libro quarto
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| La mattina del
20 giugno, lunedì, alle dieci, incominciò la publica vendita delle tappezzerie e dei
mobili appartenuti a S. E. il Ministro plenipotenziario del Guatemala. |
| Era una mattina
ardente. Già l'estate fiammeggiava su Roma. Per la via Nazionale correvano su e giù, di
continuo, i tramways, tirati da cavalli che portavano certi strani cappucci bianchi
contro il sole. Lunghe file di carri carichi ingombravano la linea delle rotaie. Nella
luce cruda, tra le mura coperte d'avvisi multicolori come d'una lebbra, gli squilli delle
cornette si mescevano allo schiocco delle fruste, agli urli dei carrettieri. |
| Andrea, prima
di risolversi a varcare la soglia di quella casa, vagò pe' marciapiedi, alla ventura,
lungo tempo, provando una orribile stanchezza, una stanchezza così vacua e disperata che
quasi pareva un bisogno fisico di morire. |
| Quando vide
uscir dalla porta su la strada un facchino con un mobile su le spalle, si risolse. Entrò,
salì le scale rapidamente; udì, dal pianerottolo, la voce del perito. |
| - Si delibera! |
| Il banco
dell'incanto era nella stanza più ampia, nella stanza del Buddha. Intorno, s'affollavano
i compratori. Erano, per la maggior parte, negozianti, rivenditori di mobili usati,
rigattieri: gente bassa. Poichè d'estate mancavano gli amatori, i rigattieri accorrevano,
sicuri d'ottenere oggetti preziosi a prezzo vile. Un cattivo odore si spandeva nell'aria
calda, emanato da quegli uomini impuri. |
| - Si delibera! |
| Andrea
soffocava. Girò per le altre stanze, ove restavano soltanto le tappezzerie su le pareti e
le tende e le portiere, essendo quasi tutte le suppellettili radunate nel luogo dell'asta.
Sebbene premesse un denso tappeto, egli udiva risonare il suo passo, distintamente, come
se le volte fossero piene di echi. |
| Trovò una
camera semicircolare. Le mura erano d'un rosso profondo, nel quale brillavano disseminati
alcuni guizzi d'oro; e davano imagine d'un tempio e d'un sepolcro; davano imagine d'un
rifugio triste e mistico, fatto per pregare e per morire. Dalle finestre aperte entrava la
luce cruda, come una violazione; apparivano gli alberi della Villa Aldobrandini. |
| Egli ritornò
nella sala del perito. Sentì di nuovo il lezzo. Volgendosi, vide in un angolo la
principessa di Ferentino con Barbarella Viti. Le salutò, avvicinandosi. |
| - Ebbene,
Ugenta, che avete comprato? |
| - Nulla. |
| - Nulla? Io
credevo, invece, che voi aveste comprato tutto. |
| - Perché mai? |
| - Era una mia
idea... romantica. |
| La principessa
si mise a ridere. Barbarella la imitò. |
| - Noi ce ne
andiamo. Non e possibile rimaner qui, con questo profumo. Addio, Ugenta. Consolatevi. |
| Andrea
s'accostò al banco. Il perito lo riconobbe. |
| - Desidera
qualche cosa il signor conte? |
| Egli rispose: |
| - Vedrò. |
| La vendita
procedeva rapidamente. Egli guardava intorno a sé le facce dei rigattieri, si sentiva
toccare da quei gomiti, da quei piedi; si sentiva sfiorare da quegli aliti. La nausea gli
chiuse la gola. |
| - Uno! Due!
Tre! |
| Il colpo di
martello gli sonava sul cuore, gli dava un urto doloroso alle tempie. |
| Egli comprò il
Buddha, un grande armario, qualche maiolica, qualche stoffa. A un certo punto udì come un
suono di voci e di risa feminili, un fruscio di vesti feminili, verso l'uscio. Si volse.
Vide entrare Galeazzo Secìnaro con la marchesa di Mount Edgcumbe, e poi la contessa di
Lùcoli, Gino Bommìnaco, Giovanella Daddi. Quei gentiluomini e quelle dame parlavano e
ridevano forte. |
| Egli cercò di
nascondersi, di rimpicciolirsi, tra la folla che assediava il banco. Tremava, al pensiero
d'essere scoperto. Le voci, le risa gli giungevano di sopra le fronti sudate della folla,
nel calor soffocante. Per ventura, dopo alcuni minuti, i gai visitatori se ne andarono. |
| Egli si aprì
un varco tra i corpi agglomerati, vincendo il ribrezzo, facendo uno sforzo enorme per non
venir meno. Aveva la sensazione, in bocca, come d'un sapore indicibilmente amaro e
nauseoso che gli montasse su dal dissolvimento del suo cuore. Gli pareva d'escire, dai
contatti di tutti quegli sconosciuti, come infetto di mali oscuri e immedicabili. La
tortura fisica e l'angoscia morale si mescolavano. |
| Quando egli fu
nella strada, alla luce cruda, ebbe un po' di vertigine. Con un passo malsicuro, si mise
in cerca d'una carrozza. La trovò su la piazza del Quirinale; si fece condurre al palazzo
Zuccari. |
| Ma, verso sera,
una invincibile smania l'invase, di rivedere le stanze disabitate. Salì, di nuovo, quelle
scale; entrò col pretesto di chiedere se gli avevano i facchini portato i mobili al
palazzo. |
| Un uomo
rispose: |
| - Li portano
proprio in questo momento. Ella dovrebbe averli incontrati, signor conte. |
| Nelle stanze
non rimaneva quasi più nulla. Dalle finestre prive di tende entrava lo splendore
rossastro del tramonto, entravano tutti gli strepiti della via sottoposta. Alcuni uomini
staccavano ancóra qualche tappezzeria dalle pareti, scoprendo il parato di carta a
fiorami volgari, su cui erano visibili qua e là i buchi e gli strappi. Alcuni altri
toglievano i tappeti e li arrotolavano, suscitando un polverio denso che riluceva ne'
raggi. Un di costoro canticchiava una canzone impudica. E il polverio misto al fumo delle
pipe si levava sino al soffitto. |
| Andrea fuggì. |
| Nella piazza
del Quirinale, d'innanzi alla reggia, sonava una fanfara. Le larghe onde di quella musica
metallica si propagavano per l'incendio dell'aria. L'obelisco, la fontana, i colossi
grandeggiavano in mezzo al rossore e si imporporavano come penetrati d'una fiamma
impalpabile. Roma immensa, dominata da una battaglia di nuvoli, pareva illuminare il
cielo. |
| Andrea fuggì,
quasi folle. Prese la via del Quirinale, discese per le Quattro Fontane, rasentò i
cancelli del palazzo Barberini che mandava dalle vetrate baleni; giunse al palazzo
Zuccari. |
| I facchini
scaricavano i mobili da un carretto, vociando. Alcuni di costoro portavano già l'armario
su per la scala, faticosamente. |
| Egli entrò.
Come l'armario occupava tutta la larghezza, egli non poté passare oltre. Seguì, piano
piano, di gradino in gradino, fin dentro la casa. |
| Francavilla al Mare:
luglio-dicembre 1888. |
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