OBIETTIVO SU...

INNO DEI CORRIDONIANI

Sventoliamo al sol di maggio
il vessillo redentore:
su compagni, su coraggio
della lotta suonan l'ore.

Siamo giovani, siam forti,
non ci trema in petto il cuore;
siam le vigili coorti
di un'Idea che mai non muor.

Giovinezza, giovinezza,
primavera di bellezza
della vita nell'ebbrezza
il tuo canto squillerà.

Corridoni, la tua schiera
è già pronta alla battaglia.
Con lo sguardo alla bandiera
sui nemici essa si scaglia.

Sul borghese che si stende
nel suo fango e nel suo oro
che ci sfrutta e ognor offende
i diritti del lavoro.

Giovinezza, giovinezza,
primavera di bellezza
della vita nell'ebbrezza
il tuo canto squillerà.

Corridoni, o duce amato
sorgi, ormai, dalla tua fossa.
Vieni, esulta, è ormai spuntato
il gran dì della riscossa.

Scritto sta sopra i destini
l'avvenire sindacale,
l'alto sogno di Mazzini
la Repubblica social.

Giovinezza, giovinezza,
primavera di bellezza
della vita nell'ebbrezza
il tuo canto squillerà


XXI APRILE NON PIU' SOLTANTO NOSTRO

Il 21 aprile del 753 avanti Cristo, sul Palatino, Romolo tracciò con l'aratro il giro delle mura della nuova città che da lui prese il nome di Roma.
La città nasce quindi nel segno del lavoro che caratterizzerà con la saggezza delle leggi e con la forza delle armi tutta la vita dell'Urbe, dell'Impero Romano e dell'Italia.
Il Natale di Roma si incontra su un piano fecondo con la celebrazione del lavoro che noi oggi ricordiamo con motivi palpitanti di attualità. Il dramma che affligge il mondo altro non rappresenta infatti che l'epilogo della lunga lotta, condotta attraverso i secoli, del lavoro per riscattarsi da una condanna di asservimento e riportarsi su un piano di umanità che Roma per prima bandì e al quale ispirò più che le sue azioni il suo diritto.
Fu un disegno della Provvidenza - dice Vico - che Roma dovesse stabilire l'eguaglianza umana prima della venuta di Cristo. E questo concetto di uguaglianza, travisato più tardi dall'utopia comunista, s'inverò in una valutazione della vita che considerava l'individuo non oggetto, ma soggetto, non schiavo, ma padrone del suo destino.
La guerra che insanguina il mondo deve essere spogliata di tutti i falsi attributi che man mano le si sono sovrapposti fino a farle perdere i caratteri originari; bisogna che gli uomini e i popoli, gli individui e le masse ritornino ai concetti primigeni e che il problema sociale, base del conflitto, sia riportato nei suoi giusti termini.
Da una parte, dunque, chi lavora; dall'altra chi del lavoro altrui vuole servirsi per perpetuare uno stato di asservimento economico, politico e sociale(...).
Sei anni di guerra hanno inciso sul fisico e sul morale di tutti i popoli. Le grandi battaglie, gli scontri violenti, la distruzione di interi agglomerati umani, l'annientamento di tanta ricchezza, hanno impresso alla vita un ritmo di apprensione che, fiaccando le energie, ha distolto lo sguardo dalle mete finali . L'uomo si ferma al contingente, all'episodio, e trascura il significato reale e profondo di questo tragico movimento.
A chi invece sappia guardare nei campi di battaglia, non per cogliere la morte e la vita sanciti dalla partenza di un proietto di cannone o dallo scoppio di una granata, si offre lo spettacolo magnifico di una volontà istintiva che spazia oltre quei campi e ristabilisce, oltre la vita e oltre la morte, i diritti dell'umanità.
Non importerebbe, in fondo, agli effetti di questo processo evolutivo, se i nostri nemici dovessero vincere. Il tappeto verde del tavolo della pace non potrà ovattare nè tanto meno annientare questo movimento di ripresa dell'umanità messa ormai al cospetto di rinnovati orizzonti. La vittoria delle armi dei nostri nemici potrebbe ritardare - tutt'al più di cinque o vent'anni, non importa - lo sviluppo dell'idea che noi Italiani abbiamo alimentata, tramandataci attraverso la linfa dei secoli dall'antica Roma: il trionfo del lavoro.
Il lavoro che non sia inteso come utopistica concezione livellatrice e annientatrice della gradualità dei valori umani, nè inteso come miserevole e stentato mezzo di vita. Il lavoro che nobilita, che purifica, che segna nella storia della civiltà degli uomini e dei popoli, degli individui e delle masse, la parola di fede perenne nei destini del mondo. Tutto muove da Roma; tutto ritorna a Roma. In questo giorno ritornano i derelitti che insanguinarono le vie del mondo bagnandole con le gocce di un sacro sudore; ritornano coloro che in Africa, in Asia, in America sancirono il nostro diritto di espansione; ritornano coloro che imbracciarono le armi per tutelare le leggi della patria e caddero fronte al nemico.
Su questo popolo eroico, seppure sfortunato, vegliano i nuovi guerrieri, quelli che il tradimento di un piccolo re e di piccoli uomini, incapaci di respirare l'aria libera e di rinnovellate idee, non ha potuto schiacciare.
E su tutti domina Roma, quella dei Cesari e dei Papi, delle leggi e della forza, del diritto e del dovere; ma soprattutto la Roma del Palatino segnata nel perimetro dal solco di Romolo, con un atto di lavoro, con un principio di fede.
( tratto dal settimanale "L'ORA" - Milano - 22 aprile 1945 )

UN ENTRETIEN AVEC CORNELIU CODREANU

Dans la nuit du 29 au 30 novembre dernier, des membres de l'ancien parti dissous de la "Garde de Fer" roumaine, appelé aussi "Tout pour la Patrie", ont attaqué, pour les délivrer, un convoi de prisonnïers où se trovaient le capitaine Codreanu et plusieurs de ses compagnons de captivité ques le autorités roumaines condusaient de la prison de Ramnicu-Sarat à la prison de Jlava. Les gendarmes ont tiré sur les fuyards. Codreanu et douze de ses compagnons ont été abattus... Così iniziava l'articolo (intitolato Un entretien avec Corneliu Codreanu, chef de la "Garde de Fer") apparso sul diffuso settimanale francese L'illustration del 10 dicembre 1938. Quasi contemporaneamente sul settimanale italiano L'illustrazione del popolo dell'11 dicembre 1938 veniva pubblicato un articolo che iniziava in maniera non molto dissimile. In entrambi i casi non venivano avanzate perplessità sul comunicato delle autorità rumene, che invece avrebbe dovuto sollevarne non poche. Il motivo è evidente: nel complesso gioco diplomatico che si svolgeva nella penisola balcanica sia la Francia sia l'Italia cercavano di mantenere buoni rapporti con il corrotto regime di Re Carol. Per quanto riguarda l'Italia, che si barcamenava tra le esigenze della cosiddetta realpolitik e le simpatie ideologiche verso la Legione, si legga il saggio di Theodor Armon (Rivista di Storia Contemporanea n.4-1989). Qualche mese prima l'ambasciatore rumeno in Italia, Zamfirescu, aveva fatto (come riporta il saggio prima citato) alcune rimostranze per una corrispondenza da Bucarest al Giornale d'Italia firmata Armellani che a proposito del processo contro Codreanu, egli trovava intonata a simpatia e stima per le Guardie di Ferro e a critiche per la severa azione del governo romeno. Ritornando all'articolo dell'Illustration viene riportato integralmente. "Nel mese di marzo del 1938 ho visto per la prima e ultima volta Cornelio Codreanu. Il colloquio che avemmo e che durò due ore, si svolse alla "Casa Verde" sede della Guardia di Ferro.Il momento era storico. L'agitatore aveva appena sciolto ufficialmente il suo partito e si sentiva alla vigilia del l' arresto. Le circostanze lo rendevano diffidente, s'era d'altronde rifiutato di ricevermi e si era in seguito deciso, poi s'era ricreduto, cambiando nuovamente idea prima di acconsentire definitivamente. L'appuntamento fu allora preso al domicilio di uno sconosciuto, che mi portò da colui che il "Capitano" chiamava suo "Ministro degli Affari Esteri", e che, a sua volta, mi condusse alla Casa Verde, un po' lontano dalla periferia di Bucarest. Faceva notte quando vi arrivammo e le commedie erano lontane dall'essere finite. Un uomo, che ci attendeva nel cortile, ci fece salire al secondo piano, ci introdusse in una vasta stanza quasi vuota e si ritirò dopo aver chiuso a chiave la porta del pianerottolo dietro di noi. Dei giocattoli erano posti in un angolo. Mi trovavo nell'appartamento privato del "Capitano". Dopo un quarto d'ora un ragazzo di alta statura apparve dal fondo e con un gesto mi invitò ad entrare. Fu quando lui mi strinse la mano che compresi di essere davanti a Codreanu. Sembrava più giovane della sua età, aveva l'aria di essere un ragazzino cresciuto. in questa circostanza appariva privo di prestigio e di stile per cui si doveva avere abbastanza immaginazione onde non giudicarlo, ad un primo approccio, assai insignificante. Era solo dopo questa prima impressione che si scopriva, sotto quest'apparenza benevola, il vero personaggio. C'installammo in una sorta di piccolo salone guarnito di mobili dipinti di verde, e ci sedemmo ognuno da un lato del tavolino, il "Ministro degli Affari Esteri" tra noi. Improvvisamente Codreanu si alzò e con l'indice teso verso di me, mi apostrofò con queste domande: - Voi chi siete? Perché desiderate tanto vedermi? Mi siete stato inviato dal vostro governo ? Non sareste forse un agente segreto travestito ? L'uscita era così inattesa che scoppiai a ridere . Questo improvviso eccesso di gaiezza calmò l'atmosfera, gli risposi che ero più semplicemente uno scrittore, un viaggiatore curioso di conoscerlo e di ascoltarlo. Camminò qualche istante in lungo e in largo senza mai smettere di girare le spalle, di fare gesti bizzarri, di contorcersi in mille maniere. Infine ricadde sulla sedia e si rimise a parlare con voce rauca, sgradevole, venata di pena e fatica. Sembrava estrarre le parole ad una ad una dal fondo della sua gola, interrompendosi quasi ad ogni frase per cercare un termine che io gli suggerivo sottovoce. Scuoteva allora la testa in segno d'assenso e agitando il dito nell'aria proseguiva il suo discorso. Le sue parole parevano sofferte, il suo pensiero spesso oscuro. Che questo visionario potesse dirigere attualmente un partito e fantasticare di guidare uno Stato, superava la capacità di comprensione di un uomo normale. Evidentemente c'erano, dietro a questo esaltato delle persone abili che lo guidavano abusando della sua puerile vanità. Ma chi? Dal momento in cui mi autorizzò a parlare, gli posi questa domanda che non lo rese affatto di buon umore: - Da chi ottenete le somme considerevoli che alimentano la cassa del vostro partito? - E' falso che io riceva dei finanziamenti dal partito nazional socialista tedesco , gridò. Io non lavoro per il denaro, ma per difendere il mio partito. Se qualcuno venisse ad offrirmi del denaro da parte di un governo straniero, io lo metterei alla porta. Seyss-Inquart o Conrad Henlein, all'unisono, mi avrebbero risposto la stessa cosa. "Si può credere alla mia parola", doveva dirmi qualche momento prima di porsi di fronte a me: "Io non ho una goccia di sangue sulle mani!" Io gli ricordai il solo omicidio a suo carico : quello del prefetto di Jassy, Manciu. "Io fui assolto", mi replicò tranquillamente con un certo falso candore. Cambiai soggetto di conversazione. - Perché odiate tanto il mio paese? Lui si difese ancora energicamente continuando a dimenarsi, a gesticolare e a fare smorfie. -Io non sono affatto francofobo. Io lotto contro la politica di Parigi, ma non contro la Francia. Volete rendermi un servizio? Io vi prego di trasmettere questa comunicazione al vostro ministro degli Affari esteri. E' molto importante e io vi prego ora di scrivere. Prese un'aria ispirata e mi dettò questo documento: "Una nazione deve avere una linea d'onore. Il nostro legame con la Francia ci obbliga a una linea d'onore, anche quando la sua politica attuale ci colpisce. La linea del nostro onore nazionale ci spinge a non potere mai prendere le armi contro la Francia. Quando sarò al potere, non combatterò mai la Francia. Io l'aiuterò. Vorrei lavorare ad un'intesa onorevole fra la Germania e la Francia. I Francesi e i Tedeschi possono andare d'accordo. Non ci sono che gli Ebrei a rifiutare di accordarsi con la Germania. Guardate. La rivoluzione comunista ha distrutto la democrazia . La rivoluzione tedesca non ha distrutto la democrazia." - Io non afferro molto bene il vostro pensiero. - I Soviet vogliono distruggere la democrazia in Francia. I Tedeschi non lo vogliono. La Francia lo sa. Questo deve essere conosciuto dal ministro al quale io vi prego di riferirlo. La mia linea d'onore mi impedisce di combattere la Francia. La mia alleanza con la Germania e con l'Italia poggerà su questa base. - In breve, conclusi, voi siete per una riconciliazione franco-germanica che porterebbe all'accantonamento del trattato di Versailles. - E' questo! Che si scriva. Io mi guardai bene dall'aggiungere che lui veniva, in un modo oscuro e nel contempo esplicito, a riassumere la tesi tedesca il cui trionfo oggi apre al Reich la strada di Bagdad e minaccia gravemente la Romania. Non fui neanche sorpreso dei propositi, che dovetti ascoltare, contro re Carol, dal suo "ministro degli Affari esteri", sul cammino della strada del ritorno. La Guardia di Ferro, mi spiegò lui, voleva abbatterlo e rimpiazzarlo con un "re rumeno". Questo "re rumeno" doveva essere Codreanu? Sarebbe stato in ogni caso un "re tedesco". L'intrigo a poco a poco si scopriva nella sua interezza. Dietro gli ingenui illusi, gli agenti nemici preparavano il loro lavoro di disgregazione dello Stato. Nelle ultime parole che mi disse il "capitano", una certa inquietudine traspariva, nonostante le sue arie da spaccone. -Quando ritornerete nel mio paese? L'anno prossimo? Ebbene io vi predico che ci sarà allora una sentinella davanti alla mia porta. Sarà per sorvegliarmi, e io sarò in prigione. O per rendermi gli onori, e io sarò il capo. Il misterioso profeta non ha saputo prevedere fino in fondo il suo avvenire..."

L'ASSEDIO DI ALTAMURA

Uno degli episodi più rilevanti della campagna condotta dal cardinale Ruffo per la riconquista del Regno di Napoli fu indubbiamente la presa di Altamura, grosso centro pugliese (annoverava allora 24.000 abitanti) sulla strada che da Matera conduce a Bari. Il Ruffo, sbarcato in Calabria con pochi compagni ed una bandiera riportante il motto "In hoc signo vinces", era riuscito in brevissimo tempo ad allestire una eterogenea armata di volontari che, nella sua vertiginosa avanzata, aveva avuto facilmente ragione delle forze repubblicane. Mentre gran parte delle città lucane e pugliesi, di fronte ai successi dell' Armata Cristiana della Santa Fede, erano rapidamente tornate all'obbedienza regia, la città di Altamura era rimasta fedele alla Repubblica. Convinti dell'importanza strategica della piazza, i repubblicani vi avevano inviato i generali Mastrangelo di Montalbano, con due squadroni di cavalleria, e Palumbo d'Avigliano, con settecento uomini, che si aggiungevano alle milizie locali. Altamura era stata fortificata a dovere e adeguatamente munita di pezzi d'artiglieria, tanto che i repubblicani "erano sicuri che la città fosse inespugnabile". Il Cardinale, volendo evitare - come di consueto - spargimenti di sangue, aveva inviato in città come parlamentare Raffaele Vecchioni, che tuttavia non aveva fatto ritorno dalla sua missione. Analogo destino era toccato a due genieri, Vinci ed Olivieri, che erano stati catturati mentre si erano spinti in prossimità delle difese nemiche, onde valutarne la consistenza. Visti vanificati i tentativi di ottenere la resa della città il Ruffo si preparò all'attacco mentre gli Altamurani, vittoriosi in una rapida sortita della loro cavalleria, erano particolarmente euforici. Il 9 maggio 1799 il cerchio si strinse sempre più attorno alla città e, nonostante il violentissimo fuoco dell'artiglieria nemica, i sanfedisti riuscirono ad impadronirsi di alcuni importanti avamposti repubblicani. Lo stesso Cardinale, sul suo cavallo bianco, guidava le truppe all'attacco incurante delle fucilate che il nemico gli indirizzava dalle mura. I suoi uomini pensavano che fosse protetto da qualche magico incantesimo. Gli assedianti si lanciarono in ripetuti assalti frontali, falcidiati dal fuoco nemico, tanto è vero che al termine degli scontri si parlò di ben 1350 caduti. Il Ruffo ritenne allora di cambiare tattica e, fatte trincerare le sue truppe, iniziò il bombardamento della città. Alcuni assediati, dal canto loro, finsero la resa, salvo poi aprire il fuoco sugli incauti sanfedisti che si erano fiduciosamente avvicinati alle mura. Durante la notte il Cardinale pensò di fare ritirare i suoi uomini dall'area attorno a Porta Napoli, per favorire un'eventuale abbandono alla chetichella della città da parte dei difensori. La mattina del 10 maggio i cacciatori sanfedisti si lanciarono all'attacco e, bruciata porta Matera senza incontrare resistenza, penetrarono nella città, ma non trovarono nessuno. Cosa fosse accaduto lo ricorda un cronista locale: Il generale Felice Mastrangelo ed il Commissario Palomba, uomini demoralizzati dall'abuso dell'oro che cavavano dalle nostre borse più presto che coraggiosi difensori della patria, misurando quei pochi uomini che seco avevano, non erano al caso di affrontarsi con la gente nemica, stimarono di scappare, abbandonando la città al capo ed alla rabbia di quelli scellerati. Nella città completamente disabitata i sanfedisti si misero alla ricerca dei tre prigionieri (Vecchioni, Vinci ed Olivieri) e, guidati da tracce di sangue, giunsero ad un cimitero ove ritrovarono una cinquantina di persone, incatenate a due a due, in parte morte e in parte ancora viventi. Fra le tante crudeltà usate da'giacobini - racconta il testimone oculare Antonino Cimbalo - in Altamura, la più enorme fu quella praticata nel giorno 9 Maggio, vale a dire in quel giorno istesso che erano attaccati dalle nostre truppe. In quel giorno dunque dopo aver fucilati molti dei loro concittadini, fra' quali parecchi Chiesastici, per il solo motivo di essersi questi mantenuti fedeli a Dio, ed al Sovrano, per compimento di loro barbarie, legarono a quei cadaveri esangui altrettanti ancor viventi , e così due a due legati li seppellirono insieme, e fu fortuna di questi essere entrato in tempo l'esercito Reale, perché così poterono scampare una morte purtroppo disgraziata. Solo tre persone sopravvissero, e tra esse Raffaele Vecchioni. Di fronte allo sdegno generalizzato, che si stava traducendo nel saccheggio della ormai deserta Altamura, il Cardinale intervenne con energia, facendo bloccare tutte le porte della città e requisire il materiale saccheggiato. Sulla reazione sanfedista i testi risultano contradditori in quanto mentre autori quali il Cuoco, il Botta e il Colletta parlano di stragi, altri (rifacendosi anche a memorie di testimoni oculari come il Sacchinelli, il Cimbalo e il Petromasi) fanno rilevare l'impossibilità di massacri in una città abbandonata dai suoi abitanti. Sicura è comunque la morte del conte Filo che, catturato, fu ucciso da una fucilata sparatagli da un parente del geniere Olivieri, perito nell'eccidio del cimitero. Le forze realiste presidiarono per quattordici giorni la città, nella quale era progressivamente tornata parte della popolazione, e quindi proseguirono al loro marcia che si sarebbe conclusa vittoriosamente il mese successivo con la conquista della capitale. Dell'assedio di Altamura rimase traccia nei versi finali dell'Inno dei Calabresi: E' finita l'uguaglianza / E' finita la libertà / Viva Dio e sua Maestà / Li Giacobini fora de cca. / Li votammo cu l'occhi all'ariu / Viva il principe ereditariu, / Il cardinale ci ha salvato / D'ogni strada d'ogni via / L'ha aiutato mamma Maria / Viva Dio e l'artiglieria. / Tante bombe hanno menato / Altamura s'è spianato.

LA SLOVACCHIA: STATO NAZIONAL-CRISTIANO

IL 9 marzo 1939 il presidente ceco Hacha dopo aver deposto il presidente del consiglio dei ministri slovacco, Mons. Josef Tiso, accusato di indipendentismo, ordinava all'esercito ceco di assumere tutti i poteri pubblici in Slovacchia, proclamando la legge marziale, facendo arrestare centinaia die sponenti politici e nominando un nuovo governo slovacco.
Dopo alcuni giorni di convulsi avvenimenti, alle ore 12,07 del 14 marzo 1939 tutti i deputati del parlamento slovacco, intonato l'inno nazionale, proclamarono lo stato slovacco indipendente.
Presidente del Consiglio dei ministri e Capo provvisorio dello stato venne nominato Mons.Josef Tiso.
Il nuovo capo dello stato, di presumibile origine italiana, era stato ordinato sacerdote nel 1910 e nel 1918 era diventato professore di teologia. Nei suoi studi aveva particolarmente approfondito il problema dei rapporti sociali e delle condizioni del lavoro operaio.
Ardente fautore dell'indipendenza slovacca aveva sin dal 1919 aderito al Partito Popolare Slovacco di mons. Andrej Hlinka. Nel 1938, alla morte di Hlinka, fu nominato capo del partito.
il 21 luglio 1939 il parlamento slovacco approvava il testo della nuova carta costituzionale che così iniziava:
"La nazione slovacca, sotto la protezione di Dio Onnipotente, da secoli si è mantenuta nel territorio che Egli le aveva assegnato e sul quale essa, con l'aiuto di Lui, da cui proviene ogni potere e diritto, ha istituito un suo stato nazionale e libero.
Lo Stato slovacco associa, secondo il diritto naturale, tutte le forze naturali ed economiche del popolo in una comunità cristiana e nazionale, per coordinare in essa le divergenze sociali e le tendenze contrasatnti dei suoi vari raggruppamenti professionali o d'interesse, affinchè esso in quanto esecutore della giustizia sociale e custode del bene comune, possa aggiungere, nell'armonica unione e attraverso l'evoluzione morale e politica, il più alto grado del bene della società e dei singoli."
La nuova costituzione slovacca appariva influenzata dalle encicliche sociali della Chiesa e ispirata ai modelli austriaco e portoghese. In particolare le corporazioni venivano considerate la base della vita economica della nazione e - superando il concetto della lotta di classe - dovevano agevolare la soluzione del problema sociale. Esse erano sei: Agricoltura, Industria, Libere Professioni, Pubblic impiegati e lavoratori di concetto, Istituti bancari e assicurativi, Commercio. Così Tiso ricorderà, durante il suo processo post-bellico, le iniziative governative in campo economico: Vennero introdotte le ferie pagate e il salario familiare. Un progetto di legge, che veramente non arrivò più in parlamento, prevedeva la partecipazione dei lavoratori al guadagno dell’impresa. Tutto questo servì alla sicurezza spirituale ed organizzativa del nostro lavoro di consolidamento, per mantenere l’ordine pubblico e la pace. Particolare attenzione ai problemi sociali era evidente anche nel programma del Partito Popolare Slovacco, da cui Tiso proveniva, e che all’inizio degli anni Trenta riportava testualmente: La politica sociale basata sulle premesse reali conta sulle leggi naturali umane, cioè che l’uomo consiste di corpo e spirito. Su questa base dualistica pone tra le costituenti dell’ordine sociale non solo le forze materiali, ma anche i motivi spirituali e morali che persino puntualizza.[...]Per questa politica ogni individuo è prezioso, ma più di ogni singolo individuo si interessa della comunità; anche se riconosce il diritto e la libertà di ogni persona al lavoro e alla vita dignitosa, non può stare da parte se questo individuo con la sua volontà minaccia la comunità. Tra il liberalismo e il collettivismo c’è lo Stato come fattore di equilibrio il quale, regolando la libertà individuale nell’ambito del bene generale, assicura nel modo più certo il benessere di ogni persona. La caratteristica precipua del nuovo stato slovacco era indubbiamente quello della massiccia presenza del clero cattolico nei ruoli direttivi, come evidenzia in un suo saggio Yeshayahu Jelinek: Il presidente della repubblica era un di parrocchia e nel presidium del partito sedevano diversi preti. Nel 1940, dei 61 componenti il parlamento, 12 erano sacerdoti. Su 18 consiglieri di Stato, ce n’erano tre, tra i quali il presidente, monsignor Vojtassák, vescovo di Spis. Lo stesso anno, su 58 sezioni conteali del partito, 27 erano capeggiate da preti, e lo stesso accadeva per due organizzazioni distrettuali sulle sei presenti. Dal clero provenivano anche il sindaco della capitale, Bratislava, e i sindaci di altre città. Altri preti coordinavano innumerevoli branche locali del partito, associazioni tra genitori ed insegnanti, e scuole, oltre a sedere nei consigli d’amministrazione di imprese finanziarie e industriali. Parecchi tra gli ideologi del partito erano preti. In conclusione, era molto difficile trovare un solo aspetto nella vita dello Stato in cui la presenza del clero non fosse cospicua. Il Vaticano accettava, anche se con qualche perplessità, questo impegno così marcato del clero negli affari politici, presumibilmente ritenendolo un male minore rispetto a quello che accadeva in altri stati presenti nell’ambito dell’Asse. I Tedeschi dal canto loro, pur ironizzando sulla possibilità che in Slovacchia si potesse "instaurare un Fuhrerstaat con dei curati come protagonisti", preferivano un governo clericale, che comunque dava l’idea di godere dell’appoggio popolare e garantiva l’ordine, a un regime filonazista di dubbia influenza sulle masse.
La Slovacchia prendeva parte alle seconda guerra mondiale a fianco dell'Asse, entrando in guerra prima contro la Polonia, poi contro l'URSS e infine contro Inghilterra e USA. Al termine del conflitto Mons.Tiso ed altri membri del governo vennero arrestati nei pressi di Monaco dalla Polizia Militare americana e, in un secondo tempo, consegnati dagli stessi statunitensi al governo cecoslovacco. Portato in catene a Praga e di qui a Bratislava, Tiso venne processato nel dicembre 1946.
Condannato a morte Tiso, nella sua autodifesa, rivendicò il suo operato dichiarando fra l'altro:
"Tiso può essere eliminato, ma sicuramente come la Sacra Scrittura dice, Dio si crea anche dalle pietre coloro di cui ha bisogno, affinchè siano preservati i principi della legge naturale e eterna."

VOLVERAN BANDERAS VICTORIOSAS

Ci sono feste anodine che non dicono nulla. Però ce ne sono altre che non possono trascorrere nell’indifferenza sia per ciò che ricordano sia per i valori transeunti ed eterni che incarnano. Una di queste, di valore universale per i suoi connotati ideologici, è indubbiamente il Primo Aprile, perché fu un primo giorno di Aprile, coincidente con il sorgere luminoso e fiorito della primavera, quello in cui si concluse una lotta che si era scatenata nelle terre di Spagna. Fu proprio il Primo Aprile 1939 il giorno in cui si poté gridare ai quattro venti che la lotta armata si era conclusa e che la Vittoria aveva premiato gli immensi sacrifici di coloro che avevano fatto di tutto per conseguirla. Analizzare i valori transeunti ed eterni della Vittoria potrebbe risultare lungo e prolisso. Limitiamoci quindi a rilevare : Che la Vittoria non fu solo dell’Esercito Nazionale guidato da Franco, ma anche di quella Spagna e di quell’Europa che erano rimaste fedeli alle loro radici cristiane ed al loro destino storico. Che la guerra non fu solo uno scontro armato, ma la possibilità, legata alla vittoria ed alla liberazione del paese dalla sanguinosa schiavitù comunista, di dar vita ad uno Stato nuovo, conforme alla Tradizione spagnola e basato sulla giustizia sociale. Che il martirologio che ebbe luogo nella Spagna rossa fu il più grande della Storia, senza che si verificasse una sola apostasia tra le decine di migliaia che diedero, nell’attimo supremo, testimonianza della loro Fede in Cristo e del loro amore caritatevole verso la Patria. Che questo modo di intendere la nostra guerra di mille giorni può essere sufficiente per spiegare la presenza di combattenti non spagnoli che si arruolarono volontari, perché avevano compreso l’importanza della posta in gioco nella nostra terra. Che tra i volontari europei arruolati nelle file nazionali occorre ricordare i camerati italiani, non solo per i tanti caduti eroicamente in Spagna, dove versarono il loro sangue e dove, con rispetto e amore, sono conservati i loro cimiteri che tutti gli anni nel mese di novembre vengono visitati, per pregare, dai nostri fraterni amici dell’ANCIS. Che da allora esiste, tra Spagnoli ed Italiani, un patto di sangue che vincola Italiani e Spagnoli, che condividono dottrina e prassi, con un triplice legame di ordine affettivo, politico e storico. Che tutto quello per cui si è combattuto nella "Cruzada" spagnola mantiene la sua stretta attualità e, nonostante le amare vicende che tutti conosciamo, non è passato nel dimenticatoio, ma anzi costituisce un punto di riferimento, un esempio e uno stimolo a non perdersi d’animo nè per l’oggi nè per il domani. Che infine nel sessantesimo anniversario di quella giornata indimenticabile, noi Italiani e Spagnoli che abbiamo condiviso e servito gli ideali della "Cruzada" ricordiamo, come profezia che si è concretizzata, i versi dell’inno che dicono
Volveran banderas victoriosas
al paso alegre de la paz,
y traeran prendidas cinco rosas
las flechas de mi haz
B.P.

SAN FRANCESCO

Il più alto genio alla poesia, con Dante; il più audace navigatore agli oceani, con Colombo; la mente più profonda alle arti ed alla scienza, con Leonardo; ma l’Italia con S.Francesco ha dato anche il più santo dei santi al cristianesimo e all’umanità. Perché, insieme con l’altezza dell’ingegno e del carattere, sono della nostra gente la semplicità dello spirito, l’ardore delle conquiste ideali e, ove occorra, le virtù della rinunzia e del sacrifizio. E anzi col santo di Assisi, primo di tempo fra quei grandi, che l’Italia, pur se trattenuta ancora nel rude travaglio medioevale, rivela, si può dire, i primi segni della sua rinascita ed afferma le sue rinnovate qualità di gentilezza e di umanesimo. San Francesco, già partecipe delle lotte comunali, si leva ad un tratto, come trasumanato, sul corrusco fluttuare delle passioni del secolo, alzando, con la Croce nella mano scarna, le insegne gloriose della carità e della pace. Restauratore della religione di Cristo, egli è anche uno dei primi poeti nostri, e certo il primo che alla poesia delle origini dà un contenuto caratteristico, profondo ed universale. Nella lingua in cui, un secolo dopo, Dante scriveva la Commedia, egli, il Santo della Povertà, compone il Cantico delle creature. Il fervore degli apostoli rivive, improvviso e travolgente, nella sua anima di Italiano, schiva di riposi e insoddisfatta dei confini della terra, troppo brevi alla sua ansia di prodigarsi. La Nave, che porta in Oriente il banditore dell’immortale dottrina, accoglie sulla prora infallibile il destino della stirpe, che ritorna sulla strada dei padri. Ed i seguaci del Santo, che dopo di lui mossero verso Levante, furono insieme missionari di Cristo e missionari d’italianità. Mentre sulla tomba venerata alle pendici del Subasio, che accendevasi di una luce senza tramonti, si affrettarono le nascenti arti italiane ad erigervi, in un magico impeto di reazione, il tempio di ogni più suggestiva bellezza. Sorsero così l’attività e l’arte francescana che, improntate di forme italiche, si irradiarono nel mondo. Ed ovunque oggi, per tutte le terre di ogni continente è splendore od umiltà di opere nel nome del santo costruite e sofferte, ivi è un’orma della Patria nostra.
B.M.

LEGIONARI D'ITALIA

Un caso singolare in tema di propaganda "rossa" avvenne nella casa del colono dove risiedeva La cosiddetta detta mensa degli ufficiali. Stavano essi consumando il pasto alla meglio racimolato, quando si aprì un uscio e ne venne fuori un angioletto biondo. Tutti si voltarono: era una bimba che rimase sorridente e ferma. La madre, una robusta catalana dal viso ovale e dagli occhi grandi, fissò la sua creatura sbarrò gli occhi e impallidì, rimanendo come una statua, col viso trasfigurato dal terrore.Qualcuno le chiese se si sentisse male; essa non rispose.
Intanto altri chiamavano la bimba e chi le faceva un sorriso, chi 1e offriva cioccolata e chi le rivolgeva affettuose parole. I bimbi ridestano sempre le cose più tenere anche negli animi più rudi. La bimba si appressò, sorrise e vanne accolta con festa gioiosa, accettando la cioccolata, che cominciò a sbocconcellare. La madre intanto non si era ancora riavuta e fissava la sua creatura. Alla insistenza di qualcuno sembrò scuotersi il viso le si rasserenò, tornarono a rosseggiare le gote, mentre lacrime le scendevano dagli occhi imperlando le guancie di lei ancora muta, Quando si riebbe spiegò come i "rossi" le avessero istillato nella mente che i fascisti uccidevano tutti i bimbi. Confessò di non essere riuscita in tempo a portar via la sua figliola, che aveva racchiuse nella stanza, e con ansia aspettava che ce ne andassimo.
Quando la bimba, trovata la porta senza chiavistello, era apparsa, essa aveva avuto come la visione del martirio del frutto del suo seno ed il terrore l'aveva pervasa. Gli inviti e le parole tenera le erano sembrate scherno ed ironia per darle maggior tormento. Nel secondo giorno che passammo sulle rive dell'Ebro, da una specie di penisola che si addentava nelle acque a forma di pennello vedemmo le canne agitarsi ed apparire la faccia sparuta e contraffatta di un lacero miliziano, Lo lasciammo avvicinare; poi, come giunse alla riva per salire nel campo, fu preso e condotto al nostro Comando. Era in preda al più vivo terrore. Girava lo sguardo attorno e non parlava.
Quando fu davanti al Comandante disse: "So che mi ucciderete; fate di me quello che volete. Non ho avuto il coraggio di buttarmi nell'acqua quando ho visto i miei compagni affogare. Ho fame. Ho tentato invano ai scappare. Preferisco essere ucciso anziché suicidarmi!
E nella sua espressione era tutta la tragedia vissuta da quell'anima: era anch'egli uno spagnolo, arruolato a forza nell'esercito rosso! Il Comandante rise e lo incoraggiò; qualcuno gli offrì pane, cioccolata e sigarette, sorridendo al racconto di terrore.
Ancora una volta ci convincevamo degli effetti della pro paganda comunista, che ci dipingeva come il fior fiore dei delinquenti, capaci persino di divertirci al martirio di un disgraziato, prima di finirlo. Ciò dovevano avergli istillato nella mente e nostro sorriso bonario e quasi fraterno, alle nostre affettuose offerte di pane e cioccolata per isfamarlo, digiuno come era già da vari giorni, alla offerta di sigarette, girava gli occhi intorno, fissandoli or sull'uno or sull'altro degli offerenti, e non osava prendere nulla; anzi, se lo sguardo era avido e confessava l'appetito, la mano ora ferma, come tenuta Cs n~ invisibile legame. Alle nostre insistenze accennò ad un sorriso sardonico, ripetendo:
"Lo so, che mi ucciderete! Volete divertirmi offrendomi iò che mi abbisogna per non lasciarmelo prendere; volete godere della mia sofferenza e della lotta che farei per un pezzo di pane che non mi darete mai", e i muscoli del suo viso si contraevano in modo strano e l'occhio fisso pareva uscire dalle orbite. Istintivamente ci guardammo e non ridemmo più.
Uno dei nostri con insistente premura gli offri ancora pane, mettendoglielo fra le mani; egli fissò l'offerente e quasi con cautela cercò e strinse il pane. Lo spezzò. Un altro gli allungò la cioccolata; egli la prese, guardò nelle suo mani pane e cioccolata; alzò gli occhi verso il Comandante e la sua faccia ebbe una contrazione più forte. poi una trasfigurazione quasi paurosa avvenne nei suoi lineamenti: il volto contratto e duro dallo spavento incominciava a distendersi e ad illuminarsi; l'occhio sbarrato e fisso, nero come la morte, brillò lucido di commozione e scoppiò quasi in un riso: "Allora è vero! Non mi ucciderete ! Non mi tormenterete !"
"Mangia disse il Comandante, mentre tutti ridevano, Egli rialzò il capo e per un attimo il viso ridiventò buio e diffidente , poi si pose a mangiare e si convinse finalmente della nostra... crudeltà! Mangiò, bevve, si rianimò e fu fatto proseguire per il Comando Superiore.
E.S.

CORRIDONI AL FRONTE

Allo scoppio della Guerra Europea, nell’estate del 1914, Corridoni si trovava, come spesso gli capitava, in carcere. Era stato, infatti, condannato a tre mesi e sedici giorni di prigione, dopo essere stato pestato dalla polizia che era intervenuta per impedire un corteo susseguente al discorso che Corridoni aveva tenuto, con Benito Mussolini, davanti a 100.000 operai all’Arena di Milano. Quando il 14 settembre 1914 uscì dal carcere, agli amici che lo attendevano dichiarò: “ La reazione si era messa in mente di soffocare la fede e le idealità della massa arrestandoci; …Credevano di domarci con una condanna: sappiate, signori poliziotti, che questa è la ventiduesima volta che i giudici mi condannano: e se non siete riusciti a domarmi fino ad oggi, non ci riuscirete mai più”. Corridoni si trovò immediatamente alle prese con l’acceso dibattito che divideva l’opinione pubblica italiana tra neutralisti ed interventisti. La sua posizione era assai attesa, perché avrebbe potuto far pendere la bilancia da una parte o dall’altra, grazie alla sua influenza sul proletariato milanese. Corridoni nel primo numero del giornale dell’Unione Sindacale Milanese, che aveva sospeso le pubblicazioni al momento dell’arresto, espresse con chiarezza le proprie idee. “I proletari di Germania hanno dichiarato di essere prima tedeschi e poi socialisti. Ecco un fatto nuovo che noi ignoravamo e che abbiamo avuto il torto di non intuire…Noi non siamo dei caparbi, della gente che vuole avere ragione ad ogni costo… se il proletariato è in preda al più angoscioso disorientamento, se egli non vede che il suo male e il suo bene attuale…la colpa è nostra, tutta nostra. Siamo noi che abbiamo sviluppato il suo egoismo bruto e che abbiamo visto in lui un puro e semplice ingoiatore di pane…Il problema della guerra è troppo forte per i cervelli proletari. L’operaio non vede nella guerra che la strage, la miseria, la fame…Che importa a lui se fra dieci o vent’anni i sacrifici dell’oggi frutteranno benefici incalcolabili? Che importa a lui se l’attuale guerra può spianare la via alla rivoluzione sociale, eliminando gli ultimi rimasugli della preponderanza feudale…? Pane sì, ma anche idee, anche educazione. Bisogni fisiologici sì, ma anche spirituali, culturali. Il proletariato non è classe finchè non ha una coscienza di classe, e questa non si acquista finchè l’organizzazione non allargherà i suoi orizzonti di lotta e non combatterà altre battaglie oltre quella del salario e dell’orario. Si mangia per vivere e non si vive per mangiare. E noi vogliamo, dall’alto di questa libera tribuna, illuminare le nuove vie della marcia proletaria”. La sua posizione venne contestata, anche duramente. Alla prima apparizione pubblica dopo la scarcerazione, Corridoni, alla fine del suo discorso, fu apostrofato con il termine “venduto”. Egli rispose semplicemente “Chi fa mercato di sé non lo fa per morire, ma per vivere. Siete voi disposti a dare la vita per la vostra idea, come io sono pronto a gettarla per la mia?” Qualcuno gridò: “Vedremo”. Corridoni riuscì in breve tempo a raccogliere attorno a sé numerosi sostenitori e diede vita, ai primi di ottobre, al Comitato di Azione Rivoluzionaria Interventista (tra gli aderenti il futuro quadrunviro Michele Bianchi) con sede a Milano. In un primo tempo l’Unione Sindacale Italiana (con l’eccezione dei rappresentanti di Milano, Parma e Castrocaro) aveva votato per il neutralismo, ma progressivamente venivano prendendo sempre più piede le idee interventiste. Il 14 novembre uscì a Milano il Popolo d’Italia diretto da Benito Mussolini; in prima pagina due frasi: una di Blanqui Chi ha del ferro ha del pane e l’altra di Napoleone La Rivoluzione è un’idea che ha trovato delle baionette. Il 1° gennaio 1915 il Fascio d’azione interventista di Milano lanciò un manifesto ai lavoratori italiani in cui era scritto fra l’altro “Il trionfo del blocco austro-tedesco sarebbe in Europa il rinnovato trionfo della Santa Alleanza, il rafforzamento della causa della reazione e del militarismo contro quella della rivoluzione; in una parola il persistere ed il consolidarsi di quelle forze di conservazione militaristica e feudale che hanno prodotto l’immane catastrofe odierna, che produrranno altre guerre domani, altri lutti ed altre rovine per le plebi lavoratrici arrestate nella marcia ascensionale per la conquista della propria emancipazione economica. I grandi contrasti storici non si risolvono col negarli ideologicamente, sibbene col superarne praticamente i termini: la guerra non si combatte col ruminare delle formule o coll’opporre ad essa delle sterili negazioni verbali, sibbene coll’eliminarne le cause generatrici, col ridurne i fattori di forza e di successo.” Il 13 febbraio Corridoni si recò a Treviso per incontrare degli irredentisti triestini con i quali progettare un attacco a sorpresa contro un posto di frontiera austriaco, al fine di creare un casus belli. Alla stazione, tuttavia, venne arrestato, a causa di un articolo pubblicato qualche tempo prima sul sabotaggio. Il Popolo d’Italia denunciò le motivazioni politiche dell’arresto scagliandosi contro la comoda ipocrisia di un procedimento penale per un reato che esiste solo nel cervello della cariatide che presiede alla procura del re di Milano Corridoni uscì dal carcere alla vigilia della guerra. Ai primi di maggio animava il popolo milanese tenendo tre, quattro comizi al giorno. Il 12 maggio parlò, davanti a 50.000 cittadini, in Piazza Cairoli, accanto a Cesare Battisti. Il 13 maggio prese la parola sui gradini del Duomo assieme a Benito Mussolini, Il 14 maggio arringava 100.000 milanesi. Così diceva “ Dobbiamo aver fiducia che queste siano le ultime adunate e che non dovremo aspettare altri giorni, vivendo nell’angoscia dell’indecisione. Preferiamo la vita pericolosa delle trincee a questa, che non è vita, ma agonia”. Finalmente il 19 maggio parlò per l’ultima volta a Milano dichiarando “Domani il Governo annuncerà al parlamento la dichiarazione di guerra. Ma la guerra, o milanesi, era già stata dichiarata da quel parlamento infinito che è il popolo italiano accampato per tutte le piazze. Domani sarà cessata l’epoca delle discussioni. Fino a ieri la libertà di parola era un sacro diritto, domani mentre i soldati saranno accampati alla frontiera, ogni polemica sarebbe dannosa e criminosa”. Presentatosi immediatamente volontario Corridoni venne respinto con la formula non idoneo. Egli reagì vibratamente : “Ciò è impossibile, è mostruoso. Io non posso restare a casa!” Dopo aver meditato di travestirsi da fante e di partire mescolato alle truppe in partenza, pensò di rivolgersi al generale Spingardi, comandante del Corpo d’Armata con queste parole: “ Le pare, signor generale, che io possa sottrarmi al dovere di fare la guerra, dopo quanto ho fatto per reclamarla?” Finalmente, per l’intervento diretto del generale medico D’Angelantonio, Corridoni fu accettato. Il suo esempio fu seguito da un gran numero di operai, che con lui si arruolarono alla caserma del 68° fanteria. Nonostante l’entusiasmo dimostrato i volontari furono trattenuti in caserma per mesi, impegnati nell’addestramento militare. Corridoni riuscì a stento ad impedire una sollevazione. Solo il 25 luglio venne l’ora della partenza. 100.000 persone salutarono i partenti per le vie di Milano. Così descrisse l’evento il Popolo d’Italia : “Repubblicani, socialisti, sindacalisti, anarchici, professionisti, agitatori noti ed umili operai, gregari dei partiti estremi, tutti erano animati, più ancora che nella vigilia aspra delle contese cittadine, da un desiderio grande che ormai era l’unica ragione d’essere della loro vita: dare tutti loro stessi alla causa della civiltà europea: la fede antica e la giovinezza ardente. E partirono cantando gli inni della patria fra le grida di Viva la guerra rivoluzionaria!…Quando passa il gruppo nel quale si trova Corridoni, la manifestazione si rinnova e si fa più clamorosa. Mussolini e Corridoni si abbracciano e si baciano più volte. La folla prorompe in altissime grida di Viva Corridoni! Viva Mussolini!”. Ai compagni dell’Unione Sindacale Milanese egli lasciava un nobile saluto che così concludeva: “ Noi al fronte, voi nelle officine, tutti abbiamo un grave e nobile dovere da assolvere, per la fortuna d’Italia, per la libertà d’Europa, per l’avvenire dell’umanità. Compagni operai, fate che la vittoria conseguita, quando riprenderemo la lotta per la nostra fede - oggi più di ieri viva nel nostro cuore - possa dirsi dai vostri stessi competitori di classe che voi meritate la realizzazione dei vostri sogni di migliore avvenire per la sincerità, l’entusiasmo, l’ardore con cui combattete tutte le battaglie, siano esse per la Patria, per l’umanità o per i santi diritti del vostro lavoro”. Corridoni e gli altri sindacalisti, prima di partire, ricevono una lettera di saluto da Mussolini: Cari compagni fascisti, abbiatevi il mio abbraccio cordiale. La posizione di Corridoni al momento della partenza è riportata in uno scritto apparso su Gioventù Sindacalista di Parma. Noi, fra giorni, partiremo per il fronte vestiti da soldati del Re, ma soprattutto partiamo con l’anima rigidamente repubblicana. Sarà difficile ritornare tutti, lo sentiamo. Qualcuno per non dire molti di noi pagheranno questo atto rivoluzionario: non importa. Ma coloro che ritorneranno riprenderanno nuovamente le nostre idee che noi affidiamo ad una solida cassaforte di cui gelosamente custodiamo le chiavi per far sì che nessuno le possa contaminare durante la nostra assenza. Il 27 luglio i volontari arrivarono a Villesse, nel Friuli, e furono assegnati come complementi al 32° Fanteria. Erano circondati dall’ostilità dei richiamati che pensavano che l’arrivo dei volontari preludesse ad un ritorno in prima linea. Tuttavia questo non si verificava e i volontari si lamentavano. Ancora una volta Corridoni si faceva loro portavoce, ma invano. Nel frattempo scriveva al padre: “Se il destino vuole, i vostri tre figlioli vi riabbracceranno coperti di gloria, se si morisse avrete la consolazione e l’orgoglio di dire che siamo morti da eroi”. Alla fine Corridoni spazientito, con altri due amici, decise di lasciare il reparto e di recarsi direttamente al fronte, mettendo il comandante di fronte al fatto compiuto. Si travestirono con divise usate e si aggregarono al 156° reggimento, partecipando subito ad un’azione di pattuglia che aveva il compito di far saltare reticolati nemici con tubi di gelatina. L’azione fu coronata da successo, ma il capitano della compagnia fu costretto a rispedirli al loro reparto, con una lettera di elogio e la richiesta di averli nel 156° reggimento, onde evitare che venissero accusati come disertori. Appena rientrati furono messi ai ferri ed imputati di diserzione. Mentre venivano condotti da dodici carabinieri, con la baionetta in canna, al giudizio, tra gli sguardi demoralizzati dei commilitoni, apparve a cavallo il generale della brigata, Ciancio, il quale dopo essere stato informato dei fatti li fece liberare e, dopo averli abbracciati, destinare al 142° fanteria. Corridoni si presentò subito al comandante chiedendo di andare a combattere. Così l’ufficiale ricordava l’episodio: “Con sorpresa appresi che il mio interlocutore era il famoso Filippo Corridoni, il sovversivo, l’antimilitarista. Ci guardammo negli occhi e ci stringemmo forte la mano; ci eravamo compresi, eravamo due italiani”. Corridoni venne utilizzato in prima linea e partecipò alla conquista di una trincea nemica. Caddero i primi volontari. Corridoni era sempre tra i primi e scrivendo a casa degli amici caduti diceva “A guerra finita le loro ossa saranno sepolte in Italia, chissà, forse con le mie…” Nonostante la sua salute fosse peggiorata e spesso fosse febbricitante Corridoni si rifiutò di abbandonare la prima linea e venne anche proposto per una ricompensa militare (o una medaglia o una promozione). Anche il bollettino del comando supremo citò il valore dei volontari milanesi. Corridoni riuscì ad incontrare il fratello Baldino al quale aveva scritto “Ricordati sempre che sei mio fratello e che come tale hai il dovere di distinguerti” Anche l’altro fratello, Peppino, era al fronte e venne gravemente ferito al braccio destro. Nonostante fosse stato dichiarato inabile al servizio di prima linea chiese a Filippo di aiutarlo a ritornare al fronte. Preparandosi un’azione quasi suicida, nella quale già tanti erano caduti, si decise di chiedere l’intervento dei volontari. Corridoni fu mandato in esplorazione e dopo l’osservazione comunicò al comando “Cose da pazzi”. Immediatamente convocato dal colonnello fu ringraziato e l’azione annullata. Mentre si stava preparando una grande offensiva, Corridoni venne ricoverato in infermeria a causa delle alte febbri. Nonostante il medico si opponesse, Corridoni il 20 ottobre volle abbandonare l’infermeria dichiarando “Non moriranno gli altri senza che io sia con loro” Il capitano medico Antonio Leccese ricordava che Corridoni pur febbricitante voleva a tutti i costi portare lo zaino come gli altri. Gli stessi volontari insistevano vanamente perché Corridoni si risparmiasse per altre battaglie, ma invano. Erano le sue ultime ore di vita. Quasi prevedesse la sua fine spedì numerose lettere prima dell’azione (una di queste, al Popolo d’Italia, fu rinvenuta nello zaino); I sottosegnatari volontari, nell’atto di ascendere tutti uniti le aspre colline ove la gioventù italica lotta e muore per i supremi diritti della nazione e per la minacciata libertà d’Europa, ancor pieni del santo entusiasmo dei primi dì e sempre più innamorati delle proprie idee di rinnovamento sociale, di cui l’immancabile vittoria affretterà la realizzazione inviano a te, o bella fulgida bandiera dei nostri più puri ideali, i più cordiali commossi auguri per la battaglia asprissima contro i sempre vivi, insidiosi nemici di dentro, garantendo per conto proprio di combattere e di sgominare con gagliardo fervore i nemici del di fuori. Un’altra, destinata al comandante del distretto di Milano che aveva agevolato il suo arruolamento, diceva: “Fra pochi istanti, per le mie idee, per la gloria d’Italia, partirò cantando, con il cuore leggero come una rosa di giugno”. L’azione in cui venne impegnato per l’ultima volta Corridoni consisteva nel tentativo di espugnare la trincea detta delle “Frasche”( perno del sistema difensivo austriaco nell’ Altipiano Carsico, zona tra San Martino e Sei Busi ) e si inquadrava nell’offensiva autunnale per la conquista di Gorizia. La trincea era blindata con travi, putrelle di ferro, sacchi a terra, munita di scudi metallici con feritoie chiudibili e protetta da reticolati profondi cinque metri. I volontari milanesi si portano in prima linea per l’attacco, Corridoni corre a testa alta e ai rimproveri degli altri risponde “Sei matto, non voglio diventar gobbo per i begli occhi degli Austriaci” e “Ancor non è stata fusa la palla che mi deve colpire”. Al segnale d’attacco Corridoni e i volontari si lanciano in avanti, protetti dall’artiglieria tagliano i reticolati e conquistano circa duecento metri della parte centrale della trincea, ma glia Austriaci occupano ancora i due lati. Non riuscendo più ad avanzare si fortificano in attesa del contrattacco nemico, che avviene, ma senza successo. Ancora una volta sono gli Italiani a riprendere l’iniziativa, Corridoni in piedi davanti a tutti canta l’Inno di Oberdan “Fuoco per Dio sui barbari, sulle nemiche schiere” Poi improvvisamente il canto si interrompe, una pallottola austriaca ha colpito Corridoni in fronte. La trincea nemica è completamente conquistata. Della sua morte aveva parlato in una lettera ad un’amica Se il destino lo vorrà, morirò senza odiare nessuno, neanche gli austriaci, con un gran rimpianto: quello di non aver potuto dare tutta la somma delle energie, che sento ancora racchiuse in me, alla causa dei lavoratori, con una gran soddisfazione: di aver sempre obbedito ai voleri della mia coscienza. Il capitano medico Leccese così ricordò la morte di Corridoni nel suo diario: 23 ottobre Alle 15 comincia l’assalto. Un quarto d’ora dopo cominciano ad arrivare i primi feriti. Visto Corridoni ? - si chiede Sì. Meraviglioso Ecco un ferito - Signor tenente, ha saputo? E’ morto Corridoni. - e racconta Appena usciti per l’assalto, Pippo comincia a correre innanzi a tutti. Giunge primo sulla trincea nemica, lì in piedi, diritto, grida: “Compagni correte. Ecco la vittoria! Vittoria! Vittoria!”. E’ colpito in fronte e cade - Tutti al 32° sono commossi e addolorati della morte di Pippo. E nei comandi si può parlare benevolmente di Corridoni. Egli non è più l’individuo sospetto, accompagnato da un voluminoso incartamento della prefettura di Milano. E’ un valoroso”. Il giorno successivo ci fu una breve tregua per recuperare morti e feriti, ma il corpo di Filippo Corridoni non fu trovato. La notizia della morte di Filippo Corridoni provoca un generale compianto anche fra i suoi avversari politici. Fra i più colpiti il suo grande amico Mussolini, da Corridoni definito “duce” nell’ultima lettera del 22 ottobre (il giorno prima della morte). Di Corridoni scrive - fra l’altro - Passano gli individui, ma il popolo resta; muoiono i suoi soldati, ma l’Italia vive e vincerà. Come dubitare della vittoria, quando per la vittoria combattono e cadono giovani come Filippo Corridoni e mille e mille altri? Nel nome d’Italia; nel nome dei morti e dei superstiti , leviamo in alto le salme insanguinate dei nostri prodi e prepariamoci ai più ardenti cimenti di domani. A Milano il 31 ottobre migliaia di cittadini organizzarono un corteo per deporre un corona commemorativa al Monumento delle Cinque Giornate. La Questura non autorizzò alcun discorso. A Corridoni venne concessa la Medaglia d’Argento al Valor Militare, poi tramutata in Medaglia d’Oro con decisione di Vittorio Emanuele III il 15 ottobre 1925. "Corridoni Filippo, soldato 32° reggimento fanteria, soldato volontario e patriota instancabile, col braccio e con la parola, tutto sé stesso diede alla patria con entusiasmo indomabile. Fervente interventista per la grande guerra, anelante della vittoria, seppe diffondere la sua tenace fede fra tutti i compagni, sempre di esempio per coraggio e valore. In testa alla propria compagnia, al canto di inni patriottici, muoveva fra i primi, e con sereno ardimento, all’attacco di difficilissima posizione, e trai primi l’occupava. Ritto con suprema audacia sulla conquistata trincea al grido di “Vittoria! Viva l’Italia!” incitava i compagni che lo seguivano a raggiungere la meta, finché cadeva fulminato da piombo nemico."

VIVERE COME UNA FIAMMA

E’ imperioso in noi il sentimento di rivolgere a Filippo Corridoni, dopo esserci segnati col crisma di Cristo, per essere più puri, per sentirci più vicini al grande spirito del sereno e fiero Tribuno della vigilia eroica. Di Lui e con Lui vivemmo, infatti, il travaglio della nostra primissima giovinezza, quando la santa rivolta che portò l’Italia alla resurrezione guerriera, chiedeva saldissimi cuori, tenacia di apostoli e l’esempio di uomini, che balzati dal popolo lavoratore potessero innalzare, con le loro mani callose, la fiamma della Patria immortale. E non piangemmo quando il purissimo Cavaliere dell’Ideale, per conquistare per lui e per i credenti il battesimo divino, balzò intrepido dalla memorabile trincea verso la luce dell’immortalità. Perché vedemmo allora, nell’offerta dell’eroico tribuno, l’immancabile destino della risorgente generazione di Roma. Poi, in ogni passo della nostra laboriosa giornata, pensammo e credemmo in Lui il suo esempio ci fu di guida e di ammonimento; la sua vita terrena ci apparve, sempre, come la più nobile espressione della nostra Stirpe di legionari e di lavoratori. Filippo Corridoni, consacrato come il più ardente fautore del Volontarismo dell’Italia interventista, dovrebbe anche essere onorato da tutto il popolo come il più sereno e pensoso profeta dell'Italia Mussoliniana. Egli per primo, infatti, chiamò “Duce” il suo grande compagno Benito Mussolini; egli per primo riconciliò nei segni della patria i credenti di tutte le fedi, e indicò, ammonendo, che soltanto nell’unità morale del popolo nostro e nell’orgoglio delle sue tradizioni, tutte le mete sarebbero state raggiunte. Se avessi avuto animo da speculatore o se avessi per un solo attimo transatto con la mia coscienza --scrisse Egli stesso _ avrei avuto una posizione economica formidabile; ma siccome io sento che un solo soldo illecitamente guadagnato costituirebbe per me un rimorso mortale e mi abbasserebbe talmente dinanzi a me stesso da uccidermi spiritualmente, così posso prevedere che la povertà sarà la compagna indivisibile della mia vita. Povero, dunque, ma grande; camminatore solitario, ma Condottiero di popolo; martire dell’Idea, ma Santo per i credenti nella immortalità dello spirito. Così ti abbiamo sempre pensato, o Filippo Corridoni; così ti penseremo fino all’ultimo giorno della nostra vita. E non ci stancheremo di indirizzare le generazioni che verranno, verso la luce del Tuo altissimo esempio, vivo come una fiamma. A.P.

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Filippo Corridoni
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