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Santa Maria
La chiesa di Santa Maria pare quasi seguire le sorti della popolazione che le sta intorno. Nel 1437, per iniziativa del vescovo di Bisarcio Antonio Canu, si celebra in essa il primo sinodo noto della diocesi di Bisarcio, e lo stesso vescovo, date le condizioni della sede vescovile, si stabilisce nel rione attiguo che da allora prende il nome di 44 "piscobìa" o "episcopio", nome conservato fino ad oggi. La diocesi di Bisarcio veniva soppressa nel 1503 e Ozieri diventava da allora sede del vicariato dei due distretti di Bisarcio e di Castro, consolidando la sua importanza anche nel campo ecclesiastico. Poco dopo il 1550 l'antica chiesa veniva non soltanto restaurata, ma ristrutturata e ampliata, secondo le esigenze di una più ampia popolazione, con strutture in stile gotico-aragonese, ancor oggi in parte visibili nella nuova costruzione (1). A tale opera concorreva tutta la popolazione con un impegno collettivo, sottoscritto dai suoi rappresentanti, col quale si obbligava a non lasciar mai mancare quanto necessario e conveniente per la sua conservazione, per una decorosa ornamentazione, per la sua regolare officiatura. Il vescovo di Alghero Pietro Frago la consacrava nel giorno del suo titolo, l'Immacolata Concezione, l'8 dicembre 1571, e il suo successore, Andrea Bacallar, venti anni dopo ne parlava come di una chiesa "fra le più belle del regno di Sardegna". Col rifacimento della chiesa, oltre alla cura dell'edificio, viene dato grande impulso alla sua officiatura regolare e quindi alla liturgia. Nel 1592 ad essa fanno capo circa una trentina di sacerdoti per i quali il vescovo Bacallar istituisce i "Divini Uffici" rendendo comune la recita delle ore canoniche e rinnovando, fra l'altro, l'antica prescrizione sempre in vigore, anche se non sempre osservata, per tutto il clero sardo di imparare la musica sacra per il canto liturgico. Tale istituzione verrà poi convertita in vero e proprio "Collegio di canonici e beneficiati con Bolla del Papa Gregorio XVnel 1621, percui la parrocchiale diventa "Chiesa Collegiata". Di questo impegno per un rifiorimento della liturgia abbiamo conferma nel 1666, quando viene acquistato un "ispinette" o spinetta, l'antenato del pianoforte, per le funzioni liturgiche e la Collegiata assume l'impegno di pagare venti scudi ad un organista provetto che da Alghero venga a Ozieri per insegnare la musica anche ai sacerdoti del posto. Nel Settecento Ozieri, ufficialmente ancora un "villaggio", faceva grandi progressi in campo economico e amministrativo, con l'istituzione di nuovi enti e uffici pubblici, ed anche la chiesa di S. Maria si abbelliva e arricchiva di nuove opere. Fra esse ricorderemo la costruzione del coro ligneo che ancora si può ammirare nell'abside. Il 21 novembre 1750 veniva commissionato dall'arciprete della Collegiata ozierese al Maestro ''Josef Galibardo carpintero de la ciudad de Alguer", di origine genovese, il quale firmava poi, il 15 marzo 1752, la ricevuta per 250 scudi pattuiti per la costruzione dell'opera. Ma un altro elemento importante è necessario sottolineare in merito all'ornamentazione e abbellimento dell'edificio sacro: il contributo dei "patroni". Se il coro fu fatto a spese della Collegiata, cura dei patroni fu non solo quella della manutenzione ma talvolta anche della stessa costruzione di altari nei quali le relative famiglie avevano il diritto di sepoltura, prima che un tale uso venisse vietato per evidenti ragioni. Così nel 1765 vediamo patroni della Cappella di S. Giovanni i Delogu, della Madonna della Neve i Taras, di S. Agata i Carta, di S. Giacomo i Pallazzoni, di S. Pietro i Sotgiu, del Crocifisso i Delarca o Arca, di S. Anna i Taras. (Delle cappelle della Madonna della Neve, di S. Agata, di S. Giacomo, del Crocifisso e di S. Anna non rimane traccia alcuna). E la cura non si limitava all'indispensabile: un foglio volante dell'Archivio, firmato il 13 gennaio 1669, ci dice fra l'altro: "Con la presente confesso io Gioseppe Bonacurso Pintore siciliano essere contento e pagato dello prezzo di lire 150 per hauere storiato la Capella di lo Crucifisso", a spese di Donna Isabella Delarca, della famiglia che vi aveva il diritto di "patronato".
(1) Nella cappella del SS. Sacramento e di S. Andrea
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