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Capoluogo di Provincia nel 1807 Lo splendore della Cattedrale è segno del progresso di Ozieri che, nel frattempo, riceveva nuovi importanti riconoscimenti. Per effetto della legge del 7 maggio 1807 essa diventava capoluogo di Provincia, con un Prefetto e con tutti gli uffici connessi a tale qualifica, quali il Tribunale di prima istanza e un Tribunale d'appello, il Provveditorato agli studi, l'Intendenza di Finanza e molti altri. Città nel 1836 Il 10 settembre 1836, insieme con Tempio e Nuoro, il re Carlo Alberto le conferiva il titolo di città. Particolarmente quest'ultimo avvenimento spingeva l'amministrazione comunale a dare anche alla Chiesa Cattedrale quel decoro e quella dignità che le nuove situazioni richiedevano. Lavori nella Chiesa Cattedrale Già due anni dopo l'elevazione a città, erano in corso numerosi lavori per l'abbellimento della chiesa. Dal 1838 al 1843 varie opere furono compiute, o almeno iniziate: tra esse ricorderemo il riattamento delle due grandi cappelle del SS. Sacramento e di S. Andrea, un progetto per i due altari di S. Giovanni Battista e di S. Giuseppe, la commissione al pittore Marghinotti dei quadri dell'Ultima Cena, di S. Andrea e della Madonna della Difesa. Non erano però anni facili, e, nonostante il concorso dell'amministrazione civile e le generose contribuzioni anche da parte di privati, le difficoltà finanziarie mettevano a dura prova anche le più tenaci volontà. Ma nel 1845 sopravveniva un fatto del tutto nuovo, che risolveva radicalmente gran parte delle difficoltà. La mecenate Maria Lucia Sechi vedova Demontis Splendida mecenate della Chiesa di S. Maria volle essere la ricchissima signora ozierese Maria Lucia Sechi vedova Demontis che, insieme ad altre elargizioni per varie opere di beneficenza, metteva a disposizione dell'autorità ecclesiastica la somma di 25.000 scudi per la ristrutturazione e l'ampliamento della chiesa, col consiglio e con l'aiuto dei suoi fratelli, l'avvocato Giuseppe e il notaio Giovanni Maria. Vari lavori già in corso erano stati affidati all'architetto Francesco Cucchiari di Pavia e a un suo collaboratore, Michele Fiaschi. Il Cima nel 1846 accetta la progettazione e direzione dei lavori Sottoposti per consulenza e parere all'indiscussa autorità del celebre architetto cagliaritano Gaetano Cima, i progetti del Cucchiari ottennero una condanna irrevocabile. Ma lo stesso Cima, interpellato, si rifiutò di prendere egli stesso in mano l'opera, che fu quindi affidata all'architetto sassarese Angelo Maria Piretto. Ma anche i progetti di quest'ultimo furono decisamente respinti, e solo dietro le pressanti insistenza del Ministro Segretario di Stato, Villamarina, e dello stesso Vicerè di Sardegna, G. De Launay, che lo pregava con lettera del 5 gennaio 1846, il Cima si vide moralmente costretto ad accettare la progettazione e la direzione dei lavori, nonostante i gravi disagi che comportava ogni suo viaggio da Cagliari ad Ozieri. L'opera, una volta avviata, arrivò presto a conclusione, e tra la fine del 1847 e gli inizi del 1848 venivano terminati i lavori delle strutture murarle. In tutta la Sardegna settentrionale fu questa l'unica opera del Cima, il quale con la sua perizia riuscì a fondere armoniosamente gli antichi elementi aragonesi con la ariosità di quel neoclassicismo allora imperante nella architettura non solo isolana. La facciata La sua facciata, ornata con bassorilievi e scandita da doppie colonne con capitelli ionici, domina sulla monumentale scalinata in granito e tufo rosa, realizzando un insieme che si accorda perfettamente con l'ambiente circostante. Il campanile Altre opere si completarono negli anni seguenti. Ricorderemo fra esse la costruzione del campanile verso il 1852, lo zoccolo interno in marmo bardiglio, fatto a spese del canonico Bachisio Grixoni, lavoro eseguito dal maestro Andrea Ugolini, marmista di Carrara, secondo un progetto del 1884, e i due altari laterali del presbiterio dedicati a S. Lucia e a S. Antioco, voluti per legato testamentario dal cav. Giuseppe Grixoni Sequi ed eseguiti tra il 1873 e il 1886. Fra i tanti capitoli della storia ozierese di S. Maria, un posto importante occupa l'acquisizione di quel oro pittorico che è noto come il Polittico del maestro di Ozieri, esistente fin dalla fine del Cinquecento nell'antica chiesa della Madonna di Loreto. Col concorso anche finanziario del Municipio, il capitolo Cattedrale provvide a farlo trasportare nell'aula capitolare della Cattedrale verso il 1870. Ed è proprio questo gruppo di pitture l'opera più Importante e preziosa del patrimonio artistico della Chiesa, opera dovuta a quel "Mastru Andria Sanna de Othieri, pintore", che l'avrebbe eseguita nel 1591-92, anche se una tale datazione non è da tutti accettata in base a considerazioni stilistiche che porterebbero a datare l'opera alla prima metà del secolo XVI. Il polittico è formato da sette tavole. Delle tre che formano la "predella", quella centrale rappresenta la scena dell'Ecce Homo, resa con tratti di viva drammaticità, mentre nelle due laterali vengono raffigurati due personaggi per ciascuna: forse dottori della Chiesa, o giudici di un Tribunale creato per provare l'autenticità o meno delle traslazione della Santa Casa, dato che in entrambe le tavole tra i due personaggi è raffigurato il tempio di Loreto. Le tre tavole costituenti la parte centrale del polittico recano lateralmente le due scene della Annunciazione e della Visita della Madonna a Santa Elisabetta. Ben lontane dalla solennità di certe rappresentazioni dell'epoca, le due scene ci mostrano donne del popolo, senza ammanti principeschi, ma con le vesti e gli oggetti della vita quotidiana, anche se appare qualche tentativo di virtuosismo in architetture sullo sfondo. La tavola centrale, la più importante, raffigura l'episodio della traslazione della santa casa. Sul tempio lauretano è assisa la Vergine col Bambino in braccio, mentre quattro angeli stendono su di lei un manto. Le sei tavole del primo e del secondo ordine sono infine sovrastate dalla scena della Crocifissione, che si ricollega a quella dell'Ecce Homo. La scena è resa con toni fortemente drammatici, sia per gli atteggiamenti della Madonna adorante e di San Giovanni piangente, sia per la rappresentazione del Cristo in croce, che ricalca in qualche modo il Crocifisso detto "di Nicodemo", esistente nella chiesa di San Francesco in Oristano. Opera di notevole pregio, il Polittico del Maestro di Ozieri presenta, nella "predella" di base, alcune anomalie che gli "esperti" credono di poter attribuire al fatto che tale parte sarebbe stata affidata dal maestro" a suoi allievi per il completamente. In questa interpretazione non si è affatto tenuto conto dei gravi danni apportati dall'umidità alla parte inferiore del "retablo": danni che in un primo momento si pensò di riparare ad opera di qualche importante pittore di fama mandando i dipinti a Firenze. In seguito, per ragioni finanziarie, si decise di affidarne il restauro al pittore ozierese Salvatore Ghisaura, che vediamo anche autore sia della copia del polittico oggi nella chiesa di Loreto, o di "Su Redu", sia di altri quadri, come quelli delle "Anime del Purgatorio", e di "San Michele", esistenti nella stessa chiesa di S. Maria. I lavori di restauro vennero eseguiti dal Ghisaura poco dopo che questi aveva firmato il relativo contratto, il 23 marzo 1870. Nonostante tali difetti, dovuti a "rifacimenti" del Ghisaura e non agli allievi del "Maestro di Ozieri", crediamo si possa condividere il giudizio che di quest'opera dava Sabino Jusco, il quale ne definiva l'autore "un maestro degno di condividere con Pietro e Michelangelo Cavaro un primato che le opere a noi pervenute largamente giustificano".
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