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Catullo

Saggi di analisi
Pagina a cura di:
Marco Molinelli
Docente di Latino e Greco
Liceo Classico Statale "G.B.Morgagni" Forlì
Sommario:
Vita
Carme
5 Carme
13 Carme
26 Carme
70 Carme
109 Carme
113
Collegamenti
alla rete
Catullo La vita Torna al sommario
Nasce intorno all'84 a.C. a Verona nella Gallia Cisalpina da famiglia
benestante e in rapporti di stretta amicizia con cesare. Dopo essere stato
preparato dai migliori grammatici della Cisalpina, forse dopo aver indossato la
toga virile (17° anno), si portò a Roma per raffinare, con i tradizionali studi
di retorica, la propria preparazione culturale. La sua era una vita
bohémienne, che alternava lo studio con gli svaghi; spesso faceva orge con
amici, se la spassava con le ragazze prezzolate, fra battute salaci e scherzi
di dubbio gusto; frequentava, com'era costume, le terme (F.DELLA CORTE, in
CATULLO, Le poesie, a cura di F.Della Corte, Milano, Mondadori,
1977, p. IX).
A Roma conobbe importanti personalità del mondo culturale: tra esse lo storico
Cornelio Nepote, al quale è rivolta la dedica del carme 1. Ma, certo, ai fini
della carriera poetica, si rivelò importante l'incontro con altri giovani,
prevalentemente provenienti, come lui, dalla Gallia Cisalpina, interessati alla
proclamazione di nuovi ideali di poesia, in aperto conflitto con la tradizione
precedente. Tra essi, definiti sprezzantemente poetae novi da uno
strenuo difensore della tradizione letteraria quale fu Cicerone, furono
particolarmente cari a Catullo, Licinio Calvo ed Elvio Cinna.Accanto
al poeta stava sempre, però, l'uomo, con i suoi affetti. Importante fu quello
che lo legò al fratello, alla morte del quale (avvenuta nella lontana Troade
intorno al 60 a.C.), per circa due anni, abbandona la dimora romana per far
ritorno a Verona, presso la sua famiglia.
Importante -centrale si potrebbe dire, alla luce della traccia che ha lasciato
nell'opera poetica- risultò certo l'incontro con Lesbia, la donna del cuore.
Nel 57 Catullo andò in Bitinia,
al seguito del governatore Gaio Memmio: l'anno dopo, sulla strada del ritorno,
nella Troade, per la prima ed ultima volta, rese omaggio alla tomba del
fratello (carme 101). Un paio di anni dopo, a trent'anni di età, la morte.
Catullo Carme 5 Torna al sommario
Viviamo davvero, mia Lesbia, e amiamo
Vivamus mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum seueriorum
omnes unius aestimemus assis!
soles occidere et
redire possunt:
nobis cum
semel occidit breuis
lux, 5
nox est
perpetua una dormienda.
da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
dein, cum milia multa
fecerimus,
10
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus inuidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.
Metro: endecasillabi falecei.
Commento:
Carme di fondamentale importanza, il 5, per saggiare, intorno alla tematica dell'amore, la novità delle posizioni dei poetae novi rispetto a quelle del mos maiorum. L'amore è vissuto da Catullo come l'esperienza capitale della propria vita, capace di riempirla e di darle un senso. All'eros non è più riservato lo spazio marginale che gli accordava la morale tradizionale (come ad una debolezza giovanile, tollerabile purché non infrangesse certe limitazioni e convenienze soprattutto di ordine sociale), ma esso diventa centro dell'esistenza e valore primario, il solo in grado di risarcire la fugacità della vita umana (G.B.CONTE, Letteratura latina, Firenze, Le Monnier, 1987, p.118).
Versi 1-3 A tutti i tradizionalisti
(rappresentati nel carme dai senes severiores
del v. 2) Catullo oppone la sua
nuova filosofia della vita, condensata nell'equazione vivere uguale amare,
e dichiarata con energico piglio al v.1. Il poeta esorta la sua donna a vivere
intensamente (vivo ha qui un
significato più pieno e forte del solito) e ad amare. La vita, dunque, per Catullo coincide nella sua più vera
essenza con la passione amorosa. Notevole è la disposizione dei due verbi
all'inizio e alla fine del medesimo verso.
Con la terza esortazione (aestimemus:
v.3) Catullo invita a non tener
conto (nota l'efficace accostamento omnes unius
ad inizio di verso!) i rimbrotti dei vecchi troppo severi (non sfugga la chiusa
allitterante senum severiorum,
occupante per intero la tripodia trocaica dell'endecasillabo) di coloro, cioè,
che, vuoi per ragioni anagrafiche, vuoi per un radicato conservatorismo morale,
non riescono proprio a giustificare l'equazione vivere davvero uguale amare,
definita dal poeta al v.1. Dunque la vera vita non è quella indicata dal mos maiorum e spesa al servizio della
comunità, nei ranghi della politica o in quelli dell'esercito, bensì quella al
cui centro sta la realazione con la donna amata, vissuta con un'intensità tanto
vera da non aver bisogno dei vincoli giuridici del matrimonio.
Versi 4-6 In questi tre versi il poeta giustifica il suo nuovo sentimento della vita. Questa va vissuta intensamente nel vortice della gioia amorosa, perché destinata a spegnersi presto nel buio di una notte senza fine, non valendo per l'uomo quel ritmo, mai smentito, che vale, invece, per la natura ("i soli possono tramontare e risorgere": v.4). Lux e nox (equivalenti rispettivamente a vita e morte secondo una metafora comune nel linguaggio poetico) sono collocati alla fine (e il monosillabo finale è davvero una raffinata rarità metrico-stilistica) e all'inizio di due versi successivi, quasi a marcare ulteriormente la loro opposizione semantica.
Versi 7-9 La giustificazione dei vv.4-6 ha fatto dimenticare, con le sue immagini di morte, l'invito ad amare con cui si era aperto il carme. Catullo sente perciò ancora più intensa la necessità dello slancio passionale ed invita Lesbia a sommergerlo di baci (dal congiuntivo esortativo dei primi tre versi si passa all'ordine, deciso e risoluto dell'imperativo da: v.7), senza sosta (cfr. usque del v.9 che vale, appunto, "di continuo"). Notevole è senz'altro l'anafora di deinde (anche nella forma ridotta preconsonatica dein), ripetuto, nel giro di tre versi, per ben cinque volte: con tale procedimento stilistico il poeta intende sottolineare, tenendone per altro puntuale conto, l'incessante e (almeno fino al v.9) inarrestabile flusso di basia (il termine basium, forse di derivazione celtica, è introdotto nella lingua letteraria da Catullo) proveniente da Lesbia.
Versi 10-13 Non importa, sembra dire nei versi precedenti Catullo, la forma assunta dall'amore, ma la sua sostanza, la sua profondità: la calda passione (una vera cascata di baci è quella richiesta nei vv 7-9), vissuta con sincera intensità, è la sola a dare vero significato alla nostra esperienza terrena, destinata a spegnersi nel buio di una notte senza più giorno (vv.4-6). I baci travolgono Lesbia e Catullo, ma sarà prudente, quando saranno migliaia, non tenerne più il conto (come invece accadeva nei versi precedenti: cfr. l'uso dei numerali nei vv.7-9) per non saperne il numero (e, probabilmente, spaventati da esso smettere) oppure perché qualcuno, venuto a conoscenza della grande quantità di baci, non getti malevolo sugli amanti il malocchio.
Catullo Carme 13 Torna al sommario
Invito a cena per Fabullo
Cenabis bene, mi Fabulle, apud me
paucis, si tibi di fauent, diebus,
si tecum attuleris bonam atque magnam
cenam, non sine candida puella
et uino et sale et omnibus
cachinnis. 5
haec si, inquam, attuleris, uenuste noster,
cenabis bene; nam tui Catulli
plenus sacculus est aranearum.
sed contra accipies meros amores
seu quid suauius elegantiusue
est: 10
nam unguentum dabo, quod meae puellae
donarunt Veneres Cupidinesque,
quod tu cum olfacies, deos rogabis,
totum ut te faciant, Fabulle, nasum.
Metro: endecasillabi falecei.
Commento:
Carme dalla lettura del quale si esce sempre con un desiderio purtroppo
irrealizzabile: quello di annusare, anche noi, un po' di quel divino profumo di
Lesbia. Non potendo tanto, accontentiamoci di gustare il componimento nella sua
singolare impostazione di invito alla rovescia, nel vivo e sincero sentimento
amicale che lo sottende, nel tono spiritoso e arguto che lo caratterizza.
Nel carme 13 c'è poi tutto l'orizzonte umano entro il quale si definisce la
vita di Catullo: gli amici e la donna. Lo sfondo della poesia di Catullo è costituito dall'ambiente
letterario e mondano della capitale, di cui fa parte la cerchia degli amici
neoterici, accomunati dagli stessi gusti, da uno stesso linguaggio, da un
ideale di grazia e brillantezza di spirito: lepos, venustas, urbanitas
sono i principi che fondano questo codice etico ed insieme estetico, che
governa comportamenti e rapporti reciproci ma ispira anche il gusto letterario
e artistico. Su questo sfondo campeggia e risalta la figura di Lesbia,
incarnazione della devastante potenza dell'eros, protagonista indiscussa della
poesia catulliana (G.B.CONTE, Letteratura latina, Firenze, Le
Monnier, 1987, p.118).
Versi 1-5 Cenabis
bene.. apud me. Apre il carme quest'espressione tradizionale
per significare l'invito a cena (si noti l'uso del futuro iussivo che, mentre
comunica un ordine-invito, lo colloca in una dimensione futura). Fabullo,
dunque, stando a quello che lascia intendere il v.1, sarà gradito ospite di
Catullo. Ma quando? Paucis...diebus
(v.2), risponde il poeta. "Tra pochi giorni": dunque né per oggi
né per domani, ma per un giorno che non è stato neppure fissato! Non sfugga la
collocazione ad inizio e a fine verso (cfr. anche v.14) della coppia
attributo-sostantivo. Ma ecco che nel v.3, a sorpresa, il trucco si scopre.
L'invito del v.1, infatti, è condizionato: cenerà bene Fabullo, ma solo se
porterà... la cena e ogni altra cosa che serva allo scopo. Notevole la
collocazione di cenam in enjambement:
Catullo evidenzia così la parola
chiave del carme, quella che, con la sua inattesa comparsa, rivela la
singolarità dell'invito e lo definisce nei termini di un vero e proprio
"invito alla rovescia".
Il poeta, esigente, chiede non una cena qualsiasi, ma una "buona e per di
più abbondante". Si noti come il nesso bonam
atque magnam occupi per intero il
secondo emistichio, individuato dalla cesura principale dopo la terza arsi e
che atque/ac
segnano all'interno di una coordinazione il passaggio dal più debole al più
forte (A.TRAINA - T.BERTOTTI, Sintassi normativa della lingua latina,
Bologna, Cappelli, 1985, p.323). Fabullo dunque guardi sì alla qualità, ma
senza dimenticare di portare abbondanti porzioni!
Ma a casa di Catullo non si
mangerà soltanto: inizia al v.4, con proseguimento nel verso successivo, una
vera e propria lista di tutto ciò che Fabullo -oltre alla cena s'intende- dovrà
portare, per renderla più bella. Non sfugga l'uso della litote (non sine etc.: vv. 4-5), attraverso la quale
il poeta sottolinea l'assoluta indispensabilità di tutti questi elementi di
contorno alla cena vera e propria.
Versi 6-7 Haec
si, inquam attuleris, venuste noster, / cenabis bene. In un verso e
mezzo Catullo ripete (inquam: "ti ripeto") e sintetizza (haec: neutro generico al posto di bonam... cachinnis dei vv. 3-4) il suo invito.
Nota la ripresa fedele, nei termini e nella collocazione metrica (attuleris: in cesura principale dopo la terza
arsi; cenabis bene: nei primi due
metri del faleceo) o la ripresa variata (venuste
noster al posto del mi Fabulle
del v.1): il tutto secondo un'evidente disposizione a chiasmo degli elementi
ripetuti, ovvero secondo lo schema AB (v.1) c (v.3) / CB (v.6) A (v.7). La
ripetizione si giustifica con la singolarità dell'invito, che Fabullo, certo,
poteva stentare a comprendere.
Versi 7-8 Arriva, finalmente, la
spiegazione dello strano invito. Catullo è
in preda alla più nera miseria, e, pertanto, oltre alla casa, può offrire ben
poco. Da notare la collocazione di plenus...
aranearum alle opposte estremità del verso, quasi a conferire più
forza espressiva all'immagine (per altro tradizionale ai fini dell'espressione
della povertà): in particolare il genitivo occupa la cadenza finale del verso
dopo la cesura alla quarta arsi.
Versi 9-12
Sed contra accipies... / ... elegantiusve
est. Anche Catullo, per quanto povero, può offrire in cambio
qualcosa (contra accipies: "in
cambio riceverai da parte mia"). Si tratta di vere delizie (meros amores) o addirittura di qualcosa ancor
più dolce e raffinato (seu quid...):
al v. 11 maggiori particolari. Catullo darà
infatti in cambio a Fabullo un unguento che le divinità dell'Amore e della
Grazia hanno donato a Lesbia. Un unguento prodigioso, divino (nota come i nomi
delle divinità occupino l'intero secondo emistichio del v.12 dopo la cesura in
corrispondenza con la seconda arsi): davvero una valida ricompensa per chi,
invitato, si trova costretto a portare, lui, contro ogni buona regola, tutto il
necessario.
Versi 13-14 Chiusa spiritosa e
inopinata: "quando tu lo annuserai, pregherai gli dèi che ti facciano
tutto naso". Notevole è la collocazione del complemento predicativo
dell'oggetto totum... nasum alle estremità del verso (per un
procedimento analogo cfr. v.2), con il conseguente iperbato di totum. L'espressione (di pretto stampo
popolare: anche noi oggi diciamo, ad esempio, "sono tutt'occhi") se
ne giova in termini di rilievo e contribuisce a definire una
chiusura del carme simpaticamente ed ironicamente atteggiata, del tutto in
linea con lo spirito aleggiante nei precedenti versi.
Catullo Carme 26 Torna al sommario
Furio la nostra villetta...
Furi, uillula nostra non ad Austri
flatus opposita est neque ad Fauoni
nec saeui Boreae aut Apheliotae,
uerum ad milia quindecim et ducentos.
o uentum horribilem atque
pestilentem! 5
Metro: endecasillabi
falecei.
Commento:
Proprietario della villa è Catullo (...). E' vero che tanto Catullo quanto Furio erano pieni di debiti (...), ma qui Catullo, che è proprietario della villa Sabina o Tiburtina (c.44, 1-5), a una richiesta di 100.000 sesterzi da parte di Furio (23, 26), risponde che la villa, al riparo dai venti, ha già un'ipoteca di 15.200 sesterzi. L'antefatto si può così ricostruire. Furio aveva chiesto un prestito a Catullo e questi lo aveva rifiutato, dicendo che non aveva denari. Al che Furio avrebbe obiettato che seu Sabinus seu Tiburs un fundus Catullo ce lo aveva, era una suburbana villa, e , se l'avesse ipotecata, ne avrebbe potuto ricavare la somma che serviva. La frase, con cui Furio si deve essere espresso, suona presso a poco: "pignori oppone villam", e proprio in quella occasione Furio ne avrà esaltato i pregi: situata in un'ottima località, al riparo dei nocivi venti, non nella disprezzata e fredda Sabina, ma nella ridente e amena Tivoli (44, 2-4). Catullo deve allora aver risposto col carme 26 (...), abbassando la sua suburbana villa al rango di villula (26, 1), il fundus, che circonda la villa, scompare; un'ipoteca c'è già, ed è di 15.200 sesterzi (F.DELLA CORTE, in CATULLO, Le poesie, a cura di F.Della Corte, Milano, Mondadori, 1977, pp.257-258).
Versi 1-4 Dopo aver subito
nominato il destinatario del messaggio (Furio è un amico di Catullo, si tratta
forse del poeta cremonese Furio Bibaculo, coetaneo di Catullo, e, come lui,
appartenente al circolo neoterico), Catullo, giocando sul doppio significato
del verbo opponere (opposita est del v. 2 può essere interpretato
con "è posta di fronte, è esposta", ma anche col valore tecnico
di "è stata ipotecata"), dichiara la sua villetta (nota la
collocazione enfatica in dieresi di villula,
in tutto e per tutto coincidente con il dattilo in seconda sede
nell'endecasillabo falecio) non esposta ai soffi di alcun vento, se non a
quello... dei debiti.
Non sfugga la cura con cui Catullo (onde
vieppiù risalti, per contrasto, la iattura del debito: v.4) sottolinea la
tranquilla e paradisiaca posizione della sua residenza: nessun vento, da
qualunque direzione proveniente la sfiora, preservandola dalla calura e dal
rigore eccessivi. Sono ricordati in senso orario, secondo i quattro punti
cardinali, l'Austro, vento umido e caldo che soffia da sud, il Favonio, vento
caldo di ponente che soffia annunciando la primavera ed il ritorno della bella
stagione, Borea, il vento freddo (cfr. l'attributo di riferimento saevi: v.3) di tramontana che soffia da nord, ed
infine Afeliote, vento di levante.
Verso 5 L'esclamazione del poeta
chiude con spirito amicale la risposta: il vento dei debiti e delle ipoteche è
certo terribile e pestilenziale. Notevole la coppia aggettivale, vuoi per l'omeoteleuto
che ne sottolinea a livello di suono l'unità sintattica, vuoi per la
coincidenza con quasi l'intero verso. In particolare evidenza pestilentem, occupante la dipodia trocaica
finale ed indicante la rovinosa pratica del debito.
Se, dunque, in questi termini stanno le cose, le richieste di aiuto economico
di Furio a Catullo sono fuori
luogo, perché, se v'è chi deve essere aiutato, questi è proprio il
super-ipotecato Catullo.
Catullo Carme 70 Torna al sommario
Lesbia promette, ma...
Nulli se dicit mulier mea nubere malle
quam mihi, non si se Iuppiter ipse petat.
dicit: sed mulier cupido quod dicit amanti,
in uento et rapida scribere oportet aqua.
Metro: distici elegiaci.
Commento:
Versi 1-2 Lesbia (mulier mea: in evidenza tra la cesura pentemimere
e la dieresi bucolica nel v.1) afferma di non preferire l'amore di nessuno a
quello di Catullo. Notevole la collocazione dei due termini tra i quali si
svolge il confronto all'inizio dei due versi del distico: più in particolare va
rilevato come la posizione ad inizio di carme di nulli sottolinei con forza la totale assenza di altri
amanti, mentre quam mihi in enjambement
esprime enfaticamente la piena, univoca adesione di Lesbia a Catullo. Tanto
certa è Lesbia della sua promessa di fedeltà da dichiararsi immune dalle
lusinghe di un dio, fosse anche Zeus in persona.
Versi 3-4 Lesbia
dicit. E' la seconda volta che il verbo compare. La ripetizione
indica che l'affermazione dell'amata, lungi dall'essere pacificamente accettata
dal poeta, genera in lui molti e preoccupati pensieri. Infatti quello che la
donna dice all'amante appassionato(nota il rilievo conferito a cupido dall'iperbato), occorre scriverlo sul
vento e sull'acqua che scorre veloce (rapida
evidenziato dall'iperbato e dalla coincidenza con la dieresi centrale del
pentametro). In altri termini: le promesse di una donna al suo uomo fanno
presto, così come sono giunte, a svanire. Il terzo dicit
(v.3) non ha più per soggetto Lesbia, ma il generico mulier, con il quale Catullo vuole far capire che l'evanescenza della promessa
d'amore è mal comune di tutte le donne. Anche per questo, probabilmente, si
renderà necessaria, nel carme 109, davanti ad altre promesse dell'infedele
Lesbia, l'invocazione alla divinità.
Catullo Carme 109 Torna al sommario
Amore e amicizia
Iucundum, mea vita, mihi proponis amorem
hunc nostrum inter nos perpetuumque fore.
Di magni, facite ut vere promittere possit,
atque id sincere dicat et ex animo,
ut liceat nobis tota perducere
uita 5
aeternum hoc sanctae foedus amicitiae.
Metro: distici elegiaci.
Commento:
Versi 1-2 Lesbia promette a Catullo che il loro amore sarà felice (iucundum) ed eterno (perpetuum).Significativa
è la collocazione in rilievo dei due complementi predicativi alle opposte estremità
del distico entro cui si sviluppa il primo periodo. Va notato il nesso hunc nostrum inter nos, occupante per intero il
primo emistichio del pentametro. Tale collocazione, unitamente al pleonasmo (nostrum inter nos) non solo richiama l’attenzione
del lettore sulla reciprocità del rapporto, ma lo evidenzia come particolare e
diverso dagli altri: “questo nostro amore tra di noi, come non accade per
quello degli altri, sarà felice ed eterno”, sembra promettere Lesbia. Ma,
certo, la realtà delle cose fu ben diversa.
Versi 3-4 Catullo di fronte ad una così impegnativa promessa, esprime,
invocando gli dèi, la speranza che essa sia vera e che, dunque, quanto detto si
confermi sincero e davvero proveniente dal profondo del cuore. Notevole
l’abbondanza sinonimica (tipica, del resto, del registro colloquiale) intorno
al tema della sincerità (un segno di quanto esso stesse a cuore al poeta).
Efficaci a tal fine sono la variatio (vere
promittere possit / atque id sincere
dicat ex animo: mutano i verbi e ad un avverbio nella prima
complementare diretta corrisponde nella seconda la coppia avverbio + locuzione
avverbiale) e la gradatio (passando da vere a
sincere e quindi ad ex animo, pare percepibile una sempre maggiore
carica di affettività. Efficace è altresì la collocazione nel metro dei tre
segni: il primo determina la cesura eftemimere, il secondo ed il terzo alla
fine dei due emistichi del pentametro).
Versi 5-6 Anche Catullo auspica per la sua relazione con
Lesbia una eterna durata, per tutta (tota
in rilievo per iperbato) la vita (nota il pleonasmo prodotto dall’aggettivo e
dall’espressione di tempo). Egli usa, però, per definire tale rapporto non il
termine amor come invece aveva fatto
Lesbia (v.1), ma la perifrasi sanctae foedus
amicitiae, “patto di sacra amicizia”. Con ciò, in linea con la
distinzione tra bene velle ed amare (c.72), ribadisce la sua propensione per un
amore che, pure non alieno dall’effusione sensuale, dalla passione della carne,
si definisce prevalentemente sul piano della inviolabile amicizia, ovvero della
piena, solidale ed irreversibile comunanza di ideali, aspirazioni, sentimenti.
Catullo Carme 113 Torna al sommario
Mecilla, l'adultera
Consule Pompeio primum duo, Cinna, solebant
Moeciliam: facto consule nunc
iterum
manserunt duo, sed creuerunt milia in unum
singula. fecundum semen
adulterio.
Metro: distici
elegiaci.
Commento:
Versi 1-4 Bersaglio di questo
epigramma è l'ex-moglie del grande Pompeo, Mucia (il cui nome, nella forma
diminutiva di Mucilla, Moecilia o Mucilla, è in significativo rilievo per
enjambement: v.2), adultera famosa della Roma del tempo di Catullo.
L'aggressione polemica è il motivo di questa breve composizione, espressa,
comunque, attraverso il piacevole filtro dell'ironia. Non sfugga, in tal senso,
l'uso dell'ablativo assoluto (vv. 1 e 3) per la determinazione temporale
dell'anno, tipico della narrazione storica delle grandi gesta del popolo
romano, ma qui finalizzato all'inquadramento cronologico delle meno grandi
gesta di un'adultera incallita!
Mucia, nel 70 a.C. anno del primo consolato di Pompeo, aveva due amanti (solebant alla fine del v.1; il verbo è
qui usato col significato che gli è proprio nel linguaggio
settoriale dell'eros, ovvero "avere commercio amoroso, una relazione con qualcuno");
nel 55, anno del secondo consolato di Pompeo, da cui aveva nel frattempo
divorziato, "gli amanti sono rimasti due, ma hanno aggiunto tre zeri"
(F.DELLA CORTE, in CATULLO, Le poesie, a cura di F.Della Corte, Milano,
Mondadori, 1977, p.223).
Il quadretto è chiuso, come richiesto dalla tradizione del genere
epigrammativo, dall'arguta battuta finale, nella quale, in ragione dell'elissi
della copula, acquista evidenza la sottolineatura della prolificità della
"semenza delle corna" (F.DELLA CORTE, in CATULLO, Le poesie, a
cura di F.Della Corte, Milano, Mondadori, 1977, p.223). Catullo mostra in maniera evidente il suo
disprezzo per colei che, senza sosta, viola quel rapporto d'amore, che sappiamo
essere sentito dal poeta come aeternum...
sanctae foedus amicitiai (c. 109, 6).
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Testo originale (edizione oxoniense del Mynors del 1958)
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