ai capricci, concedere
appassionatamente il suo corpo alle contaminazioni, effondere sul capo del carnefice le
più calde tenerezze dell'anima sua. |
| Tutto, intorno
a lei, cadeva. Il castigo era piombato improvviso. I presentimenti dicevano il vero! |
| Ed ella non si
rammaricò di aver ceduto all'amante, non si pentì d'essersi data a lui con tanto
abbandono, non rimpianse la sua purità perduta. Ella ebbe un solo dolore, più forte
d'ogni rimorso e d'ogni paura, più forte d'ogni altro dolore; e fu al pensiero di doversi
allontanare, di dover partire, di doversi dividere dall'uomo ch'era per lei la vita della
vita. |
| - Io morirò,
amico mio. Vado a morire lontana da te, sola sola. Tu non mi chiuderai gli occhi... |
| Ella gli
parlava della sua fine con un sorriso profondo, pieno di certezza rassegnata. Andrea le
faceva balenare ancóra un'illusion di speranza, le gettava nel cuore il seme d'un sogno,
il seme d'una sofferenza futura! |
| - Io non ti
lascerò morire. Tu sarai ancóra mia, per lungo tempo. Il nostro amore avrà ancóra
giorni felici... |
| Egli le parlava
d'un prossimo avvenire. - Si sarebbe stabilito a Firenze; di là sarebbe andato spesso a
Siena, sotto pretesto di studii; si sarebbe trattenuto a Siena mesi intieri, copiando
qualche antica pittura, ricercando qualche antica cronaca. Il loro amore misterioso
avrebbe avuto un nido nascosto, in una via deserta, o fuori delle mura, nella campagna, in
una villa ornata di maioliche robbiesche, circondata d'un verziere. Ella avrebbe saputo
trovare un'ora per lui. Qualche volta anche sarebbe venuta a Firenze per una settimana,
per una gran settimana di felicità. Avrebbero portato il loro idillio su la collina di
Fiesole, in un settembre mite come un aprile; e i cipressi di Montughi sarebbero stati
clementi come i cipressi di Schifanoja. |
| - Fosse vero!
Fosse vero! - sospirava Maria. |
| - Non mi credi? |
| - Sì, ti
credo; ma il cuore mi dice che tutte queste cose, troppo dolci, non esciranno dal sogno. |
| Ella voleva che
Andrea la reggesse a lungo su le braccia; e rimaneva appoggiata contro il petto di lui,
senza parlare, raccogliendosi tutta, come per nascondersi, col movimento e col brivido
d'una persona malata o d'una persona minacciata che abbia bisogno di protezione. Chiedeva
ad Andrea carezze spirituali, quelle che nel suo linguaggio intimo ella chiamava "
carezze buone ", quelle che la intenerivano e le davano lacrime di struggimento più
soavi di qualunque piacere. Non sapeva comprendere come in quei momenti di suprema
spiritualità, in quelle ultime ore dolorose della passione, in quelle ore di addio,
l'amante non fosse pago di baciarle le mani. |
| Ella pregava,
quasi ferita dal crudo desiderio di Andrea: |
| - No, amore! Mi
sembra che tu sia più vicino a me, più stretto a me, più confuso con il mio essere,
quando mi ti siedi accanto, quando mi prendi le mani, quando mi guardi in fondo agli
occhi, quando mi dici le cose che tu solo sai dire. Mi sembra che le altre carezze ci
allontanino, che mettano tra me e te non so quale ombra... Non so veramente rendere il mio
pensiero... Le altre carezze mi lasciano poi tanto triste, tanto tanto triste... non so...
e stanca, d'una stanchezza tanto cattiva! |
| Ella pregava,
umile, sommessa, temendo di dispiacergli. Ella non faceva che evocare memorie, memorie,
memorie, passate, recenti, con le particolarità più minute, ricordandosi dei gesti più
lievi, delle parole più fuggevoli, di tutti i piccoli fatti più insignificanti, che per
lei avevano avuto un significato. Il suo cuore tornava con maggior frequenza ai primissimi
giorni di Schifanoja. |
| - Ti ricordi?
Ti ricordi? |
| E le lacrime
d'improvviso le empivano gli occhi abbattuti. |
| Una sera,
Andrea le domandò, pensando al marito: |
| - Da che io ti
conosco, tu sei stata sempre tutta mia? |
| - Sempre. |
| - Non ti chiedo
dell'anima... |
| - Taci! Sempre tutta
tua. |
| Ed egli, che in
questo non aveva creduto a nessuna delle sue amanti adultere, le credette; non ebbe neppur
l'ombra d'un dubbio su la verità ch'ella affermava. |
| Le credette;
perché, pur contaminandola e ingannandola senza ritegno, egli sapeva d'essere amato da un
alto e nobile spirito, egli sapeva omai di trovarsi innanzi a una grande e terribile
passione, egli aveva omai conscienza di quella grandezza come della propria viltà. Egli
sapeva, egli sapeva d'essere immensamente amato; e talvolta, nelle furie delle sue
imaginazioni, giungeva perfino a mordere la bocca della dolce creatura per non gridare un
nome che gli risaliva con invincibile impeto alla gola; e la buona e dolente bocca
sanguinava in un sorriso inconscio, dicendo: |
| - Anche così,
tu non mi fai male. |
| Mancavano
all'addio pochissimi giorni. Miss Dorothy aveva condotto Delfina a Siena ed era tornata
per aiutare la signora negli ultimi più gravi fastidii e per accompagnarla nel viaggio. A
Siena, in casa della madre, la verità non era nota. Anche Delfina non conosceva nulla.
Maria s'era limitata a mandar la notizia d'un richiamo improvviso che Manuel aveva avuto
dal suo Governo. E s'apparecchiava a partire; s'apparecchiava a lasciare le stanze, piene
di cose dilette, in mano dei periti publici che già avevano scritto l'inventario e
avevano stabilita la data dell'incanto: - 20 giugno, lunedì, alle dieci del mattino. |
| La sera del 9
giugno, sul punto di separarsi da Andrea, ella cercava un suo guanto smarrito. Nel
cercare, ella vide sopra un tavolo il libro di Percy Bysshe Shelley, il medesimo volume
che Andrea le aveva prestato al tempo di Schifanoja, il volume in cui ella aveva letto la Recollection
prima della gita a Vicomìle, il caro e triste volume in cui ella aveva segnato con
l'unghia i due versi: |
| "
And forget me, for I can never |
| Be
thine! " |
| Ella lo prese,
con una commozione visibile; lo sfogliò; trovò la pagina, i segni dell'unghia, i due
versi. |
| - Never!
- mormorò, scotendo il capo. - Ti ricordi? E son passati otto mesi appena! |
| Restò un poco
pensosa; sfogliò ancóra il libro; lesse qualche altro verso. |
| - E' il nostro
poeta - soggiunse. - Quante volte m'hai promesso di condurmi al cimitero inglese! Ti
ricordi? Dovevamo portare i fiori al sepolcro... Vuoi che andiamo? Conducimi prima ch'io
parta. Sarà l'ultima passeggiata. |
| Egli disse: |
| - Andiamo
domani. |
| Andarono,
quando il sole era già sul declinare. Nella carrozza coperta, ella teneva su le ginocchia
un fascio di rose. Passarono di sotto all'Aventino arborato. Intravidero i navigli carichi
di vin siciliano ancorati nel porto di Ripa grande. |
| In vicinanza
del cimitero, discesero; percorsero un tratto a piedi, fino al cancello, taciturni. Maria
sentiva in fondo all'anima ch'ella non andava soltanto a portar fiori sul sepolcro d'un
poeta ma che andava a piangere, in quel luogo di morte, qualche cosa di sè,
irreparabilmente perduta. Il frammento di Percy, letto nella notte, nell'insonnio, le
risonava in fondo all'anima, mentre guardava i cipressi alti nel cielo, oltre la muraglia
imbiancata. |
| " La Morte
è qui, e la Morte è là; da per tutto la Morte è all'opera; intorno a noi, in noi,
sopra di noi, sotto di noi è la Morte; e noi non siamo che Morte. |
| " La Morte
ha messo la sua impronta e il suo suggello su tutto ciò che noi siamo, e su tutto ciò
che sentiamo e su tutto ciò che conosciamo e temiamo. |
| " Da prima
muoiono i nostri piaceri, e quindi le nostre speranze, e quindi i nostri timori; e quando
tutto ciò è morto, la polvere chiama la polvere e noi anche moriamo. |
| " Tutte le
cose che noi amiamo ed abbiam care come noi stessi devono dileguarsi e perire. Tale è il
nostro crudele destino. L'amore, l'amore medesimo morirebbe, se tutto il resto non
morisse... " |
| Varcando la
soglia, ella mise il suo braccio sotto quello di Andrea, presa da un piccolo brivido. |
| Il cimitero era
solitario. Alcuni giardinieri davano acqua alle piante, lungo la muraglia, facendo
oscillare l'inaffiatoio con un movimento continuo ed eguale, in silenzio. I cipressi
funebri s'inalzavano diritti ed immobili nell'aria: soltanto le loro cime, fatte d'oro dal
sole, avevano un leggero tremito. Tra i fusti rigidi e verdastri, come di pietra
tiburtina, sorgevano le tombe bianche, le lapidi quadrate, le colonne spezzate, le urne,
le arche. Dalla cupa mole dei cipressi scendevano un'ombra misteriosa e una pace religiosa
e quasi una dolcezza umana, come dal duro sasso scende un'acqua limpida e benefica. Quella
regolarità costante delle forme arboree e quel candor modesto del marmo sepolcrale davano
all'anima un senso di riposo grave e soave. Ma in mezzo ai tronchi allineati come le canne
sonore d'un organo e in mezzo alle lapidi, gli oleandri ondeggiavano con grazia, tutti
invermigliati di fresche ciocche fiorite; i rosai si sfogliavano ad ogni fiato di vento,
spargendo su l'erba la loro neve odorante; gli eucalipti inchinavano le pallide
capellature che or sì or no parevano argentee; i salici versavano su le croci e su le
corone il loro pianto molle; i cacti qua e là mostravano i magnifici grappoli bianchi
simili a sciami dormienti di farfalle o a manipoli di rare piume. E il silenzio era
interrotto a quando a quando dal grido di qualche uccello disperso. |
| Andrea disse,
indicando il sommo dell'altura: |
| - Il sepolcro
del poeta è lassù, in vicinanza di quella rovina, a sinistra, sotto l'ultimo torrione. |
| Maria si
sciolse da lui, per salire su pei sentieri angusti, tra le siepi basse di mirto. Ella
andava innanzi, e l'amante la seguiva. Ella aveva il passo un poco stanco; si soffermava
ad ogni tratto; ad ogni tratto si volgeva indietro per sorridere all'amante. Era vestita
di nero; portava un velo nero sul viso, che le giungeva fino al labbro superiore; e il suo
sorriso tenue tremolava sotto l'orlo nero, si ombrava come d'un'ombra di lutto. Il suo
mento ovale era più bianco e più puro delle rose ch'ella portava in mano. |
| Accadde che,
mentre ella si volgeva, una rosa si sfogliò. Andrea si chinò a raccogliere le foglie sul
sentiero, innanzi a' piedi di lei. Ella lo guardava. Egli posò i ginocchi a terra,
dicendo: |
| - Adorata! |
| Un ricordo
sorse a lei nello spirito, evidente come una visione. |
| - Ti ricordi -
ella disse - quella mattina, a Schifanoja, quando io ti gettai un pugno di foglie,
dalla penultima terrazza? Tu t'inginocchiasti sul gradino, mentre io discendevo... Quei
giorni, non so, mi paiono tanto vicini e tanto lontani! Mi pare d'averli vissuti ieri,
d'averli vissuti un secolo fa. Ma forse li ho sognati? |
| Giunsero, tra
le siepi basse di mirto, fino all'ultimo torrione a sinistra dov'è il sepolcro del poeta
e del Trelawny. Il gelsomino, che s'arrampica per l'antica rovina, era fiorito; ma delle
viole non rimaneva che la folta verdura. Le cime dei cipressi giungevano alla linea dello
sguardo e tremolavano illuminate più vivamente dall'estremo rossor del sole che
tramontava dietro la nera croce del Monte Testaccio. Una nuvola violacea, orlata d'oro
ardente, navigava in alto verso l'Aventino. |
| " Qui sono
due amici, le cui vite furono legate. Che anche la loro memoria viva insieme, ora ch'essi
giacciono sotto la tomba; e che l'ossa loro non sieno divise, poiché i loro due cuori
nella vita facevano un cuor solo: for their two hearts in life were single hearted!
" |
| Maria ripetè
l'ultimo verso. Poi disse ad Andrea, mossa da un pensier delicato: |
| - Scioglimi il
velo. |
| E gli si
appressò arrovesciando un poco il capo perché egli le sciogliesse il nodo su la nuca. Le
dita di lui le toccavano i capelli, i meravigliosi capelli che, quando erano sparsi,
parevano vivere come una foresta, di una vita profonda e dolce; all'ombra de' quali egli
aveva tante volte assaporata la voluttà de' suoi inganni e tante volte evocata un'imagine
perfida. Ella disse: |
| - Grazie. |
| E si tolse il
velo di su la faccia, guardando Andrea con occhi un poco abbagliati. Ella appariva molto
bella. Il cerchio intorno le occhiaie era più cupo e più cavo, ma le pupille brillavano
d'un fuoco più penetrante. Le ciocche dense de' capelli aderivano alle tempie, come
ciocche di giacinti bruni, un po' violetti. Il mezzo della fronte, scoperto, libero,
splendeva nel contrasto, d'un candor quasi lunare. Tutti i lineamenti s'erano affinati,
avevano perduto qualche parte della loro materialità, alla fiamma assidua dell'amore e
del dolore. |
| Ella avvolse al
velo nero gli steli delle rose, annodò le estremità con molta cura; poi aspirò il
profumo, quasi affondando il viso nel fascio. E poi depose il fascio su la semplice pietra
ov'era inciso il nome del poeta. E il suo gesto ebbe una indefinibile espressione, che
Andrea non poté comprendere. |
| Seguitarono
innanzi per cercare la tomba di John Keats, del poeta d'Endymion. |
| Andrea le
domandò, soffermandosi a riguardare indietro, verso il torrione: |
| - Come le hai
avute, quelle rose? |
| Ella gli
sorrise ancóra, ma con gli occhi umidi. |
| - Sono le tue,
quelle della notte di neve, rifiorite stanotte. Non ci credi? |
| Si levava il
vento della sera; e il cielo, dietro la collina, era tutto d'un color diffuso d'oro in
mezzo a cui la nuvola discioglievasi come consunta da un rogo. I cipressi in ordine, su
quel campo di luce, erano più grandiosi e più mistici, tutti penetrati di raggi e
vibranti nei culmini acuti. La statua di Psiche in cima al viale medio aveva assunto un
pallore di carne. Gli oleandri sorgevano in fondo come mobili cupole di porpora. Su la
piramide di Cestio saliva la luna crescente, per un ciel glauco e profondo come l'acqua
d'un golfo in quiete. |
| Essi discesero,
lungo il viale medio, fino al cancello. I giardinieri ancóra davan acqua alle piante,
sotto la muraglia, facendo oscillare l'inaffiatoio con un movimento continuo ed eguale, in
silenzio. Due altri uomini, tenendo per i lembi una coltre mortuaria di velluto e
d'argento, la sbattevano forte; e la polvere metteva un luccichio spandendosi. Giungeva
dall'Aventino un suono di campane. |
| Maria si
strinse al braccio dell'amante, non reggendo più all'angoscia, sentendosi ad ogni passo
mancare il suolo, credendo di lasciare su la via tutto il suo sangue. E, appena fu nella
carrozza, ruppe in lacrime disperate, singhiozzando su la spalla dell'amante: |
| - Io muoio. |
| Ma ella non
moriva. E sarebbe stato meglio, per lei, s'ella fosse morta. |
| Due giorni
dopo, Andrea faceva colazione in compagnia di Galeazzo Secìnaro, a un tavolo del Caffè
di Roma. Era una mattinata calda. Il Caffè era quasi deserto, immerso nell'ombra e nel
tedio. I servi sonnecchiavano, tra il ronzio delle mosche. |
| - Dunque -
raccontava il principe barbato - sapendo che a lei piace di darsi in circostanze
straordinarie e bizzarre, osai... |
| Raccontava,
crudamente, il modo audacissimo con cui aveva potuto prendere Lady Heathfield; raccontava
senza scrupoli e senza reticenze, non tralasciando alcuna particolarità, lodando la
bontà dell'acquisto al conoscitore. Egli s'interrompeva, di tratto in tratto, per mettere
il coltello in un pezzo di carne succulenta e sanguinante, che fumigava, o per vuotare un
bicchiere di vin rosso. La sanità e la forza emanavano da ogni sua attitudine. |
| Andrea Sperelli
accese una sigaretta. Ad onta de' conati, egli non riesciva a inghiottire il cibo, a
vincere la ripugnanza dello stomaco agitato in sommo da un orribile tremolio. Quando il
Secìnaro gli versava il vino, egli beveva insieme il vino e il tossico. |
| A un certo
punto, il principe, sebbene fosse assai poco sottile, ebbe un dubbio; guardò l'antico
amante di Elena. Questi non dava, oltre la disappetenza, altro segno esteriore di
turbamento; gittava all'aria, con pacatezza, i nuvoli di fumo e sorrideva del solito suo
sorriso un po' ironico al narratore giocondo. |
| Il principe
disse: |
| - Oggi ella
verrà da me, per la prima volta. |
| - Oggi? A casa
tua? |
| - Sì. |
| - E' un mese
eccellente questo, a Roma, per l'amore. Dalle tre alle sei pomeridiane ogni buen retiro
nasconde una coppia... |
| - Infatti -
interruppe Galeazzo - ella verrà alle tre. |
| Ambedue
guardaron l'orologio. Andrea chiese: |
| - Vogliamo
andarcene? |
| - Andiamo -
rispose Galeazzo, levandosi. - Faremo la via Condotti insieme. Io vado per fiori al
Babuino. Dimmi tu, che sai: quali fiori preferisce? |
| Andrea si mise
a ridere; e gli venne alle labbra un motto atroce. Ma disse, incurantemente: |
| - Le rose, una
volta. |
| D'innanzi alla
Barcaccia, si separarono. |
| La piazza di
Spagna, in quell'ora, aveva già una deserta apparenza estiva. Alcuni operai restauravano
un condotto; e un cumulo di terra, disseccato dal sole, levavasi in turbini di polvere ai
soffii caldi del vento. La scala della Trinità splendeva bianca e deserta. |
| Andrea salì,
piano piano, soffermandosi ad ogni due o tre gradini, come se trascinasse un peso enorme.
Rientrò nella sua casa; restò nella sua stanza, sul letto, fino alle due e tre quarti.
Alle due e tre quarti uscì. Prese la via Sistina, seguitò per le Quattro Fontane,
oltrepassò il palazzo Barberini; si arrestò poco discosto, innanzi agli scaffali d'un
venditore di libri vecchi, aspettando le tre. Il venditore, un omuncolo tutto rugoso e
pelloso come una testuggine decrepita, gli offerse i libri. Sceglieva i suoi migliori
volumi, a uno a uno, e glie li metteva sotto gli occhi, parlando con una voce nasale
d'insopportabile monotonia. Mancavano pochi minuti alle tre. Andrea guardava i titoli dei
libri e vigilava i cancelli del palazzo e udiva la voce del libraio confusamente, in mezzo
al fragore delle sue vene. |
| Una donna uscì
dai cancelli, discese pel marciapiede verso la piazza, montò in una vettura publica, si
allontanò per la via del Tritone. |
| Andrea discese
dietro di lei; prese di nuovo la via Sistina; rientrò nella sua casa. Aspettò che
venisse Maria. Gittato sul letto, si mantenne così immobile che pareva non soffrisse
più. |
| Alle cinque,
giunse Maria. |
| Ella disse,
ansante: |
| - Sai? Io posso
rimanere con te, tutta la sera, tutta la notte, fino a domattina. |
| Ella disse: |
| - Questa sarà
la prima e l'ultima notte d'amore! Io parto martedì. |
| Ella gli
singhiozzò su la bocca, tremando forte, stringendoglisi forte contro la persona: |
| - Fa che io non
veda domani! Fammi morire! |
| Guardandolo
nella faccia disfatta, gli domandò: |
| - Tu soffri?
Anche tu... pensi che non ci rivedremo più mai? |
| Egli provava
una difficoltà immensa a parlarle, a risponderle. Aveva la lingua torpida, gli mancavano
le parole. Provava un bisogno istintivo di nascondere la faccia, di sottrarsi allo
sguardo, di sfuggire alle domande. Non seppe consolarla, non seppe illuderla. Rispose, con
una voce soffocata, irriconoscibile: |
| - Taci. |
| Le si raccolse
ai piedi; restò lungo tempo con la testa sul grembo di lei, senza parlare. Ella gli
teneva le mani su le tempie, sentendogli la pulsazione delle arterie ineguale e veemente,
sentendolo soffrire. Ed ella stessa non soffriva più del suo proprio dolore, ma soffriva
ora del dolore di lui, soltanto del dolore di lui. |
| Egli si levò;
le prese le mani; la trasse nell'altra stanza. Ella obedì. |
| Nel letto,
smarrita, sbigottita, innanzi al cupo ardore del forsennato, ella gridava: |
| - Ma Che hai?
Ma che hai? |
| Ella voleva
guardarlo negli occhi, conoscere quella follia; ed egli nascondeva il viso, perdutamente,
nel seno, nel collo, ne' capelli di lei, ne' guanciali. |
| A un tratto,
ella gli si svincolò dalle braccia, con una terribile espressione d'orrore in tutte
quante le membra, più bianca de' guanciali, sfigurata più che s'ella fosse allora allora
balzata di tra le braccia della Morte. |
| Quel nome! Quel
nome! Ella aveva udito quel nome! |
| Un gran
silenzio le vuotò l'anima. Le si aprì, dentro, un di quegli abissi in cui tutto il mondo
sembra scomparire all'urto d'un pensiero unico. Ella non udiva più altro; ella non udiva
più nulla. Andrea gridava, supplicava, si disperava invano. |
| Ella non udiva.
Una specie d'istinto la guidò negli atti. Ella trovò gli abiti; si vestì. |
| Andrea
singhiozzava sul letto, demente. S'accorse ch'ella usciva dalla stanza. |
| - Maria! Maria! |
| Ascoltò. |
| - Maria! |
| Gli giunse il
romore della porta che si richiuse. |
|